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Emilia Romagna, un'Apocalisse di acqua e morte: diecimila sfollati

Esondano 21 fiumi, nove vittime. Il racconto dai paesi isolati e senza viveri: “Come un terremoto”
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CASTEL BOLOGNESE (RAVENNA) - Arrivano i sommozzatori, il che è un brutto segno. Vuol dire che c’è gente sott’acqua, lo capisce anche un bambino come quello che scende a fatica dal mezzo anfibio dei vigili del fuoco, ed è muto, e ha i pugni stretti e gli occhi sbarrati come una bambola. Avrà 10 anni e ha capito benissimo che la morte l’ha quasi toccato, poi sono arrivati questi dal Veneto e l’hanno salvato con padre e madre, e un signore anziano in pantaloni corti e ciabatte fradice. «Li abbiamo presi su a Solarolo, c’era un metro e mezzo d’acqua». Mai stati a Solarolo prima, questi vigili che arrivano da Padova, Treviso e Vicenza, una colonna che a fatica è scesa verso il disastro, un nuovo Polesine si è spalancato davanti ai loro occhi, poi si sono arresi. A Forlì non arriveranno mai, i ponti sono chiusi o crollati, l’autostrada chiusa per ore, da qui fino al mare c’è u…

CASTEL BOLOGNESE (RAVENNA) - Arrivano i sommozzatori, il che è un brutto segno. Vuol dire che c’è gente sott’acqua, lo capisce anche un bambino come quello che scende a fatica dal mezzo anfibio dei vigili del fuoco, ed è muto, e ha i pugni stretti e gli occhi sbarrati come una bambola. Avrà 10 anni e ha capito benissimo che la morte l’ha quasi toccato, poi sono arrivati questi dal Veneto e l’hanno salvato con padre e madre, e un signore anziano in pantaloni corti e ciabatte fradice. «Li abbiamo presi su a Solarolo, c’era un metro e mezzo d’acqua». Mai stati a Solarolo prima, questi vigili che arrivano da Padova, Treviso e Vicenza, una colonna che a fatica è scesa verso il disastro, un nuovo Polesine si è spalancato davanti ai loro occhi, poi si sono arresi. A Forlì non arriveranno mai, i ponti sono chiusi o crollati, l’autostrada chiusa per ore, da qui fino al mare c’è un mare di fango, e più di diecimila sfollati lungo tutta la via Emilia.

E i morti, che hanno fatto la fine dei topi, annegando miseri, cercando la fuga dall’acqua. «E non è neanche esondato il Po, questa volta», dice il volontario di una Misericordia. «Qui è esondato il Senio, una specie di torrente che è diventato un fiumone», lo dice ancora stupito. Al sottopasso in fondo al paese un uomo è morto in auto, il Senio è arrivato veloce, l’auto è stata trascinata via da una corrente così forte, e lì sotto si è bloccata. Si può davvero morire così, in un attimo o quasi. Chi era, il sindaco Luca Della Godenza non lo sa, «non me l’hanno ancora detto. Qui è il caos, lo vede». Ieri mattina è rimasto isolato in Comune, lui e qualche assessore, e da lì mentre l’acqua saliva ha lanciato un appello: «Aiutateci, siamo sommersi. Molti cittadini sono saliti ai piani alti. Mandate la Protezione civile, i vigili…». È arrivato l’esercito da Forlì, i militari della fanteria aeromobile, ma in questa incredibile acqua alta i loro VM servono a poco. Qualche ora più tardi, un altro appello: «Non abbiamo più viveri». Sembrava un matto, ma non lo è, per quanto stremato, avendo evacuato quasi tutti i 9.500 abitanti, molti ricoverati nel palasport, altri scappati verso Imola. Alle 5 del pomeriggio erano finiti anche i pochi biscotti e pure la minerale, perciò ha chiamato la prefettura e chiesto per favore «pasti caldi. Per quanti? Di preciso non so, ma tanti».

Altri sindaci disperati come lui, a fare la conta dei morti e ritrovandosi senza acqua potabile, e no elettricità, no luce, no connessione internet. Da Bologna, dove è esondato il Ravone, in parte costretto sottoterra e sconosciuto ai più, ma quando è uscito dal tunnel è esploso e la via Saffi è andata sott’acqua. Bologna, non un paese dell’Appennino, come i tanti attualmente isolati. E cosa è successo, è facile dirlo. È piovuta in due settimane la pioggia che di solito arriva in sei mesi. Il terreno non assorbe, ma collassa. Gli argini cedono subito, sono così fragili che si sbriciolano, scompaiono, l’acqua quindi ha il via libera e avanza, distrugge, infine sommerge.

Nove i morti, a partire da quella donna di Ronta di Cesena che è stata sorpresa nei campi davanti a casa. Il Savio, un altro di questi fiumi di piccola e media portata, è arrivato veloce e ha ucciso il marito e la moglie, lui stremato dal tentativo di resistere alle acque, e di salvare lei che invece è stata portata via, giù per 20 chilometri. Ritrovata al mare, sulla spiaggia di Zadina, che è già Cesenatico.

Intanto, anche a Modena hanno deciso di chiudere i ponti. Il Secchia fa paura, e queste sono terre di fiumi e canali che si intrecciano, basta poco per fare un bis del disastro. Il ponte della Motta è venuto giù, e arrivando da nord, ecco che la strada si interrompe a un posto di blocco. La Bassa è devastata, a destra campi allagati, a sinistra anche, e i canali scoppiano e cercano nuove strade di sfogo, che sono poi le provinciali come quella che collega Molinella, Budrio, Medicina. Guardie forestali in piedi da 40 ore fermano e sconsigliano di proseguire, intanto ricomincia a piovere forte e la gente bestemmia, «abbiamo tanto pregato per l’acqua, e adesso ci distrugge».

Il canale della bonifica Garda Basso è esondato, avanti non si va, bisogna fermarsi e decidere se andare di qua o di là, intanto sul pelo dell’acqua passa un cane, morto, e subito dopo due galline, che poi la corrente si porta via. Da Argenta al ponte sul Reno, una coda di auto cerca di superare il posto di blocco. «Oltre non si va, è tutto allagato», dice un poliziotto della Stradale che ha messo la macchina di traverso. Il bar Bastia è pieno di gente angosciata. Una donna piange, «la prego, mi faccia passare, io devo andare a Cesena. Mia madre è sola e malata, e abita al pianterreno». Ma non si può, «se la lascio passare io, poi c’è il secondo posto di blocco dei carabinieri, a Cesena non si arriva». Si torna indietro, in una coda di Tir che scappano verso Nord. Cesena da qui è irraggiungibile, bisognerebbe tornare su Bologna, ma come si fa. Si attraversano chilometri di campagna sommersa, solo i corvi aggrappati sui fili della luce, si incrociano auto della Protezione civile con i lampeggianti accesi, sotto un cielo basso di nuvole scure.

Faenza, come arrivarci, il Lamone è giusto straripato. Forlì si è ritrovata l’acqua in piazza, e una coppia l’hanno rintracciata i sommozzatori, ma erano cadaveri, e un uomo pure, l’altra sera, il primo morto forse di questa nuova alluvione. Giù fin verso Ravenna, dove gli sfollati li hanno messi nel museo cittadino. Tra fiumi e torrenti sono esondati in ventuno, cioè quasi tutti. L’Idice, il Sillaro, il Santerno. Il Lamone, il Pisciatello dal nome ridicolo, ma anche questo ormai fa paura. E il Voltre, il Bidente, che solo quelli del posto conoscono. E volano gli elicotteri, che però hanno bisogno di atterrare da qualche parte, e di terra ferma ormai ce n’è poca. Eppure, era già allerta rossa da giorni, e tutti sapevano che dopo la grande acqua di due settimane fa, sarebbe bastato poco per arrivare a questo punto, cioè con l’Italia tagliata a metà come su una specie di nuova Linea Gotica, i treni interrotti, l’autostrada in più punti allagata e quindi assai pericolosa, il traffico deviato e isterico lungo tutta la via Emilia.

E giù fino a Rimini, Riccione, con migliaia di turisti per lo più tedeschi già arrivati sull’Adriatico per il weekend di Pentecoste, e quindi tutti cercando rifugio verso l’entroterra della Romagna e su, in direzione Bologna, ma anche lì, dove andare? Così si sono creati altri ingorghi, oltre a quelli dell’acqua che tracimando ha distrutto, nel via vai dei mezzi di soccorso diretti verso un punto e poi costretti a tornare indietro da un ponte pericolante, una strada impraticabile, in lontananza fabbriche e enormi cascine che si specchiano in un’acqua che non c’era, l’orizzonte è cambiato di colpo. E cambia anche dove uno pensa di stare sicuro. In montagna, l’Appennino che si sgretola di frane, i paesi isolati. Il sindaco di Modigliana, Jader Dardi, aveva due strade ancora praticabili e non le ha più. E chi non ha più casa è sistemato in canonica, i volontari sperano di riuscire a portarli verso il basso, lungo la strada che scende a Faenza, l’unica, ma solo per i mezzi di soccorso. Duecento frane, malcontate, hanno rosicchiato Brisighella, Castrocaro, Tredozio. Il fango scende a valle, tutti sanno che pioverà ancora, e sarà un’altra acqua cattiva.