La sorella di Alessia Sbal, travolta da un camion sul raccordo anulare di Roma: "Un'associazione per combattere la prepotenza dei tir"
di Federica Angeli , di Federica Angeli"Il dolore di una morte così improvvisa e ingiusta bisogna trasformarlo in qualcosa di positivo, altrimenti diventa rabbia e noi non siamo state educate così. Per questo io e mia madre abbiamo deciso di aprire un'associazione intitolata a mia sorella Alessia Sbal. Quello che è accaduto a lei non deve accadere mai più". Ilaria Sbal, 39 anni, ha scelto di canalizzare la sua disperazione in qualcosa che possa "educare al senso civico" i cittadini, gli autisti dei tir in particolare e anche "gli agenti di polizia incaricati di comunicare i decessi dei propri cari".
La tragedia e la supertestimone
Era il 4 dicembre, domenica sera, quando all'altezza del chilometro 2,600 del grande raccordo anulare, tra l'Aurelia e lo svincolo di via Boccea, la 42enne viene speronata da un tir che le taglia la strada. La donna, al volante di una Panda grigia, lo segue e lo invita a fermarsi. Si ferma sulla corsia di emergenza, alle 20.38 chiude la telefonata con un'amica e avverte il 112 dell'atteggiamento aggressivo del camionista. Alle 20.39 la centrale unica di emergenza la richiama e mentre è al telefono con la polizia si sentono le sue ultime parole "fermo, fermo, così mi investi" e viene travolta. Alle 20.44 sul telefono di Alessia arriva la terza telefonata da parte del 112 con il quale aveva parlato poco prima, ma non risponde, è già morta. Per l'omicidio stradale è stato arrestato il camionista, Flavio Focassati, 47 anni, ora agli arresti domiciliari. E' stato grazie a un testimone oculare che si è ricostruita la dinamica di quello che inizialmente sembrava incidente ma che poi si è rivelato essere un omicidio stradale. Poi si è fatta viva anche un'altra donna che era in macchina con un'amica: ha visto il tir speronare da dietro l'auto di Alessia, sorpassarla a destra, tagliarle la strada a sinistra fino a quando non si sono urtati e dunque fermati sulla corsia d'emergenza.
Basta prepotenza dei tir
"Basta alla prepotenza di chi guida mezzi pesanti. Devono essere regolamentati. Questa sarà la prima battaglia che si prefigge l'associazione. Ci batteremo affinché diventi obbligatorio anche in Italia, come già lo è in Europa, un alcol e un narcotest prima che ogni autista si metta alla guida del mezzo. So che alcune grandi catene alimentari che distribuiscono ai supermercati lo fanno già, ma è facoltativo, una scelta a discrezione. Deve invece diventare obbligatorio". L'associazione Alessia Sbal, nasce dal confronto con tantissime persone che dal giorno dopo la morte della donna romana e per tutti questi quattro mesi, hanno raccontato, sulla pagina Fb creata dalla sorella della vittima, ognuno la propria esperienza avuta su strade di tutta Italia con camionisti. Ilaria le ha raccolte tutte ed è entrata in contatto con loro. "Qualche sera fa percorrevo la Pontina - spiega su Fb una utente romana - a tutta velocità perché un tir mi ha tampinato tutta la strada alzando i fari: una cosa spaventosa! Ha continuato a farlo fino al raccordo. Non è possibile che non si possan vedere questi tir dalle telecamere". "Si sentono i padroni della strada - chiosa Marisa Iadiccicco da Como - solo perché sono grandi! Mi è accaduto di essere seguita da un camionista che da dietro si metteva a pochi centimetri dal retro della mia macchina e continuava a suonare e a fare gestacci fino a quando non ha sorpassato. Ma neanche a quel punto era contento: mi si è affincato e mi ha insultato per tanti chilometri, urlando che se voleva mi avrebbe buttato fuori strada. Ho preso la targa, l'ho denunciato ma è finito tutto in una bolla di sapone". Ancora: "Ero in autostrada, viaggiavo di notte - dice Leonardo De Santis di Taranto - il camion improvvisamente si è messo sulla corsia di sorpasso, gli ho lampeggiato, ho iniziato a suonare il clacson, pensavo avesse avuto un colpo di sonno. Lui ha fermato il mezzo di traverso sulla strada, è sceso e ha cominciato a prendere a pugni e calci lo sportello e il finestrino. Ero sconvolto e dallo shock non ho neanche preso il numero di targa" .
Come comunicare un decesso
Non solo un regolamento stringente per chi si mette alla guida di mezzi pesanti, ma anche un appello accorato, senza giudizio né polemica, alle forze dell'ordine che devono comunicare la notizia della morte di un proprio familiare. "Alle 11 di notte del 4 dicembre - racconta Ilaria Sbal - due agenti della polizia stradale sono venuti sotto casa nostra. Io stavo preparando i cornetti caldi per mia sorella. Ci citofonano e io e mia madre scendiamo. Dicono: "Sua figlia ha avuto un malore sul gra, siamo venuti ad avvisarvi". Mia madre chiede loro in quale ospedale l'avessero portata e di avere dettagli su come fosse avvenuto l'incidente, ma loro hanno risposto che non era in nessun ospedale perchè era deceduta. Così, proprio così ce lo hanno detto. Mia madre ha 70 anni, lascio immaginare in quel momento, saputa così la notizia, la reazione". Sono tante le storie di comunicazioni di decessi avvenute in questo modo, senza un minimo di tatto e senza la presenza - obbligatoria da protocollo - di un medico insieme alla polizia, in caso appunto di prevedibili malori a comunicazione ricevuta. Ilaria Sbam le ha raccolte tutte, una per una. "A mezzogiorno del 2 ottobre 2022 - ha dichiarato Nicole Moretti, una ragazza di Rieti - mi stavo preparando per il turno di lavoro al bar che sarebbe iniziato alle 13, mio padre alle 8:25 di mattina già non c'era più ed io non sapevo ancora nulla. Mi metto in macchina e parto, come ogni giorno, ignara di cosa fosse successo. I miei zii, mia madre e la compagna di mio padre erano stati già tutti avvisati dalla polizia stradale di Sulmona, ero rimasta solo io a non sapere che mio padre alle 8.25 di mattina era rimasto vittima di un incidente stradale. Mia madre è stata avvistata dalla polizia stradale con una telefonata, sapeva che io ero in viaggio per andare al lavoro, e quindi ha pensato subito che fosse successo qualcosa a me. Nel frattempo i carabinieri sono andati sia dai fratelli di mio padre che dalla sua compagna, che si trovava nel suo bar. Quando glielo hanno comunicato si è sentita male, poi ha cominciato ad urlare contro i carabinieri di andarsene, per il modo in cui glielo avevano detto. Senza avvisare prima persone che potessero soccorrerla in caso di malore".
"Lo shock mentre guidavo"
"Con i miei zii è successa la stessa cosa - prosegue Nicole - sono andati nelle loro case a comunicare la notizia senza prima informarsi se soffrissero di qualcosa che potesse causare loro un malore ricevendo uno shock del genere. In ultimo, sono stata avvisata io. Per telefono, mentre mi recavo sul posto di lavoro. Mi sono irrigidita e non ho sentito più le gambe mentre guidavo. Per fortuna sono riuscita a fermarmi sul ciglio della strada, mi sono buttata per terra, ero sola, non c'era nessuno che potesse soccorrermi. Non mi sembrava una cosa reale, ho chiamato mio padre e il telefono squillava a vuoto. Non so come sono riuscita a chiamare il mio datore di lavoro che ha chiuso il bar ed è venuto a prendermi. Quella mattina, in macchina con mio padre viaggiava anche una ragazza di 35 anni, una sua collega di lavoro. Lei è riuscita miracolosamente a salvarsi, ma non si era resa conto che mio padre non ce l'aveva fatta. Lo ha chiamato, lo ha scosso, era terrorizzata, ma lui non rispondeva. Pensava fosse svenuto, o che fosse entrato in coma. Sotto shock è riuscita ad aprire con un calcio lo sportello della macchina, si è messa a gridare aiuto ma poi è svenuta. Sono arrivati i soccorsi e l'hanno portata in ospedale, mentre era sulla barella, dopo le prime medicazioni urgenti, ha chiesto al medico dove avevano portato mio padre e come stava. Il medico, senza nemmeno girarsi a guardarla, gli ha detto che era morto".
"Suo figlio è morto"
Una delle storie più toccanti è quella di Armando Sirizotti, Pescara. L'uomo si è subito messo in contatto con Ilaria Sbal per condividere quel dolore che da 20 anni non si spegne più. "Mio figlio è andato a sbattere contro un albero sulla Statale - dice l'uomo - era sabato, l'1 di notte. Mi hanno chiamato i carabinieri e detto di andare subito all'obitorio per fare il riconoscimento di mio figlio. All'obitorio?, ho chiesto io intontito dal sonno, ma è uno scherzo? E loro hanno risposto che non avevano tempo da perdere che mio figlio aveva sbattuto contro un albero perché chissà che cosa si era bevuto". Indelicatezza che si aggiunge all'immenso dolore per la notizia ricevuta che si solidifica nella memoria di chi i primi attimi di notti terribili non li dimenticherà mai. "Basterebbe non dico una carezza - conclude Ilaria - ma almeno una parola di conforto. Dovrebbero insegnare come dare certe notizie. Mi batterò con l'associazione Alessia Sbal anche per questo".