CASOLA VALSENIO (Ravenna) - "Abbiamo avuto un futuro, adesso per noi non c'è più". A una settimana dalla fine del mondo, Stefania Malavolti, contadina di 58 anni, per la prima volta rivede un estraneo in carne e ossa. Da una settimana vive isolata nella frazione Scania di Settefonti, 450 metri di quota, sopra Casola Valsenio. Con lei, il marito Nerio di 70 anni, i figli Sara e Pietro, di 36 e 20. Attorno a loro, nel luogo più sconvolto dalle frane assieme a Brisighella e Modigliana, chilometri di colline e di montagne crollate rendono irriconoscibile questo tratto di Appenino, sospeso tra Romagna e Toscana. Centinaia gli squarci dentro la terra precipitata nei fiumi che hanno sommerso Faenza e il Ravvenate.
Una strage di animali
Boschi e campagne continuano a scivolare a valle. Casolari, strade e frutteti sono sospesi nel vuoto. "Eravamo abituati alla solitudine - dice Stefania…
CASOLA VALSENIO (Ravenna) - "Abbiamo avuto un futuro, adesso per noi non c'è più". A una settimana dalla fine del mondo, Stefania Malavolti, contadina di 58 anni, per la prima volta rivede un estraneo in carne e ossa. Da una settimana vive isolata nella frazione Scania di Settefonti, 450 metri di quota, sopra Casola Valsenio. Con lei, il marito Nerio di 70 anni, i figli Sara e Pietro, di 36 e 20. Attorno a loro, nel luogo più sconvolto dalle frane assieme a Brisighella e Modigliana, chilometri di colline e di montagne crollate rendono irriconoscibile questo tratto di Appenino, sospeso tra Romagna e Toscana. Centinaia gli squarci dentro la terra precipitata nei fiumi che hanno sommerso Faenza e il Ravvenate.
Una strage di animali
Boschi e campagne continuano a scivolare a valle. Casolari, strade e frutteti sono sospesi nel vuoto. "Eravamo abituati alla solitudine - dice Stefania - ma svegliarsi all'improvviso senza luce, acqua, gas, rete telefonica, connessione Internet e strade, ci getta in un'angoscia sconosciuta. L'incubo però non si limita a questi giorni: la terra non è più lei, servono anni e miliardi per aggiustarla, restare a vivere qui sarà impossibile". Da martedì scorso solo gli elicotteri raggiungono questo luogo e le frazioni di Baffadi, Mercatale, Sant'Apollinare, Ca' di Rondino e Zattaglia. Le fratture nei versanti precludono l'atterraggio: cibo, acqua, medicine, generatori e mangime per gli animali vengono calati con il verricello. A Baffadi i pompieri scendono solo per recuperare le uova di un allevamento di galline. "L'interruzione della corrente - dicono i fratelli Giovanni e Massimo Bertozzi nella loro azienda ai piedi del Monte Battaglia - ha ucciso 70 mila dei nostri polli, soffocati dall'ammoniaca. Altri 120 mila sono a rischio: non sappiamo dove seppellirli".
Città e paesi della pianura, passata l'onda diretta fino all'Adriatico, si stanno coraggiosamente rialzando. In montagna frane e crolli, i campi gonfiati dall'acqua e decine di creste pericolanti, rendono la ripresa imprevedibile e remota. Solo a Casola gli isolati sono ancora un migliaio, poco meno di metà popolazione. "Dopo sette giorni le persone non raggiunte - dice il sindaco Giorgio Sagrini - sono 102. Molte, scaricati i cellulari, non sono più contattabili. Le famiglie evacuate sono 350: sulle loro case incombono le frane, non rientreranno per anni, stiamo cercando una cinquantina di prefabbricati. Oltre 90 chilometri di strade non possono essere riparati: vanno spostati su crinali diversi, servono miliardi, ma se la gente va via nessuno finanzierà vie verso il deserto".
Il rischio dello spopolamento
Da ieri in alcune frazioni, risalendo foreste di castagni secolari sradicati, si arriva dopo un paio d'ore di cammino nel fango. Chi resta isolato, a Mercatale come a Pagnano, rifiuta di lasciarsi portare via in elicottero perché si sente troppo vecchio per vivere altrove, o perché non può abbandonare gli animali. "A Casola - dice Gianpietro Cortecchia, contadino 65 anni - abbiamo 150 vacche, 1.500 maiali, 350 mila galline e 200 pecore. Su ogni terrazzamento si coltivavano cereali e frutta. Piuttosto che andare via gli anziani preferiscono morire. I giovani invece no, loro preparano l'addio".
A togliere il sonno qui non sono i boati delle frane, o i voli incessanti degli elicotteri: questa catastrofe toglie il sonno perché ognuno sente che precede un irreversibile spopolamento. "Da una settimana - dice a Baffadi Sonia Galliani, insegnante di 53 anni - non sappiamo nemmeno bene cosa è successo. Vediamo questi 150 metri di frana che ci assediano, ascoltiamo i prati che si spaccano e che scivolano, ma non abbiamo notizie, né contatti con qualcuno. Eravamo 200, dispersi tra i casali: siamo rimasti in 40. Assieme ad altre mamme distribuiamo il cibo calato dal cielo e facciamo vivere insieme 13 bambini, fra i tre e i 14 anni. I sei ragazzi più grandi ci aiutano, ma lontano dagli amici soffrono e non parlano più".
"Tutto adesso fa paura"
Sonia ha due figlie, Adele e Maria Grazia. Prima del disastro, in quaranta minuti, andavano a scuola a Imola e Faenza. Appena potranno passare dal versante toscano, impiegheranno tre ore per raggiungere le loro classi. "Finiremo l'anno in collegio - dicono - dopo chissà". L'isolamento di oggi e lo spopolamento di domani, nelle frazioni-fantasma dei paesi dimenticati dell'alluvione, non sono le sole tragedie. Centinaia di famiglie contadine, senza più strade e a rischio crollo, sono condannate a morte. Non ci sono più campi da coltivare, i prodotti non possono essere venduti, gli scarti non vengono smaltiti, mangimi e carburante non arrivano, i dipendenti se ne sono andati. Non si resiste con le cisterne di acqua potabile calate dagli elicotteri. "Proviamo a tenere duro per un mese - dicono Magda Benini e il marito Fosco Caroli a Podere Valgimiglio - poi senza un miracolo molliamo. Lasciare la terra vangata da generazioni non è come cambiare appartamento in città. Non si sa dove andare, a fare cosa, come sopravvivere. Tutto, adesso, fa paura". Questi invisibili, che mai hanno chiesto aiuto, lanciano un appello al governo: "Non sostenga noi - dice nella fattoria La collina Gualtiero Ceroni detto Walter, 70 anni - paghi i giovani per rimettere a posto il loro territorio. Se non succede, vanno via per sempre: senza la loro cura, queste montagne finiranno di cadere sulla testa di chi già è emigrato in pianura".
È il destino che incombe anche su San Martino e San Cassiano, le frazioni più alte di Brisighella, pure inghiottite dalle frane. A raggiungerle ieri, grazie ai pompieri, solo una dottoressa. Un vecchio ha pregato di non finire in ospedale. Elisabetta Tondini l'ha curato a casa: alla fine la gente le ha portato un mazzo di papaveri.