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Cara Ambra, giusto chiedere la parità ma le "vocali" al femminile sono una conquista delle donne

In un momento in cui il “maschile istituzionale” sta riprendendo quota, bene battersi per quel 20% di retribuzione in meno. Ma anche contro il cono d'ombra che continua a renderci invisibili. E quando le cose sono nominate male, non si fa altro che aggiungere sofferenza e disordine
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Ambra ha ragione quando punta il dito contro le disparità di genere e chiede parità salariale e rispetto. Ha ragione quando ricorda che, dopo aver avuto un figlio, una donna su cinque non lavora più. E ha fatto bene a parlarne sul palco di Piazza San Giovanni, durante il concertone del 1° maggio, citando esplicitamente l’articolo 36 della nostra Costituzione. Però. C’è sempre un “però” quando si propone o si accetta uno scambio, come ha fatto Ambra Angiolini dicendo: “Riprendetevi le vocali in fondo alle parole, ma ridateci il 20% di retribuzione”.

C’è sempre un “però” quando si cede su qualcosa per ottenere qualcos’altro. C’è sempre un “però”, soprattutto, quando si pensa che le parole siano semplici segni e che, quando si nomina una professione, il genere dei termini sia una mera questione di “vocali”. Non solo (e non ta…

Ambra ha ragione quando punta il dito contro le disparità di genere e chiede parità salariale e rispetto. Ha ragione quando ricorda che, dopo aver avuto un figlio, una donna su cinque non lavora più. E ha fatto bene a parlarne sul palco di Piazza San Giovanni, durante il concertone del 1° maggio, citando esplicitamente l’articolo 36 della nostra Costituzione. Però. C’è sempre un “però” quando si propone o si accetta uno scambio, come ha fatto Ambra Angiolini dicendo: “Riprendetevi le vocali in fondo alle parole, ma ridateci il 20% di retribuzione”.

C’è sempre un “però” quando si cede su qualcosa per ottenere qualcos’altro. C’è sempre un “però”, soprattutto, quando si pensa che le parole siano semplici segni e che, quando si nomina una professione, il genere dei termini sia una mera questione di “vocali”. Non solo (e non tanto) perché ciò che le altre persone sanno di noi si fonda anche sulla forma e sull’apparenza – e nell’apparenza non c’è solo l’immagine, l’esteriorità o la parvenza dell’essere, c’è pure lo specifico modo in cui ognuno di noi viene definito o ricordato. Ma soprattutto perché non c’è opposizione tra forma e sostanza, anzi, la forma attualizza la sostanza e la sostanza riflette la forma. E quando le cose vengono nominate male, non si fa altro che aggiungere sofferenza e disordine al mondo, come un giorno ha detto molto giustamente il grande Albert Camus.

Le parole mettono ordine, le parole indicano la direzione, le parole hanno sempre un potere performativo; e quindi agiscono, modificano, creano, esattamente come, al contrario, possono ferire, fare a pezzi e distruggere. La modalità che utilizziamo per esprimerci ha un effetto diretto sulle persone che ci ascoltano e sulla loro capacità (o incapacità) di percepirne i contenuti. E il linguaggio, che è poi ciò che caratterizza specificatamente ogni essere umano, è il primo modo attraverso il quale definiamo la nostra identità di una persona. Certe cose non esistono finché non vengono nominate, e la lingua, che è organismo fluido e che si consolida nel tempo, non serve solo a rispecchiare la realtà, ma contribuisce anche a modificarla.

Ormai lo sappiamo bene: finché la gelosia assassina rivolta contro le donne è stata chiamata “raptus improvviso” e la violenza di genere un “amore malato”, si sono confuse le acque, e si è lasciato credere che ci potesse essere un rapporto tra l’amore e la violenza, banalizzando l’odio. Allora, lo ripeto, Ambra ha ragione quando chiede più lavoro e più uguaglianza, ma ha anche torto quando pensa che termini come “avvocata”, “architetta”, “ingegnera” o “sindaca” siano solo “armi di distrazione di massa”, e quindi polvere buttata in faccia alla gente.

Un tempo, le donne non avevano accesso a molte professioni e, ancora oggi, faticano a farsi riconoscere nei ruoli che occupano: quando un cliente entra in uno studio legale e incrocia una donna, la tendenza spontanea è quella di pensare che si tratti di una segretaria, ci si rivolge a lei dandole del tu, e le si chiede di poter parlare con “l’avvocato”, anche se l’avvocata è lei, e l’assistente uomo che le gira accanto non ha né i suoi titoli né le sue competenze. Ma l’abitudine porta a credere che il capo sia lui, mentre l’avvocata diventa trasparente. E discorsi analoghi si possono fare per tutte quelle altre professioni che, per secoli, sono state all’appannaggio dei soli maschi.

Nomen omen, dicevano i latini con un’espressione che, letteralmente, significa “il nome è un destino”. E avevano perfettamente ragione, non tanto perché il nome con cui ci chiamano i nostri genitori debba necessariamente determinare la nostra storia, quanto perché i termini che ci designano e ci qualificano portano con sé lo sguardo che si ha sul mondo e sulla realtà, e quindi il riconoscimento e il valore che ha (e deve avere) il lavoro femminile. E in un momento in cui il “maschile istituzionale” sta purtroppo riprendendo quota, forse è necessario battersi non solo per il 20% di retribuzione che manca a noi donne, ma anche per uscire dal cono d’ombra che, in assenza delle parole giuste, continua a renderci invisibili.