Effetto Polesine, il prima e il dopo: le foto delle città stravolte dall’acqua e dalle frane
dal nostro inviato Giampaolo VisettiCONSELICE - Chiazze grigie di limo stagnano per chilometri nel mare, dove i fiumi gonfiati dalla piena si gettano nell'Adriatico. Paludi di densa acqua oleosa coprono con uno strato caramellato le saline di Cervia, da cui emerge solo un solidificato iceberg bianco. Uno scuro, denso e già putrescente lago infinito sommerge la periferia di Ravenna, Conselice e le loro campagne, la fossa in cui marciscono ora canali, carburanti e fogne dell'intera Romagna. Cumuli di fango indurito dal sole imprigionano Sant'Agata sul Santerno, che i badili di migliaia di persone non riescono a liberare dalla morsa dentro cui ancora soffoca il paese. Centinaia di canyon vertiginosi e gocciolanti scivolano dalle frane che tagliano colline e montagne tra Brisighella, Modigliana e Casole Valsenio, epicentri originari dell'alluvione che ha demolito un intero tratto di Appennino, isolando paesi e centinaia di frazioni.
Emilia-Romagna, in volo sulle aree alluvionate: le o…
CONSELICE - Chiazze grigie di limo stagnano per chilometri nel mare, dove i fiumi gonfiati dalla piena si gettano nell'Adriatico. Paludi di densa acqua oleosa coprono con uno strato caramellato le saline di Cervia, da cui emerge solo un solidificato iceberg bianco. Uno scuro, denso e già putrescente lago infinito sommerge la periferia di Ravenna, Conselice e le loro campagne, la fossa in cui marciscono ora canali, carburanti e fogne dell'intera Romagna. Cumuli di fango indurito dal sole imprigionano Sant'Agata sul Santerno, che i badili di migliaia di persone non riescono a liberare dalla morsa dentro cui ancora soffoca il paese. Centinaia di canyon vertiginosi e gocciolanti scivolano dalle frane che tagliano colline e montagne tra Brisighella, Modigliana e Casole Valsenio, epicentri originari dell'alluvione che ha demolito un intero tratto di Appennino, isolando paesi e centinaia di frazioni.
Emilia-Romagna, in volo sulle aree alluvionate: le operazioni di soccorso riprese dall'elicottero
A una settimana dalla catastrofe, l'elicottero NH90 dell'aviazione dell'esercito, 7° reggimento Vega di stanza a Rimini, sorvola l'area immensa sconvolta dalle piogge torrenziali che hanno spostato fiumi e terra nelle culle da cui l'uomo li aveva espulsi con secoli di lavoro. Sotto di noi appare il nuovo profilo, irriconoscibile e spaventoso, di una regione alla quale eventi naturali, concentrazione umana e scelte politiche impongono un definitivo cambiamento. Ai comandi del volo ci sono i piloti che dal primo istante del diluvio salvano e tengono in vita le decine di migliaia di persone costrette a fuggire sui tetti delle case e sugli alberi, per non finire inghiottite nei gorghi mulinanti di luoghi consueti mutati in ignoti.
La Romagna estranea che nessuno riconosce più
Dodici gli elicotteri impiegati dalla Difesa, più 55 gommoni, oltre 100 mezzi, 4 aerei da ricognizione e un velivolo a pilotaggio remoto: 1200 i militari impegnati tra esercito, marina, aeronautica e arma dei carabinieri. Grazie a loro in queste ore viene ricostruito anche il prima e il dopo di questa fine del mondo: il mare azzurro e quello ribollente di detriti, le vecchie campagne verdi e le nuove paludi caffelatte, la geometria perfetta di saline rosa e gli stagni bronzei, le città ordinate ridotte al caos di baraccopoli, le foreste e i terrazzamenti dei campi distesi sulle colline cancellate da voragini che minacciano ora di trascinare via paesi, fattorie, stalle e strade antiche di secoli. La gente canta "Romagna mia": sente però di doversi confrontare, chissà fino a quando, con la realtà violenta di una "Romagna estranea" che nessuno riesce più a percepire come propria.
L'incubo dello spopolamento
"La prima notte - dice Raffaele Russo, 32 anni, sottotenente di Foggia - siamo volati a Forlì nelle nuvole e sotto il diluvio. Migliaia di persone, rifugiate sui tetti e sui balconi, chiedevano aiuto e ci guidavano con le torce dei cellulari. Le abbiamo issate a bordo con il verricello, fradice e sotto shock. Ricordo Francesca, una bambina di 10 anni: non voleva lasciare le braccia della mamma, Alessandra, che implorava di salvare almeno la figlia. I loro vicini, scesi in cantina per staccare le valvole della corrente, non ce l'hanno fatta". Circa 80, in sei missioni con decine di voli, le vittime sottratte alla piena: sei i bambini messi in salvo. "Nemmeno nelle missioni in Paesi devastati da conflitti e bombardamenti - dice il comandante Lorenzo Romano - in poche ore abbiamo incontrato una simile massa di individui a un passo dalla morte". E così eccolo qui sotto l'osceno campo di una battaglia non ancora vinta: sorvolato tra le montagne, la pianura e il mare per ripercorrere in aria la stessa corsa di 70 chilometri bruciata dall'acqua nella settimana che la Romagna non potrà mai dimenticare. Gli squarci più profondi partono dal crinale dell'Appenino, sul confine tra Emilia Toscana, e tagliano valli nuove verso l'Adriatico, incise dentro le gole scavate dai fiumi Lamone e Senio, dal torrente Marzeno. Irrecuperabili, qui, l'equilibrio e la vita andati in frantumi: per tutti, l'incubo dello spopolamento.
Il prima e il dopo dell'inferno
Al limite della pianura, dove le slavine hanno creato un lago e vero e proprio tra Predappio e Premilcuore, la conferma di uno dei fattori decisivi del collasso: montagne di tronchi e di alberi sradicati, cresciuti in boschi all'interno di alvei abbandonati e lungo argini non curati da decenni. Un effetto-tappo diffuso poi su migliaia di fiumi, torrenti, canali e fossi mutati in rapide impetuose, costrette a tracimare e a rompere le alzate tra Faenza, Forlì, Cesena e Ravenna, fino a ridurre la Romagna alla laguna che per millenni è stata, prima delle bonifiche. Qui, per anni, campagne e allevamenti dovranno lottare contro una terra che era la più fertile d'Europa e che si è oggi una spugna inzuppata, dal cui sottosuolo seguita a sgorgare acqua in superficie, come da risorgive ai piedi delle Alpi. Terribile la visione aerea di Conselice: la cittadina è ancora inabissata, da oltre una settimana, con l'insopportabile prospettiva di rimanere sommersa per altri dieci giorni. A rischio cedimento, per corrosione delle fondamenta, centinaia di edifici e aziende. Appena più basso il livello del lago che continua a nascondere Fornace Zarattini, la zona artigianale e industriale di Ravenna. Senza il sacrificio di migliaia di ettari di campagne, allagate in extremis in modo pilotato, i tesori della civiltà bizantina e il capoluogo della Romagna sarebbero oggi devastati. Di qui fino al mare, tra Cervia e Riccione, il litorale battuto invece da vento, alte maree e mareggiate: trattori e ruspe non smettono di rimodellare spiagge mangiate alla vigilia dell'estate. Osservato dal cielo, il prima e il dopo dell'inferno, in Emilia Romagna non suggerisce analogie. Due pianeti diversi, inutile tentare di orientarsi: la gente però, senza smettere sorridere quando il cuore sanguina, già ricostruisce il suo nuovo mondo.