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Realtà virtuale, così gli uomini possono 'vedere' la molestia sessuale con gli occhi delle donne

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Abbiamo partecipato a un training della Scuola Universitaria Sant'Anna di Pisa e indossato un visore 3D, che ci ha permesso di metterci nei panni di una ragazza e capire cosa si provi ad essere una preda
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PISA - L'autore dell'articolo che state per leggere non si chiama più Maurizio, 60 anni, giornalista, ma per quattro interminabili minuti diventa una giovane ricercatrice di nome Marta, vittima di molestie. Abbiamo partecipato a un training della Scuola Universitaria Sant'Anna di Pisa e indossato un visore 3D, che ci ha permesso di vivere un'esperienza immersiva di realtà virtuale: il progetto è riservato a un gruppo di allievi, 9 maschi e 5 femmine, e noi l'abbiamo condiviso per metterci nei panni di questa ragazza e capire cosa si provi ad essere una preda, una potenziale vittima, per il solo fatto di essere donna.

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L'esperimento

Il visore, quattro videocamere, due joystick, le cuffie: okay, possiamo cominciare. Siamo Marta, e camminiamo lungo il marciapiede che porta all'Università, dove ci viene incontro il primo avatar maschio. Non &…

PISA - L'autore dell'articolo che state per leggere non si chiama più Maurizio, 60 anni, giornalista, ma per quattro interminabili minuti diventa una giovane ricercatrice di nome Marta, vittima di molestie. Abbiamo partecipato a un training della Scuola Universitaria Sant'Anna di Pisa e indossato un visore 3D, che ci ha permesso di vivere un'esperienza immersiva di realtà virtuale: il progetto è riservato a un gruppo di allievi, 9 maschi e 5 femmine, e noi l'abbiamo condiviso per metterci nei panni di questa ragazza e capire cosa si provi ad essere una preda, una potenziale vittima, per il solo fatto di essere donna.

(agf)

L'esperimento

Il visore, quattro videocamere, due joystick, le cuffie: okay, possiamo cominciare. Siamo Marta, e camminiamo lungo il marciapiede che porta all'Università, dove ci viene incontro il primo avatar maschio. Non è un videogioco, è vita quotidiana. "Bella, dove vai su quei tacchi? Sei una maestrina sexy!". Proseguiamo senza rispondere, ma capiamo che nessuno potrà aiutarci perché la strada è deserta. Altri uomini ci aspettano, altre voci che con un apparente tono galante sbavano una violenza sottile. "Amoreee, vieni che ti offro un caffè. Come sei seria, e fattela una risata! Che fai, mi ignori? Fai la preziosa? Dai, che ti accompagno".

Procediamo verso l'ingresso dell'ateneo, dove ci attendono il professore e un dottorando: è in programma la presentazione pubblica di un lavoro al quale abbiamo contribuito in modo decisivo, però la prima cosa che il professore riesce a dirci è: "Stai molto bene vestita così, Marta, sei molto elegante! Ci fossero più signorine di bella presenza come te alle conferenze, e meno vecchi talponi come me ad annoiare la platea, avremmo sicuramente più aule piene, vero dottore?". Il professore chiama "dottore" il maschio, e noi solo per nome. Nessuno dei due ci lascia parlare. C'è un problema: uno dei relatori sarà assente, e il "dottore" propone al prof di coinvolgere noi nella conferenza. Il docente è perplesso, poi dice sì: "Marta, te la senti di parlare davanti a tutte queste persone? Farai la moderatrice, così con la tua bella presenza ci farai fare anche bella figura come Dipartimento. Non mi distrarrei col tuo intervento, per quello ci sarà tempo in un'altra occasione. Vieni che ti offro un caffè mentre tu studi le biografie dei relatori".

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Un oggetto in vetrina

Sono trascorsi appena 240 secondi, e siamo riusciti più volte a sentirci un oggetto in vetrina. Marta: guardata ma non ascoltata, tirata in ballo ma non coinvolta. Come donna, abbiamo provato un malessere continuo, costrette a tenerci sulla difensiva rispetto a un sessismo solo in apparenza benevolo, in realtà viscido, ambiguo e ammiccante. Come uomo, abbiamo capito che può bastare una mezza frase ritenuta galante o piaciona, per mettere in difficoltà una donna. Una mascolinità tossica che viene considerata normale: il maschio deve fare il maschio, no? Se lei è giovane, graziosa e cammina sui tacchi, provarci è il minimo.

C'è un grande silenzio nell'aula 6 della Scuola Sant'Anna, con vista sul chiostro affrescato. Il luogo è splendido, uno degli istituti (pubblico, va sottolineato) di maggiore eccellenza nell'insegnamento in Italia. Ragazzi e ragazze seguono il percorso di Marta, ognuno con il suo visore sugli occhi, come noi. In quei quattro minuti c'è un notevole concentrato di studi sociali e intelligenza percettiva, in una realtà virtuale che racconta un bel po' di storia contemporanea, i suoi guasti, i pregiudizi, le discriminazioni e la reale barriera di genere che si oppone all'empatia e al soccorso, quando invece sarebbe il caso di intervenire. Contro il catcalling, e non solo.

Un'oppressione psicologica e fisica

 

Dopo l'esperienza, parlano i ragazzi. "Noi donne siamo purtroppo abituate a sentirci così: sempre potenziali vittime", dice Erica. "Nella realtà virtuale, i maschi sono statici ma spesso può accadere di doversi sottrarre con il corpo, non solo con le parole". Nicolò è colpito da un altro aspetto: "Marta è piccolina, appena un metro e 60, e questi maschi che la circondano e le fanno battute sgradevoli la opprimono anche fisicamente". Le compagne di Nicolò sono d'accordo.

"Il nostro training vuole dimostrare cosa provi realmente una donna oggetto di violenza, non quella più estrema ed eclatante ma il tipo più subdolo, quotidiano: perché la violenza è anche un fenomeno culturale", spiega la professoressa Anna Loretoni, coordinatrice del lavoro. Alla Scuola Sant'Anna insegna filosofia politica ed è la prima donna preside. "Si tratta di un progetto europeo che, grazie alla robotica, unisce i contributi di sociologia, psicologia, ingegneria, teoria politica e giuridica. Vorremmo che per i ragazzi questo fosse un percorso di consapevolezza, con intenti preventivi: per capire il danno che possono fare gli sguardi, certi atteggiamenti, determinate frasi, il linguaggio del corpo: un sessismo a volte meno evidente, ma non per questo meno pesante". Marta sa cosa vuol dire. Non è stato piacevole essere lei, neppure per pochi minuti.