Hostess arrestata in Arabia Saudita. Amnesty International: "Lì si finisce in carcere solo per un tweet di critica al governo"
di Vera MantengoliTREVISO - La ventitreenne Ilaria De Rosa, detenuta da due settimane in un carcere a 45 chilometri da Gedda con l'accusa di detenzione e spaccio di stupefacenti, ha parlato al telefono martedì con la sua famiglia dopo due settimane di silenzio. La hostess della compagnia lituana Avion Express, originaria di Resana nel Trevigiano e da tre mesi residente in Arabia Saudita per lavoro, ha ribadito ai familiari la sua innocenza e raccontato la versione riferita lunedì al console generale d'Italia Leonardo Costa, in occasione della visita in prigione permessa dai sauditi dopo una lunga attesa. Da quanto si apprende da fonti vicine alla Farnesina, il console Costa sarebbe l'unico fino a oggi ad aver visto la ragazza in carcere, mentre la famiglia sarebbe stata raggiunta soltanto telefonicamente.
Una telefonata concessale in via straordinaria grazie a un'azione promossa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani e alla collaborazione tra l'ambasciata saudita a …
TREVISO - La ventitreenne Ilaria De Rosa, detenuta da due settimane in un carcere a 45 chilometri da Gedda con l'accusa di detenzione e spaccio di stupefacenti, ha parlato al telefono martedì con la sua famiglia dopo due settimane di silenzio. La hostess della compagnia lituana Avion Express, originaria di Resana nel Trevigiano e da tre mesi residente in Arabia Saudita per lavoro, ha ribadito ai familiari la sua innocenza e raccontato la versione riferita lunedì al console generale d'Italia Leonardo Costa, in occasione della visita in prigione permessa dai sauditi dopo una lunga attesa. Da quanto si apprende da fonti vicine alla Farnesina, il console Costa sarebbe l'unico fino a oggi ad aver visto la ragazza in carcere, mentre la famiglia sarebbe stata raggiunta soltanto telefonicamente.
Una telefonata concessale in via straordinaria grazie a un'azione promossa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani e alla collaborazione tra l'ambasciata saudita a Roma e quella italiana a Riad. Stando alla testimonianza della giovane, la ragazza sarebbe stata portata dalla polizia dopo un'invadente perquisizione, avvenuta all'improvviso durante una cena in un giardino di una villa. Durante la serata la ragazza ha raccontato che un gruppo di una decina di uomini in borghese, ma armati, avrebbe fatto irruzione all'improvviso. Come sono andati davvero i fatti? La visita del console Costa ha portato alla firma di un eccezionale quanto unico mandato affinché la donna possa essere seguita da un avvocato del luogo che potrà scegliere tra una rosa di legali consigliati dal consolato.
Un'accusa gravissima
L'accusa è gravissima. In Arabia Saudita chi spaccia o detiene droga rischia di essere condannato a morte. Lo sa bene Amnesty International che nel 2022 ha registrato nel Paese islamico a maggioranza sunnita 196 esecuzioni delle quali 57 connesse a sostanze stupefacenti.
In questo difficile contesto si sta muovendo con estrema delicatezza la Farnesina per cercare di fare luce sull'incarcerazione della connazionale che sostiene di essere innocente e di non aver mai fatto uso di droghe o di alcol.
Abbiamo chiesto proprio ad Amnesty International, promotore di diverse campagne in difesa dei diritti umani, qual è la situazione del rispetto dei diritti civili in Arabia Saudita. Ci hanno risposto senza commentare il caso attuale perché, come spiegato, è prassi non intervenire su casi specifici se non quando sono chiamati in causa dai diretti interessati.
A parlare è Riccardo Noury, romano di 60 anni, iscritto alla Ong dal 1980 e portavoce dal 2003.
Signor Noury, quanti casi state seguendo in Arabia Saudita?
"Complessivamente stiamo seguendo una ventina di persone in carcere per reati di opinione. Una decina di queste fanno parte dell'unica associazione saudita per i diritti civili che, circa dieci anni fa, ha cercato di mettere in piedi un movimento per la difesa dei diritti umani. Nessuno di loro è in libertà. Sono stati accusati di reati vari, come quello di propaganda contro il sistema, e processati nei tribunali speciali di emergenza per terrorismo quando in realtà stavano svolgendo un'attività legittima, quella di poter esprimere una posizione critica. Faccio altri tre esempi di casi che stiamo seguendo che riguardano tre donne. Noura al-Qahtani ha 50 anni ed è madre di due figli. È stata condannata per aver espresso le proprie opinioni su Twitter a 45 anni di carcere e a un divieto di altrettanti anni di viaggiare all'estero. Poi c'è il caso della saudita Salma al-Shebab che stava facendo un dottorato nell'Università di Leeds in Inghilterra. Quando è tornata a casa è stata immediatamente arrestata e condannata a 34 anni per un Tweet che aveva fatto a sostegno dei diritti delle donne. Il caso dell'infermiera tunisina Mahdia al-Marzougui è ancora più paradossale perché era andata a cercare lavoro in Arabia Saudita e da lì ha criticato il suo Governo con un Tweet, ma l'hanno comunque condannata a 15 anni. In arabia Saudita si possono utilizzare i social, ma sono tutti controllatissimi".
Siete mai stati nel Paese?
"No, non ci hanno mai fatti entrare, prassi tipica dei regimi repressivi che non consentono alle associazioni come la nostra di entrare. Quello che riusciamo a monitorare è grazie a delle persone molto coraggiose che riescono a far trapelare qualcosa o ai sauditi in esilio che raccolgono informazioni e poi le diffondono. I casi, comunque, che stiamo seguendo erano pubblicati nei giornali per mostrare quali possono essere le conseguenze di certe azioni".
Ci sono dei dati sulle condanne emesse in Arabia Saudita?
"Abbiamo notato che nel 2022 c'è stata un'enorme recrudescenza di condanne per aver espresso online le proprie opinioni. Inoltre, abbiamo registrato 196 esecuzioni, il dato più alto negli ultimi 30 anni. Di queste 196 esecuzioni, ci sono state 81 impiccagioni in un solo giorno. Sempre all'interno dei 196 casi di condanna a morte ce ne sono 57 per reati connessi alla droga, ovvero spaccio o detenzione di varie dimensioni. I restanti casi sono per omicidio, ma non si conoscono mai le motivazioni perché i processi sono farseschi e in buona parte contro migranti. Il reato di terrorismo inoltre viene usato spesso contro la minoranza sciita soltanto perché si chiede che finisca la discriminazione".
Sapete come sono le carceri in Arabia Saudita?
"Non possiamo saperlo in modo dettagliato perché chi viene scarcerato è minacciato di tornare dentro nel caso in cui raccontasse come sono le prigioni e vive sotto la costante minaccia di essere arrestato di nuovo. Inoltre, chi è stato in carcere non può andare all'estero e questo rende davvero difficile avere più informazioni".
L'Arabia Saudita negli ultimi anni sembra si sia aperta al turismo...
"Il Paese ha una politica puramente cosmetica perché si mostra aperta al turismo e moderno, basti pensare che è proprio di questi giorni la notizia che una donna dell'Arabia Saudita andrà nello spazio quando fino a pochi anni fa proprio le donne non potevano guidare la macchina. Noi non facciamo mai classifiche, ma la situazione in Arabia Saudita per quanto riguarda i diritti umani è in forte peggioramento perché ci sono una forte opposizione interna e un tentativo di rivendicare i diritti che vengono però coperti per esempio da quello che chiamiamo sportwashing".
Può spiegare meglio cosa si intende per sportwashing?
"In sintesi, significa l'Arabia Saudita porta avanti per conto di Ahmed bin Salman una politica spregiudicata di sfruttamento dello sport che si basa sull'offrirsi come sponsor e promotore di grandi eventi sportivi per mettere in secondo piano quello che accade all'interno del Paese. Si mostra al passo con i tempi, ma poi mette in carcere per 50 anni una donna che manda un Tweet critico. L'Arabia Saudita, per esempio, nel 2021 ha acquistato per 300 milioni di sterline il Newcastle. Nel 2019, oltre alla Supercoppa di serie A, il Paese ha ospitato un premio automobilistico di Formula E, l'incontro finale per i campioni del mondo di pugilato e tanti altri eventi come la Tennis Cup Diriyah e la Supercoppa italiana giocata di recente. L'Arabia Saudita mette i soldi per lo sport e intanto nasconde quello che succede all'interno. D'altronde noi glielo lasciamo fare...".
In che senso?
"Ricordiamo che nel 2015 la campagna militare contro lo Yemen da parte dell'arabia Saudita avveniva anche usando le bombe fornite dall'Italia dalla RWN, la cui casa madre è in Germania, ma la filiale in Sardegna ha ottenuto l'esportazione di bombe alle forze armate saudite dal governo dal 2015 al 2020 quando, grazie anche a una nostra campagna, è stato revocato il permesso. Poi c'è il petrolio che, soprattutto ora che si stanno portando avanti politiche per diversificarne l'acquisto e staccarsi dalla Russia, ci rende dipendenti e legati a quel Paese. Vorrei ricordare una persona per dire di che Paese stiamo parlando. Questa persona è il giornalista dissidente Jamal Khashoggi, triturato il 2 ottobre 2018 nel consolato dell'Arabia Saudita di Istanbul in Turchia dalle squadre della morte inviate da Mohammad bin Salman. Quella notte misero in scena un barbecue per dare l'idea che non si stava bruciando un essere umano, ma si stava facendo una semplice grigliata".