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La forza di Peppino Impastato: il martire irriverente che dileggiava i boss ora è l’idolo dei giovani

Un murale dedicato a Peppino Impastato 

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Domani ricorrono i 45 anni dall’omicidio dell’uomo che la mafia tentò di fare passare come terrorista. E sono ancora vivi i veleni per i depistaggi
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È un simbolo della resistenza, Peppino Impastato, un’immagine iconica della lotta alla mafia fatta con l’informazione e la denuncia. La forza delle sue idee lo hanno reso un punto di riferimento per gli adolescenti. E i 45 anni che ci separano dalla sua uccisione (9 maggio 1978) non hanno scalfito l’esempio di questo giovane irriverente che lottava contro i boss.

Il tempo trascorso ha fortificato la memoria, e le migliaia di persone che ogni anno si presentano a Cinisi a visitare “casa memoria” o nel giorno dell’anniversario della sua uccisione, lo rendono “immortale”.
Le parole e le informazioni amplificate da un microfono di una piccola radio privata nel palermitano sono state le sue armi. Uno strumento di comunicazione efficace per diffondere notizie che svelavano intrecci mafiosi in una zona dove Cosa nostra era protagonista non solo di un vasto traffico di eroina fra la Sicilia e l’America, ma anche di speculazioni edi…

È un simbolo della resistenza, Peppino Impastato, un’immagine iconica della lotta alla mafia fatta con l’informazione e la denuncia. La forza delle sue idee lo hanno reso un punto di riferimento per gli adolescenti. E i 45 anni che ci separano dalla sua uccisione (9 maggio 1978) non hanno scalfito l’esempio di questo giovane irriverente che lottava contro i boss.

Il tempo trascorso ha fortificato la memoria, e le migliaia di persone che ogni anno si presentano a Cinisi a visitare “casa memoria” o nel giorno dell’anniversario della sua uccisione, lo rendono “immortale”.
Le parole e le informazioni amplificate da un microfono di una piccola radio privata nel palermitano sono state le sue armi. Uno strumento di comunicazione efficace per diffondere notizie che svelavano intrecci mafiosi in una zona dove Cosa nostra era protagonista non solo di un vasto traffico di eroina fra la Sicilia e l’America, ma anche di speculazioni edilizie. Il boss Gaetano Badalamenti si sentiva il padrone, abituato a mantenere un ferreo controllo del territorio e degli uomini, mal sopportava l’attività di Impastato.

E poi c’era quel suo modo irridente di sfidare il padrino e i suoi picciotti. Peppino era un leader e un bravo comunicatore. Non aveva in tasca la tessera di giornalista, ma sapeva informare. Proveniva dall’esperienza della sinistra extraparlamentare e con il suo modo di fare costituiva una costante spina nel fianco dei mafiosi.

Il boss veniva rappresentato con irriverenza da Peppino nelle sue trasmissioni radiofoniche. Storpiava il nome e lo chiamava «il grande capo, Tano Seduto». E i cittadini ridevano di lui. Sogghignavano nascosti nelle loro case mentre ascoltavano la radio. L’ironia e l’irriverenza erano il taglio informativo per far comprendere gli affari illegali del boss a spese della comunità.

La paura che avevano a Cinisi di Badalamenti portava a isolare Peppino, che costituiva per la sua sola esistenza un affronto per il boss, rappresentando in ogni sua trasmissione, ogni sua parola, una sorta di sfida e oltraggio allo strapotere mafioso. Per questo Badalamenti decide di ucciderlo. Andava eliminato con la violenza, ma anche con la calunnia per evitare che diventasse un martire, un simbolo dell’antimafia e per questo motivo i suoi sicari hanno provato a far credere che era morto mentre metteva una bomba sui binari della ferrovia. Volevano farlo passare per terrorista.

Poco prima dell’una di notte del 9 maggio 1978 Peppino Impastato viene sequestrato da un commando e trascinato sui binari, massacrato a colpi di pietra. Una volta tramortito è stato legato a una carica esplosiva e fatto esplodere sulle rotaie. Di Peppino sono rimasti solo brandelli di carne.

La mafia voleva una messinscena per simulare la morte accidentale di un “Impastato eversore”, vittima dei preparativi di un fallito attentato terroristico, come hanno avvalorato alcuni ufficiali dei carabinieri che si sono occupati delle indagini.

Antonino Caponnetto, capo dell’Ufficio istruzione ai tempi di Borsellino e Falcone, definì i ritardi e le omissioni degli apparati investigativi come un «depistaggio». I magistrati si resero conto di essere stati fuorviati e iniziarono a indagare sulla pista mafiosa, ma vennero bollati come giudici rossi. Il maggiore dei carabinieri Tito Baldi Honorati nella corrispondenza interna diretta ai vertici dell’Arma, accusava il giudice istruttore Rocco Chinnici di avere sposato l’ipotesi dell’omicidio di mafia perché magistrato di sinistra.

Nella lettera si legge: «Solo per attirarsi le simpatie di una certa parte dell’opinione pubblica conseguentemente a certe sue aspirazioni elettorali, come peraltro è noto, anche se non ufficialmente ai nostri atti, alla scala gerarchica». Queste parole — non condivise allora dalla scala gerarchica dell’Arma — furono scritte dopo che Chinnici era stato ucciso dalla mafia, non certo per le sue pretese ambizioni elettorali, ma perché era uno di quei magistrati che non si limitava a indagare solo sulla manovalanza mafiosa, ma pure sui potenti colletti bianchi che dominavano la città e la regione.

Ci si chiede perché quelle indagini furono depistate: per incompetenza di chi indagava o perché Badalamenti doveva essere protetto? Sostenere la pista del suicidio escludendo qualsiasi responsabilità del capomafia è paradossale, tanto che i pm pochi anni fa hanno indagato, ipotizzando che uno degli investigatori dell’epoca Antonio Subranni, avrebbe compiuto questa scelta «in cambio della promessa di un appoggio per una celere progressione in carriera». Accusa archiviata.

Ciò che è avvenuto 45 anni fa, come hanno scritto i pm, getta una luce sinistra sulle relazioni fra alcuni settori di Cosa nostra e le articolazioni degli apparati investigativi dello Stato, certamente non riconducibili a un mero rapporto investigatore-confidente. Ma oggi Peppino può rivivere, vincendo sui mafiosi, grazie anche alle migliaia di giovani che urlano il suo nome sotto la casa della famiglia Badalamenti, a cento passi dalla sua.