Abbiamo dovuto attendere la fine di aprile affinché la neve tornasse a visitare le Alpi, rinnovando un manto che da mesi si mostrava striminzito e discontinuo anche alle quote più alte. Tanto che settimane fa il Centro internazionale in monitoraggio ambientale (Cima), ha sottolineato che sui nostri monti la neve accumulata al suolo era meno della metà di quella normalmente attesa, confermando quanto già osservato lo scorso anno.
Anche il 2022 è stato infatti avaro di precipitazioni. Non solo, è stato l'anno più caldo registrato in Italia dal 1800, da quando disponiamo di dati affidabili. Le Alpi sono un punto caldo del cambiamento climatico: la temperatura media della regione alpina è aumentata di quasi 2 gradi, a fronte di un aumento medio globale di 1,2. E l'estate 2022 ha infranto diversi primati sulle montagne incastonate nel cuore d'Europa. A fine luglio la quota dello zero termico in Svizzera è schizzata a 5.184 metri, ritoccando il precedente record di oltre 60 metri. Quel giorno, tutti i ghiacciai alpini sono andati in fusione.
In un simile contesto non sorprende che lo stato dei ghiacciai sia sempre più compromesso. La combinazione di scarse precipitazioni e temperature elevate ha provocato tassi di ritiro da record per i ghiacciai alpini. Alcuni si sono assottigliati di 6 metri nell'arco dei mesi estivi. In Svizzera - che custodisce la più estesa area glacializzata delle Alpi - nel 2022 è stato perso il 6% della superficie glaciale totale. Il dato è confermato dal recente report di Copernicus sul clima europeo: oltre 5 chilometri cubi di ghiaccio si sono fusi letteralmente come neve al sole.
Il rapporto Ipcc: "Adottare subito tutte le misure a disposizione per tagliare le emissioni"
Lo squilibrio tra la geometria dei ghiacciai alpini e il clima in cui sono immersi è così forte che per adattarsi alle nuove condizioni si stanno trasformando non solo in superficie, dove la fusione è massima, ma anche in profondità. Con crescente frequenza, chi monitora i ghiacciai delle Alpi riferisce la comparsa di forme particolari sulla loro superficie, come raccontiamo sul numero di Le Scienze in edicola da oggi. La presenza di queste strutture - i crepacci circolari, o calderoni di ghiaccio - è un sintomo dell'indebolimento che colpisce i ghiacciai dall'interno. Sono sistemi di crepacci che si sviluppano ai margini di una depressione presente sulla superficie del ghiacciaio e sono prodotti dal cedimento del soffitto di cavità sotterranee. La fusione sempre più intensa produce grandi cavità, che si allargano di anno in anno senza poter essere sigillate dal gelo invernale.
L'evoluzione dei crepacci circolari è rapida. Dalla loro comparsa bastano pochi anni prima che la volta di ghiaccio al loro centro crolli, aprendo buchi che accelerano il ritiro dei ghiacciai. La loro presenza è una spia che anticipa il collasso di ampi settori glaciali. Una lingua tempestata da simili strutture, come osservato sull'Adamello, è destinata a trasformarsi profondamente nell'arco di qualche stagione. Negli ultimi giorni i ghiacciai alpini hanno finalmente goduto di un insperato sollievo. Ma queste nevicate non bastano certo a colmare i deficit accumulati negli ultimi mesi. Se una rondine non fa primavera, una nevicata non fa inverno.