Migranti, la modifica dell'accordo di Dublino: il Nord e i Visegrad contrari, i Grandi ostaggio delle destre. A Bruxelles è tutto fermo
dal nostro inviato Claudio Tito , dal nostro inviato Claudio TitoSTRASBURGO - "Fino all'estate del 2024, non se ne fa niente". Il messaggio è netto. E sono soprattutto i Paesi del Nord Europa a ripeterlo costantemente. Le regole sui migranti ora non possono cambiare. Nell'Ue l'idea di intervenire davvero sulle regole che disciplinano i flussi e rendere più gestibile l'emergenza è solo una promessa. La Realpolitik spinge a rinviare tutto. Soprattutto in questo semestre in cui la presidenza di turno tocca alla Svezia e al nuovo governo di destra che si è insediato a Stoccolma, la prospettiva è ancora più lontana. Il governo svedese è stato chiaro fin dallo scorso gennaio: "Le cose vanno bene così come sono".
Di certo almeno fino all'estate del prossimo anno. Perché la somma degli egoismi nazionali impedirà una misura concreta prima delle elezioni europee di maggio. Anche una eventuale analisi e revisione del Regolamento di Dublino, come soll…
STRASBURGO - "Fino all'estate del 2024, non se ne fa niente". Il messaggio è netto. E sono soprattutto i Paesi del Nord Europa a ripeterlo costantemente. Le regole sui migranti ora non possono cambiare. Nell'Ue l'idea di intervenire davvero sulle regole che disciplinano i flussi e rendere più gestibile l'emergenza è solo una promessa. La Realpolitik spinge a rinviare tutto. Soprattutto in questo semestre in cui la presidenza di turno tocca alla Svezia e al nuovo governo di destra che si è insediato a Stoccolma, la prospettiva è ancora più lontana. Il governo svedese è stato chiaro fin dallo scorso gennaio: "Le cose vanno bene così come sono".
Di certo almeno fino all'estate del prossimo anno. Perché la somma degli egoismi nazionali impedirà una misura concreta prima delle elezioni europee di maggio. Anche una eventuale analisi e revisione del Regolamento di Dublino, come sollecitato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in questa fase appare improbabile. Nel caso specifico, poi, c'è una difficoltà ulteriore da tenere in considerazione. Il Regolamento di Dublino può essere cambiato solo all'unanimità. E il principio fondamentale di quel testo si basa sul "Paese di primo approdo". Ossia: il primo Paese europeo nel quale il migrante irregolare mette piede, deve farsi carico di gestire l'ospite più o meno gradito.
E gli Stati sottoposti alla maggiore pressione sono quelli ai confini dell'Europa: l'Italia ovviamente, e poi la Spagna, la Grecia, Malta. Ma nessuno dei partner del Nord e nessuno dei governi di Visegrad, quelli di destra che il governo Meloni considera alleati come l'esecutivo dell'ungherese Orbán, accetterà mai di modificare un accordo che li tutela al meglio. Almeno non per ora. Mentre i "Grandi", come Germania e Francia, devono appunto fare i conti con la prossima campagna elettorale. E con la pressione di partiti di estrema destra come quello guidato Oltralpe da Le Pen.
Insomma un gigantesco falò di ipocrisie ed egoismi nazionali. Favorito dalla demagogia dell'interesse nazionale brandita dall'esecutivo italiano. Che infatti su questo terreno non ha ottenuto nulla fino ad ora e fino ad ora non ha nemmeno formulato una proposta in grado di essere discussa al Consiglio europeo o in una qualsiasi sede istituzionale.
Che la paralisi sia ormai certificata, lo dimostra il congelamento anche del nuovo Patto sull'asilo e i migranti. Approvato dalla commissione il 23 settembre 2020 e lasciato nel cassetto per oltre 2 anni e mezzo. La destra italiana aveva sempre osteggiato questo provvedimento. Lo aveva bocciato come insufficiente. Eppure qualche piccolo passo avanti lo avrebbe consentito. Meglio di niente. Ad esempio su un maggiore coordinamento. Invitava a soluzioni più operative sui ricollocamenti e sui rimpatri, facendo riferimento esplicitamente a "solidarietà ed equa distribuzione delle responsabilità tra Stati membri". Richiesta sempre avanzata dall'Italia. Anche con aspetti meno positivi: ad esempio la priorità nella definizione dei flussi migratori a favore del personale altamente qualificato. Indicazione sostenuta in particolare dalla Germania. Resta il fatto che anche questa proposta è rimasta ferma nel congelatore di Bruxelles e nessuno intende scongelarla adesso.
La dimostrazione di quanto sia corrosivo il tema la si è avuta plasticamente ieri. Nell'apertura della sessione plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo, il primo scontro si è consumato proprio su questo terreno. L'Aula ha bocciato l'invito formulato dal Ppe (i popolari) e in particolare dal suo capogruppo, il tedesco Manfred Weber, a chiedere "una dichiarazione della Commissione e del Consiglio sulla necessità di solidarietà europea verso l'Italia, che affronta una situazione emergenziale a causa del flusso accresciuto di migranti".
Una mossa compiuta dall'esponente popolare che da tempo punta ad una alleanza con i Conservatori di Giorgia Meloni e che soprattutto si muove per indebolire la sua nemica storica, la collega di partito e connazionale Ursula von der Leyen. È stato invece approvato l'inserimento all'ordine del giorno della sessione - avanzato da Socialisti, Verdi e Sinistra e votato dagli stessi popolari, che su questo punto spesso si dividono - di un dibattito a favore di "dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sulla necessità di solidarietà europea e di salvare vite umane nel Mediterraneo, in particolare in Italia". Il punto centrale, in questo caso, è il salvataggio di vite umane.
Ma c'è un argomento che sistematicamente espone l'Italia alle critiche degli alleati: la nostra situazione migratoria non è considerata emergenziale. A corroborare la tesi c'è un dato ufficiale: da dieci anni il numero di stranieri regolari e irregolari presenti in Italia è sempre lo stesso, poco più di cinque milioni. Non proprio il segno di un'invasione.