"Io, bimba abbandonata e poi adottata, dico: criticare la mamma di Enea è un atto di crudeltà"
di Gabriella Cantafio , di Gabriella Cantafio"Esporre al giudizio pubblico una madre che esercita il proprio diritto a non riconoscere il figlio rappresenta un atto di crudeltà che accresce una sofferenza già incontenibile" ad affermarlo è Michela De Mattio, medico 50enne di Gorizia, mentre legge attacchi sui social e appelli di operatori sanitari e personaggi pubblici che, a detta sua, finiscono per acuire i sensi di colpa della donna che, nel giorno di Pasqua, ha affidato il piccolo Enea alla Culla per la vita della Clinica Mangiagalli a Milano.
Abbandonata alla nascita e adottata
Parla con cognizione di causa la dottoressa giuliana, in quanto anche lei, appena nata, è stata abbandonata in ospedale dalla madre biologica. "Ho vissuto nell'inconsapevolezza fin quando, a 14 anni, una compagna di scuola mi disse che a Trieste - città in cui vivevo - si vociferava fossi stata adottata. L'impatto fu destabilizzante, a casa chiesi spiegazioni ai miei genitori: mia madre scop…
"Esporre al giudizio pubblico una madre che esercita il proprio diritto a non riconoscere il figlio rappresenta un atto di crudeltà che accresce una sofferenza già incontenibile" ad affermarlo è Michela De Mattio, medico 50enne di Gorizia, mentre legge attacchi sui social e appelli di operatori sanitari e personaggi pubblici che, a detta sua, finiscono per acuire i sensi di colpa della donna che, nel giorno di Pasqua, ha affidato il piccolo Enea alla Culla per la vita della Clinica Mangiagalli a Milano.
Abbandonata alla nascita e adottata
Parla con cognizione di causa la dottoressa giuliana, in quanto anche lei, appena nata, è stata abbandonata in ospedale dalla madre biologica. "Ho vissuto nell'inconsapevolezza fin quando, a 14 anni, una compagna di scuola mi disse che a Trieste - città in cui vivevo - si vociferava fossi stata adottata. L'impatto fu destabilizzante, a casa chiesi spiegazioni ai miei genitori: mia madre scoppiò a piangere cercando di rassicurarmi, ma percepii subito che il suo dolore era intenso. Mio padre che ha sempre rappresentato il mio faro, invece, mi spiegò che, a seguito di un intervento che impedì a mia madre di avere figli, avevano avviato il processo di adozione dall'orfanotrofio in cui vivevo" racconta rinvenendo la motivazione del loro silenzio nella paura del giudizio che, ai tempi, aleggiava sul tema adozioni.
La ricerca delle origini
I suoi genitori, come previsto dalla legge, non erano a conoscenza della modalità di abbandono da parte della madre biologica. Dettaglio che De Mattio ha appreso intorno ai 30 anni: "dopo la morte di mio padre - ricorda - sentii la necessità di rintracciare le mie radici e quindi cercare la mia mamma biologica. Con l'aiuto di un avvocato ottenni il mio certificato di nascita. Poi, visto il mio lavoro in ospedale, riuscii a risalire al nome di mia madre".
La lettera alla madre biologica
Il tentativo di avvicinamento fu affidato a una lettera inviata con cautela: "Non le scrissi mossa da rancore, anzi la ringraziai per avermi messa al mondo e non avermi gettata in un cassonetto. Le chiesi di incontrarla, specificando che avrei compreso e accettato un suo rifiuto" rammenta. E l'incontro, nonostante l'innegabile timore, è avvenuto: "Ricordo ancora l'emozione provata nel riconoscermi in alcuni suoi tratti somatici. Ma anche la sua preoccupazione iniziale che gli altri miei fratelli scoprissero la verità: ero la terza di cinque figli e, fino a quel momento, nessuno era a conoscenza della mia esistenza".
I legami con la famiglia
Il tempo, però, è stato d'aiuto e ha permesso a Di Mattio di instaurare un bel rapporto anche con le sorelle, i fratelli e persino i nipoti. "Inizialmente, ingenuamente, tartassai di domande la mia madre biologica, ma percependo la sua difficoltà compresi che non era il caso di abbattere il suo muro di protezione, non potevo costringerla ad affrontare nuovamente un dolore così grande per risolvere la mia inquietudine" spiega specificando che ad aiutarla a ricomporre le tessere del puzzle della sua storia familiare è stata la sorella maggiore. "A quanto pare, subito dopo il parto, mia madre decise di affidarmi all'ospedale di Gorizia perché si era interrotta la relazione con mio padre e aveva una situazione familiare precaria. Nonostante il forte impatto emotivo, non l'ho mai giudicata per questa sua decisione, anzi cerco di aiutarla a superare quel senso di colpa che ancora la logora" aggiunge Michela De Mattio, che ha mantenuto il nome datole alla nascita dalla madre biologica e oggi è una professionista serena e consapevole grazie al rapporto recuperato con la sua famiglia di origine e, soprattutto, all'affetto assicuratole dai suoi genitori che l'hanno sempre sostenuta in ogni sua scelta.
"Lasciate in pace la madre di Enea"
Comprensione e garanzia del diritto alla riservatezza è quanto reclama per ogni madre che, per motivazioni disparate, si trova costretta ad abbandonare il figlio, con le dovute accortezze assicurate dagli ospedali. "Nel caso del piccolo Enea, purtroppo è venuta a mancare la tutela della privacy che dovrebbe essere garantita dagli operatori sanitari e dall'intera comunità. Quanto sta accadendo in questi giorni non è altro che lo specchio della società contemporanea ancora invischiata in retaggi culturali che portano a non rispettare la libera scelta, a colpevolizzare le donne senza tenere in considerazione l'ampiezza delle situazioni che conducono verso queste decisioni sofferte" conclude invitando tutti a non emettere sentenze ed essere comprensivi sempre, ancor di più quando non si sa nulla degli altri. "Perché non tutti siamo genitori, ma ci accomuna l'essere figli, e umani".