Ravenna, la vita di prima finita al macero: "Buttiamo tutto e ripartiamo"
dal nostro inviato Giampaolo VisettiLUGO - Il letto del matrimonio e la lavatrice pagata a rate, il salotto ereditato dai nonni e la cucina ancora da saldare, il guardaroba e la libreria. E poi i quadri del tinello e il tavolo antico, i materassi e la poltrona dello studio, la tivù e il computer con gli appunti per l'esame di maturità, il frigo e la lavastoviglie, le scarpe e i vestiti. Appena l'acqua si ritira e il fango comincia a trasformarsi in silicone caffelatte, i sopravvissuti all'alluvione rovesciano le loro case sulla strada.
In Romagna le cose scoppiate per la piena, che migliaia di persone sono costrette a buttare, non sono rifiuti: sono oggi l'icona delle vite perdute dentro storie ormai divise tra un prima rimpianto e un dopo ancora ignoto. Per chilometri, tra Sant'Agata sul Santerno, Lugo, Cotignola, Forlì, Bagnacavallo, Conselice, Lavezzola e i quartieri alle porte di Ravenna, lungo i bordi sommersi delle strade crescono ora davanti ad ogni uscio montagne d…
LUGO - Il letto del matrimonio e la lavatrice pagata a rate, il salotto ereditato dai nonni e la cucina ancora da saldare, il guardaroba e la libreria. E poi i quadri del tinello e il tavolo antico, i materassi e la poltrona dello studio, la tivù e il computer con gli appunti per l'esame di maturità, il frigo e la lavastoviglie, le scarpe e i vestiti. Appena l'acqua si ritira e il fango comincia a trasformarsi in silicone caffelatte, i sopravvissuti all'alluvione rovesciano le loro case sulla strada.
In Romagna le cose scoppiate per la piena, che migliaia di persone sono costrette a buttare, non sono rifiuti: sono oggi l'icona delle vite perdute dentro storie ormai divise tra un prima rimpianto e un dopo ancora ignoto. Per chilometri, tra Sant'Agata sul Santerno, Lugo, Cotignola, Forlì, Bagnacavallo, Conselice, Lavezzola e i quartieri alle porte di Ravenna, lungo i bordi sommersi delle strade crescono ora davanti ad ogni uscio montagne di masserizie: come se l'intera popolazione, che ha resistito alla corrente dei canali esondati e ai tuoni delle frane, per rimanere dove è nata si vedesse obbligata ad un trasloco di massa in destinazioni senza più indirizzo.
Anche Rosa Margotti, 85 anni, contadina di Cotignola, dopo quattro giorni da sfollata siede adesso per l'ultima volta sulla sua poltrona rossa, accompagnata nel cortile davanti a casa in attesa che il camion di Hera la porti in discarica. "Ho fatto colazione qui - dice - perché questa poltrona era di mio marito, morto tre anni fa. So di essere patetica, ma anche una vecchia poltrona alla fine può raccontare tante cose e consolare. L'acqua l'ha fatta marcire, assieme a tutti i miei mobili: io dentro non mi oriento più, mi sento un'estranea, preferisco restare fuori tra le mie cose dimenticandomi di non aver più niente"
Le persone che ricompongono all'esterno le case devastate e corrose, stanza per stanza, guardano stupite gli oggetti che le hanno accompagnate dall'infanzia, come se solo dopo il disastro e il loro sfacelo diventassero non solo visibili, ma all'improvviso indispensabili. Migliaia le famiglie e i gruppi di amici che, dopo ore passate a spalare via il fango, si riuniscono per il pasto della domenica sui marciapiedi, attorno a tavoli spaccati da smaltire. "Ho sempre pagato le tasse - dice a Lugo Daniela Sasdelli, ex maestra di 70 anni - ma non ho mai capito dove finiscono i soldi. Tutto ciò che ho messo via nella vita è stato distrutto in una notte: non per la pioggia, ma per i fiumi e gli argini abbandonati. So che nessuno si assumerà la responsabilità dell'incuria, che nessuno mi aiuterà a ricomprare il necessario per riprendere a vivere nella mia casa".
Trasportare gli ingredienti di un alloggio fuori dallo spazio in cui con il tempo erano mutati nella casa stessa, e dunque nel posto della propria vita, negli oltre 30 mila sfollati che cominciano a rientrare non causa solo dolore e rabbia verso chi non li ha protetti. Genera vergogna verso i vicini, per la semplicità di oggetti logori resa ora pubblica, oltre che preoccupazione per l'impossibilità economica di acquistare subito gli arredi che permettono di abbandonare i centri d'accoglienza. "Non ho più il letto - dice a Bagnacavallo Rosaria d'Amato, operaia di 37 anni - la cucina, i vestiti, una lampada. Nel Ravennate tutto ciò che era a pianoterra o nei garage è da buttare. Le vittime delle case svuotate sono gli anziani, che non hanno la forza di salire le scale, e i poveri, che non hanno i soldi per abitare ai piani più alti. Anche questa catastrofe colpisce i miserabili: due giorni di sole e saremo dimenticati".
La gente già li chiama, affettuosamente, "i paesi del trasloco": gli epicentri della piena, sommersi ora da tutto ciò che all'interno degli edifici li faceva vivere, marcito e fatto scoppiare dall'acqua. Il simbolo occupa una rotatoria nel centro di Lugo. Angelina e Vittorio Montefiori, ex camionista di 86 anni, hanno rovesciato qui ogni loro proprietà, vecchie foto e libri compresi. Per i romagnoli in poche ore è diventato il monumento all'alluvionato e gli abitanti del paese chiedono che venga lasciato dov'è.
"È giusto - dice Fabio Fantini, 23 anni studente di Conselice, che ha aiutato la coppia a svuotare il proprio alloggio - che tutti vedano le anonime conseguenze private di questo dramma. La gente ha perso tutto, non può vivere nelle case vuote. Vestiti, pentole e divani impregnati di fango sono una denuncia collettiva: contro la politica che parla e non fa, contro chi ignora l'agonìa del pianeta".
L'esposizione dell'immondizia prodotta dall'alluvione è però in queste ore anche il segnale della ricostruzione. La Romagna si sta rialzando, reagisce, si rimbocca le maniche, svuota, pulisce, asciuga e senza aspettare aiuti esterni prende il badile e butta via, con il sorriso sulla bocca, tutto il limo che l'ha resa irriconoscibile. "Teniamo botta - dice a Sant'Agata Giovanni Liverani, 52 anni commerciante - inutile piangere. Ho messo su famiglia senza un centesimo, allo stesso modo devo ricominciare. Ho due bambini, li ho spediti ad aiutare la nonna a smaltire i materassi. Devono crescere consapevoli che vivere è comunque una fortuna".
A pochi metri da chi svuota le case riemerse dalla piena, a centinaia ancora sono costretti a guardare i propri edifici che galleggiano nelle paludi. "Nel mio salotto - dice Alessio Ballardini, tecnico di Fornace Zarattini, alle porte di Ravenna - restano due metri d'acqua. Quattro volte al giorno passo a misurare sul tronco di una magnolia i centimetri del limo che cala. Se non lo pompano via, stagnerà fino all'autunno". Senza il proprio posto dove stare, la Romagna scopre che anche chi è in vita non riesce a vivere.