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Migranti, dal barcone alla guida di Sos Méditerranée, intervista al neo presidente: "Sono la prova che i rifugiati sono parte attiva della società"

Scrittore e mediatore culturale, è in Italia dal 2011. Vive a Catania. E ora dirige la sezione italiana della Ong.  "Bloccare le partenze è pura propaganda". E sui soccorsi: "Tornare in mare su una nave di soccorso ha significato per me chiudere un cerchio"
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“Questa non è una vittoria o una soddisfazione personale solo per me, ma per tutti i ragazzi e le ragazze che sono arrivati qui attraversando la frontiera e, che si voglia riconoscere o no, sono parte attiva di questa società”. È stato salvato mentre tentava la traversata a bordo di una delle tante carrette che solcano il Mediterraneo e adesso è lui a guidare e rappresentare un’associazione che ha fatto del soccorso in mare la propria missione. Mediatore culturale in mare per diverse organizzazioni internazionali, scrittore con due romanzi all’attivo, dodici anni dopo aver attraversato il Mediterraneo, Abdelfetah Mohamed è il nuovo presidente della sezione italiana di Sos Méditerranée, una delle ong della flotta civile che con la sua Ocean Viking negli ultimi anni ha soccorso più di 37mila persone. Uno spartiacque per la vita di tanti, come per lui.

“Quando sono stato soccorso, sono nato di nuovo&rd…

“Questa non è una vittoria o una soddisfazione personale solo per me, ma per tutti i ragazzi e le ragazze che sono arrivati qui attraversando la frontiera e, che si voglia riconoscere o no, sono parte attiva di questa società”. È stato salvato mentre tentava la traversata a bordo di una delle tante carrette che solcano il Mediterraneo e adesso è lui a guidare e rappresentare un’associazione che ha fatto del soccorso in mare la propria missione. Mediatore culturale in mare per diverse organizzazioni internazionali, scrittore con due romanzi all’attivo, dodici anni dopo aver attraversato il Mediterraneo, Abdelfetah Mohamed è il nuovo presidente della sezione italiana di Sos Méditerranée, una delle ong della flotta civile che con la sua Ocean Viking negli ultimi anni ha soccorso più di 37mila persone. Uno spartiacque per la vita di tanti, come per lui.

“Quando sono stato soccorso, sono nato di nuovo”. Prima  ci sono un’infanzia da rifugiato fra Eritrea e Sud Sudan, inseguito da guerre e conflitti che uno dopo l’altro sono scoppiati nei due Paesi, la decisione, “meglio, la scelta obbligata”, dice, di partire per un viaggio durato nove anni, fra la lunga traversata del deserto prima e del mare poi, con in mezzo tre anni di Libia. “Sono stato soccorso dalla Guardia costiera italiana nel 2011, ero su una delle prime barche partite dopo la caduta di Gheddafi. Già allora in Italia si parlava dell’arrivo di persone dalla sponda sud del Mediterraneo come 'minaccia'. E succede ancora”.

Non è un momento semplice per le Ong in Italia. La preoccupa assumere questo incarico?

"È una grande responsabilità, ma la abbiamo tutti a prescindere dal ruolo che ricopriamo. Ma proprio adesso che le missioni in mare vengono ostacolate con tanta determinazione, credo sia importante perché sono la prova vivente di quello che in tanti si ostinano a negare".

A cosa si riferisce?

"Si pensa ai rifugiati solo in relazione alla frontiera, veniamo spesso trattati solo come numeri o problemi, nella migliore delle ipotesi come risorse. In ogni caso siamo 'altro'. Ma siamo persone vive e attive in questa società, la costruiamo ogni giorno, nonostante si faccia di tutto per tenerci lontani, quasi separati dal resto della comunità".

Il governo italiano punta a bloccare le partenze. Cosa ne pensa?

"È una grande illusione o pura propaganda. E personalmente l’ho vista su ogni frontiera che ho attraversato o su cui ho lavorato da mediatore. Ero in Libia quando Gheddafi ha fatto il suo ultimo discorso in piazza, minacciando di far partire tutti i migranti subsahariani che erano lì, quasi fossero un’arma. Sono gli stessi discorsi che da questo lato del mare si sentono adesso. Ma sono solo parole vuote".

Qual è la realtà?

"L’esigenza di libertà di chi si mette in viaggio, è più forte di qualsiasi ricerca di consenso. In nome della necessità di libertà, chi attraversa il mare fa addirittura un patto con la morte, la accetta come rischio possibile".

Dopo essere stato soccorso, è difficile tornare su una nave da soccorritore?

"Non è semplice, a me serviva per chiudere un cerchio. Ma è stato importante per le persone che ho incontrato. Molti hanno paura di essere respinti e riportati in Libia, di finire nuovamente in una prigione. Per loro ero la prova vivente che una speranza c’è. Quando i naufraghi si rendono finalmente conto di essere al sicuro, c’è un cambiamento visibile. E per la prima volta, iniziano a fare progetti".

Il progetto migratorio è precedente però.

"Chi parte cerca solo un posto sicuro, in cui godere di diritti. Magari non sa quale sia, sa solo che non è quello che si lascia alle spalle. E per molti non è detto che sia l’Italia.  Nella mia esperienza personale ho visto anche tanta gente annegare a terra.  Anche lì ci sono frontiere".

Quali?

"Non si tratta solo di quelle geografiche, ci sono anche nel cosiddetto sistema di accoglienza. Spesso i centri sono in luoghi isolati, chi arriva è costretto per anni semplicemente ad attendere un documento che non arriva mai, senza avere la possibilità di contatto con la vera realtà del Paese. In queste condizioni, con chi si dovrebbero integrare i rifugiati? Fra di loro?"

Le ha dovute attraversare anche lei?

"Appena arrivato sono stato internato al Cara di Mineo, per aver chiesto che venissero rispettati i miei diritti con altri sono finito in Cpr. Ci è voluto tempo perché riuscissi a costruirmi una vita, devo dire grazie a tante associazioni della società civile che mi hanno aiutato a ricostruirmi. Se mi guardo indietro, fatta eccezione per l’Italia non ho mai vissuto in nessun Paese per più di otto anni. Non so se sono eritreo, sudanese o italiano, di certo sono e sarò sempre cittadino catanese perché a Catania ho trovato la mia casa".