La resistenza di Ravenna: le campagne sacrificate per salvare la città-gioiello
dal nostro inviato Giampaolo VisettiRAVENNA - Tavoli, divani, batterie di piatti e palloni navigano nella corrente avvelenata di una periferia ritornata palude. Gli oggetti rigurgitati dalle case sommerse segnalano ai tecnici della Protezione civile il livello e la velocità di canali ridotti a dilaganti budini alla nocciola. Riportano Ravenna indietro di tre secoli, mentre il centro della città-gioiello della Romagna, isolato tra il mare e la sua nuova laguna, riemerge intatto dalla notte più lunga: quella indimenticabile della grande paura, che l'ha spinta fino a un passo dalla catastrofe. A salvare finora il tesoro della civiltà bizantina, opere idrauliche iniziate nel 1500, venti e maree tornati generosi, migliaia di uomini accorsi da tutta Italia, un dispiegamento di idrovore e pompe senza precedenti, due muri di terra alzati a Fornace Zarattini e contro il torrente Via Cupa, distese di campagne sacrificate per disperdere un oceano d'acqua precipitato dalle colline squarciate dall…
RAVENNA - Tavoli, divani, batterie di piatti e palloni navigano nella corrente avvelenata di una periferia ritornata palude. Gli oggetti rigurgitati dalle case sommerse segnalano ai tecnici della Protezione civile il livello e la velocità di canali ridotti a dilaganti budini alla nocciola. Riportano Ravenna indietro di tre secoli, mentre il centro della città-gioiello della Romagna, isolato tra il mare e la sua nuova laguna, riemerge intatto dalla notte più lunga: quella indimenticabile della grande paura, che l'ha spinta fino a un passo dalla catastrofe. A salvare finora il tesoro della civiltà bizantina, opere idrauliche iniziate nel 1500, venti e maree tornati generosi, migliaia di uomini accorsi da tutta Italia, un dispiegamento di idrovore e pompe senza precedenti, due muri di terra alzati a Fornace Zarattini e contro il torrente Via Cupa, distese di campagne sacrificate per disperdere un oceano d'acqua precipitato dalle colline squarciate dalle frane e fatto defluire rompendo gli argini dei fiumi prima che la piena sommergesse anche il cuore della Riviera.
La resistenza del popolo
Il bilancio di questa coraggiosa resistenza popolare, per il Ravvenate che oggi richiama gli acquitrini malarici pre-bonifiche, ha però il peso di un macigno. "Sei morti e un disperso - dice il sindaco Michele De Pascale - 30 mila persone evacuate, 2 mila sfollati rifugiati in 5 centri d'accoglienza, 100 mila chilometri quadrati di territorio allagato, il 16% del totale, pari alla superficie di Milano". La piena, prima di travolgere la Bassa Romagna e Ravenna, in tre giorni ha percorso e devastato 70 chilometri di campi, città, borghi e fattorie. "Pensavamo di esserci salvati - dice Roberto Antonelli mentre guarda la sua casa isolata - invece i canali Magni, Drittolo e Valtorto non sono riusciti a scaricare tutto nella pialassa Baiona, indirizzando l'acqua verso il vecchio porto fluviale". Il quartiere sommerso a nord di Ravenna è stato evacuato grazie a gommoni, pedalò e canoe portati da volontari e studenti auto-mobilitati. Ancora svuotati, almeno fino al termine dell'allerta rossa, Serraglio, Canalazzo, Fornace Zarattini, Borgo Faina, Borgo Montone, Piangipane, località Bassette e Santerno. L'emergenza-piena, per la terza volta in cinque giorni, investe ora in particolare Conselice, Lavezzola, Russi e Godo. Qui una catena umana di centinaia di residenti tenta di salvare ciò che resta dei paesi, nuovamente sgomberati, alzando muraglie di sacchi di sabbia contro gli argini rotti. Decisivi per il destino di Ravenna, sommersa fino alle sue porte lungo la Romea, i terrapieni di due metri alzati in poche ore a un chilometro dal centro e la cintura di decine di idrovore offerte da mezza Italia. "Solo nella Canala - dice Giampaolo Cipriani, tecnico del consorzio di bonifica romagnolo - ne abbiamo 15, capaci di pompare verso la pineta oltre un milione di metri cubi d'acqua al minuto".
La svolta
La svolta, all'alba di sabato. Attorno alle 4 il livello della piena, arrivato a nove centimetri del punto di non ritorno per il centro, si è fermato e prima di mezzogiorno è calato di una decina di centimetri. Ad accogliere l'acqua dei canali consortili scoppiati, su richiesta del prefetto Castrese De Rosa, 500 ettari di campagne a grano, mais ed erba medica, offerte da una cooperativa di braccianti. "Anni di fatiche perduti - dice il presidente Fabrizio Galavotti guardando la devastazione - ma abbiamo scelto di salvare la vita a centinaia di persone e di assicurare un futuro alla nostra città". Rompere volutamente gli argini, in alcuni punti, è un tentativo idraulico senza precedenti. Come quello di invertire il corso del Canale emiliano-romagnolo, costringendolo a scaricarsi più a nord, nel bacino del Po. "Per fortuna - dice Giuseppe Simeone, comandante dei sommozzatori della Guardia costiera - possiamo contare sul Cavo Napoleonico, che ancora ci collega al Reno nel Ferrarese, e sulla straordinaria rete scolante scavata dai nostri nonni ai primi del Novecento. Senza questa trama di canali non ci sarebbe la speranza di guidare la piena fino all'Adriatico, impedendo a vaste aree abitate di inabissarsi forse per sempre".
La lotta prosegue
La lotta, complice la pioggia che solo oggi dovrebbe cessare, non è però finita. Tra il litorale fino a Cesenatico, le campagne interne e le colline di Faenza e Forlì, restano centinaia di strade interrotte e di frane, decine di frazioni isolate senza luce, acqua e gas, distese di frutteti e allevamenti sommersi. Sfiorata un'altra tragedia anche a Ca' di Lugo, frazione di Belricetto. L'elicottero di un'impresa privata, con a bordo quattro tecnici impegnati a controllare le linee elettriche per conto dell'Enel, si è schiantato nei campi allagati a pochi metri da una casa. Solo la manovra della pilota Roberta Santoni, che ha tentato un atterraggio d'emergenza, ha scongiurato il disastro. I feriti, per i medici, non rischiano la vita. A fine giornata l'impressione comune, anche Sant'Agata sul Santerno, simbolo di questa alluvione, è che lentamente la piena rientri nei limiti di una pur complessa e dolorosa gestibilità. A ostacolare pulizia e smaltimento delle macerie, l'atteso ritorno del sole. "In poche ore - dice Loris Gamberini, contadino evacuato da Lavezzola - solidificherà mezzo metro di fango, trasformandolo in una crosta impermeabile. Invitiamo tutti gli italiani a venire a darci una mano, per impedire che la Romagna riemerga dall'alluvione per asfissiare sotto uno strato di limo duro come cemento". La resistenza sia contro l'acqua che contro la terra qui guida dalla nascita la vita di ognuno. Sommersa da quattro giorni e dopo due piene in due settimane, Ravenna così non cede: ora sente, un'altra volta, che si rialzerà.
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