Migranti dalla Tunisia quintuplicati. Recuperati al largo della costa 210 corpi in dieci giorni
di Leonardo Martinelli , di Leonardo MartinelliTUNISI - Doveva essere una sorta di vertice europeo in terra tunisina, per varare misure concrete a favore del Paese, aiutarlo nella lotta all’emigrazione clandestina verso l’Italia e accelerare gli aiuti economici, sempre più urgenti, visto che la Tunisia rischia concretamente il default sulle finanze pubbliche, forse già nei prossimi mesi. Ma non sono stati fatti passi in avanti. Mentre la Guardia costiera tunisina ha rinvenuto, dal 18 al 27 aprile 2023, 210 corpi di migranti, vittime di diversi naufragi al largo di Sfax, Kerkennah e Mahdia. E' il tragico bilancio del portavoce della Guardia nazionale di Tunisi diffuso in una nota. In coordinamento con le autorità regionali, secondo screening preliminari e in attesa delle analisi del Dna, i corpi - prosegue - le vittime sarebbero tutte originarie di vari paesi dell'Africa subsahariana.
Ma alla fine ieri a Tunisi si è materializzata solo lei, Ylva Johansson, commissaria Ue agli…
TUNISI - Doveva essere una sorta di vertice europeo in terra tunisina, per varare misure concrete a favore del Paese, aiutarlo nella lotta all’emigrazione clandestina verso l’Italia e accelerare gli aiuti economici, sempre più urgenti, visto che la Tunisia rischia concretamente il default sulle finanze pubbliche, forse già nei prossimi mesi. Ma non sono stati fatti passi in avanti. Mentre la Guardia costiera tunisina ha rinvenuto, dal 18 al 27 aprile 2023, 210 corpi di migranti, vittime di diversi naufragi al largo di Sfax, Kerkennah e Mahdia. E' il tragico bilancio del portavoce della Guardia nazionale di Tunisi diffuso in una nota. In coordinamento con le autorità regionali, secondo screening preliminari e in attesa delle analisi del Dna, i corpi - prosegue - le vittime sarebbero tutte originarie di vari paesi dell'Africa subsahariana.
Ma alla fine ieri a Tunisi si è materializzata solo lei, Ylva Johansson, commissaria Ue agli Affari interni, mentre Matteo Piantedosi, ministro degli Interni italiano, e il suo omologo francese, Gérald Darmanin, annunciati da tempo (a lungo, anche la collega tedesca, Nancy Faeser, doveva essere della partita), si sono defilati.
Ieri sera, in videoconferenza da Tunisi, dopo gli incontri ufficiali, Johansson ha espresso a Piantedosi una “grande soddisfazione” per i risultati della missione (nessun dettaglio trapelato, nessun incontro coi giornalisti).
Nel frattempo Nabil Ammar, ministro degli Esteri, una delle personalità che la commissaria ha incontrato, ha ammesso di aver chiesto all’Unione europea di dimostrare “solidarietà” alla Tunisia, soprattutto per arginare l’ormai debordante flusso di migranti in partenza per Lampedusa (a un ritmo cinque volte superiore di un anno fa).
Ammar ha sottolineato “l’importanza del sostegno dell’Unione europea a favore del nostro Paese per portare avanti le sue riforme socio-economiche nel quadro di un partenariato basato sul rispetto mutuo”.
Insomma, siamo sempre lì: la Tunisia chiede aiuti sul fronte dell’emigrazione clandestina, ma per il momento le imbarcazioni della guardia costiera, donate vari anni fa dall’Italia, restano poche e sono in cattive condizioni tecniche. Mentre per gli aiuti economici, anche quelli europei evocati da Ammar, è ormai appurato che nessuno potrà sborsare un euro (nonostante le velleità italiane e in parte francesi ad agire al più presto), finché non sarà per primo il Fondo monetario internazionale a concedere il suo prestito di 1,9 miliardi di dollari, previsto per la Tunisia.
Nell’ottobre 2022 l’Fmi aveva concluso un primo accordo tecnico con il Paese: il via definitivo sarebbe dovuto arrivare entro la fine dell’anno scorso. Ma lo stiamo ancora aspettando, perché il Fondo vuole dal presidente Kais Saied un impegno formale e convinto a realizzare una serie di riforme. Ma quello manca all’appello.
Le riforme strutturali richieste dall’Fmi al Paese sono un’uscita parziale dal sistema di prezzi sovvenzionati applicati a una serie di prodotti (come la benzina), la riduzione della massa salariale dell’amministrazione pubblica e la ristrutturazione delle aziende di Stato, in gran parte vicino al fallimento. Ma, ad esempio, la nuova legge sulla governance di quei carrozzoni pubblici non è operativa, perché Saied non ha ancora messo la sua firma. Senza contare che non si conoscono con precisione i dettagli del testo (l’Fmi vorrebbe che comprendesse la possibilità di privatizzare almeno alcune quote di queste aziende).
Pure la piattaforma digitale (altra richiesta del Fondo) per l’individuazione e il sostegno alle famiglie più povere, perché penalizzate dalla fine di certi prezzi sovvenzionati, non è stata ultimata. Intanto il tempo passa, intanto l’Fmi non dà il suo via libera e intanto anche gli altri Paesi e organizzazioni internazionali non possono concedere i propri finanziamenti. Si possono ancora organizzare tutti gli incontri bilaterali o multilaterali che si vogliono, ma se non si supera questa tappa dell’Fmi, non si va da nessuna parte.
Ebbene, poche ore prima dell’arrivo di Johansson, Saied (che non ha incontrato la commissaria) ha trovato il tempo per invocare lo sviluppo della produzione tunisina di fosfati, fortemente calata dopo la rivoluzione del 2011. “Ci permetterebbe – ha detto – di rimpinguare le nostre casse pubbliche, senza dover essere obbligati a concludere prestiti all’estero”. Come se, grazie a un’ipotetica crescita del business dei fosfati, si potessero evitare il prestito dell’Fmi e gli altri finanziamenti previsti, urgentissimi per salvare la Tunisia dal crack. Sfortunatamente sono solo illusioni. Siamo proprio fuori tema.
Intanto, ieri, Piantedosi ha annunciato alla Johansson che il prossimo 5 maggio si terrà uno specifico tavolo tecnico italo-tunisino, cui potrebbe far seguito un incontro a Tunisi tra il titolare del Viminale e il suo omologo Kamel Feki (molto influente presso Saied).
Speriamo che nel frattempo il Governo tunisino sia andato avanti nel negoziato con l’Fmi e nella preparazione delle riforme volute dall’organizzazione. E speriamo che al di là delle parole si arrivi rapidamente ai fatti, misure concrete per aiutare la Tunisia nella battaglia contro l’emigrazione clandestina e il varo di fondi per evitare il default. I tempi stringono.