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Alluvione Emilia-Romagna, paura e rabbia nella fabbrica del cibo sommersa dall'acqua: "Fiumi e terra abbandonati a se stessi"

Paesi e famiglie isolati e senza luce, animali a rischio e raccolti distrutti. La disperazione di agricoltori e allevatori: "Da subito abbiamo capito che nessuno ci avrebbe salvato. Moriamo lentamente per l'incuria della politica"
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CONSELICE (RAVENNA) - Tra i filari dei peri e i vigneti nuotano le carpe trascinate dalla corrente del fiume Lamone, che ha sfondato gli argini a Boncellino. Distese di grano, erba medica e mais marciscono sotto due metri di acqua. Il fango risucchia le serre sotto cui maturavano peperoni e pomodori. Vacche e vitelli ruminano fieno fradicio sotto stalle ridotte a lagune, con il ventre affondato nell'acqua. Le frane aprono voragini e inghiottiscono le campagne, assediando centinaia di aziende agricole. Migliaia le famiglie di contadini e allevatori isolate da tre giorni, prive anche del lusso di lasciarsi evacuare su gommoni ed elicotteri, abbandonando campi e animali.

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"La terra non si abbandona"

Si concentra nella Bassa Romagna il dramma che travolge la fabbrica italiana del cibo, sommersa dalle due alluvioni del maggio…

CONSELICE (RAVENNA) - Tra i filari dei peri e i vigneti nuotano le carpe trascinate dalla corrente del fiume Lamone, che ha sfondato gli argini a Boncellino. Distese di grano, erba medica e mais marciscono sotto due metri di acqua. Il fango risucchia le serre sotto cui maturavano peperoni e pomodori. Vacche e vitelli ruminano fieno fradicio sotto stalle ridotte a lagune, con il ventre affondato nell'acqua. Le frane aprono voragini e inghiottiscono le campagne, assediando centinaia di aziende agricole. Migliaia le famiglie di contadini e allevatori isolate da tre giorni, prive anche del lusso di lasciarsi evacuare su gommoni ed elicotteri, abbandonando campi e animali.

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"La terra non si abbandona"

Si concentra nella Bassa Romagna il dramma che travolge la fabbrica italiana del cibo, sommersa dalle due alluvioni del maggio più nero della sua storia. Rabbia, disperazione e denunce nei casolari che galleggiano come isole nella corrente, mutando anche il profilo dell'epicentro alimentare europeo. "Siamo stati abbandonati - dice Giacomo Fucci, che a Conselice ha una stalla con 150 mucche - perché soldi e potere si concentrano nelle città. Dal primo istante abbiamo capito che nessuno sarebbe venuto a salvarci. Qualcuno ci ha raggiunto solo per ordinarci di andarcene e di portare le bestie al macello. La terra non si abbandona: mi è venuto da piangere". Qui ancora manca l'acqua potabile e le strade sono interrotte. Alle aziende si arriva in gommone, o navigando sui trattori più grandi. Persone e animali si dissetano grazie alle autobotti.

Animali a rischio di vita

"Siamo vivi - dice Giampietro Sabbatani, direttore della cooperativa dei braccianti Massari - grazie al letame. Lo abbiamo accumulato attorno a case e stalle, ci ha fatto da argine. Centinaia di animali, immersi nell'acqua, rischiano però di morire di sete". Troppi pesticidi e carburanti, nella piena dei fiumi più inquinati della pianura Padana. "Ogni vacca - dice l'allevatore Gabriele Tonnini - beve 130 litri d'acqua potabile al giorno. Senza questa riserva, si ammala e non produce latte. Da tre giorni rischiamo la vita per pompare 400 mila ettolitri da un pozzo a dieci chilometri dalla stalla". Attorno, 2574 ettari di campi sommersi sotto 2 metri di acqua e fango. Assieme a frutta e ortaggi, si coltivavano cereali, erba e soia per gli animali. Ora marciscono e soffocano perché le radici non ricevono ossigeno.

Isolati, senza acqua né luce

"In questo periodo ero autosufficiente - dice Marco Unibosi, allevatore di Casola Valsenio - invece per resistere sto acquistando fieno a 27 euro al quintale e paglia a 6 euro. Impossibile ipotizzare sfalci: ogni giorno perdo anche i soldi che non guadagno". Su oltre 100 mila ettari di campagna allagate, solo nel Ravvenate, l'incubo non sono però gli affari, ma la vita. Inascoltati gli appelli ad evacuare almeno i più anziani tra gli oltre 10 mila agricoltori. Senza elettricità, da martedì la maggioranza degli isolati non è contattabile nemmeno via telefono. La piena si porta via i frutteti e condanna 100 mila maiali ad annegare, ma prima ancora lascia dietro di sé la prospettiva di un definitivo deserto sociale.

"Da 15 anni gli alvei dei fiumi sono abbandonati"

"Questa terra - dice Assuero Zampini, direttore di Coldiretti Ravenna - sfamava anche le famiglie di 10 mila stagionali, più quelle dell'indotto di succhi e conserve. Con i raccolti perduti e le campagne sconvolte per anni, si svegliano senza lavoro, né speranza". La devastazione, tra Lugo di Romagna, Santerno e Piangipane, è tale che gli orti e i frutteti più rigogliosi del Paese non sono più nemmeno intuibili, cancellati dall'onda senza fine di canali, fossi e fiumi in cerca di sbocchi originari. "Avevo 80 ettari di pere, mele, pesche, albicocche e kiwi - dice a Bagnacavallo Carlo Calderoni, frutticoltore di 28 anni alla quarta generazione - forse ne salvo la metà. Le piante sono state sradicate dalla violenza del Lamone, oltre 100 mila euro di danni per la mia famiglia sono troppi. In tivù non si vedono contadini salvati dai tetti delle case: noi moriamo lentamente, schiacciati sotto la terra sconvolta, e quando le aziende chiudono nessuno ne parla". La denuncia accomuna l'intera popolazione dell'Emilia Romagna. "Da 15 anni - dice Ivo Tedioli, coltivatore di kiwi a Brisighella - gli alvei dei fiumi sono stati abbandonati, trasformandosi in boschi. Gli argini, privi di cure, sono stati colonizzati e ridotti a colabrodo da istrici e roditori. Montagne di legname e di fango, con la piena, hanno tappato i corsi d'acqua, innescando esondazioni e rotture. Nessuno ha raccolto i nostri appelli, nemmeno a creare invasi e casse di espansione contro ormai croniche alluvioni e siccità. La corrente trascina fino al mare perfino le pompe per l'irrigazione, ancora subacquee".

La rabbia per una politica assente dalla cura del territorio

La gente dei campi, che non può fuggire dalle calamità, la definisce "disattenzione". Passata la prima emergenza, tra Faenza e Ravenna ora però monta la rabbia contro una politica sistematicamente assente dalla cura del territorio. "Per questa distrazione di Stato i miei maiali di razza mora romagnola - dice a Brisighella Claudia Buzzegoli, isolata in casa con i figli piccoli - da tre giorni non hanno cibo, né acqua. Tutte le strade che portano qui sono interrotte, una frana minaccia di portarsi via il costone della collina e la mia azienda. Molti di noi, perduta la terra, non potranno rialzarsi: fa male sentire che, per chi invece ha la responsabilità di governare, la colpa è della natura e del clima che cambia". Quest'acqua impazzita, con la vita e le case della gente, consuma terra, semi, piante, ortaggi, prati, animali. "Miliardi di danni - dice Alberto Guerra, frutticoltore isolato a Bagnacavallo - sono una catastrofe che i sacrifici, con il tempo, affrontano. Se il cuore del cibo italiano si ferma per infarto, non si guarisce". Quindicimila evacuati, decine di migliaia isolati: nella culla alimentare gonfia di acqua si fatica a trovare qualcosa da mangiare e da bere.