Il decano degli infermieri indiani in Italia: "Ho superato lo scoglio della lingua, ora mia figlia diventerà medico”
di Michele BocciÈ certamente tra i decani degli infermieri indiani in Italia. Antony Adassery è arrivato 32 anni fa a Roma, quando aveva 23 anni, e da allora, per usare un'espressione un po' abusata ma in questo caso necessaria, ha fatto tantissima strada. Adesso vive a Savona e lavora in provincia, a Millesimo, in una residenza sanitaria. Fa il caposala.
Perché è venuto in Italia?
"Sono originario della regione del Kerala, dove ho conosciuto un prete di Napoli. Volevo studiare da infermiere in Italia e gli ho chiesto di aiutarmi a venire. Ho iniziato il corso nel 1991 e mi sono diplomato nel 1994".
All'inizio è stato difficile?
"Sì, è stata dura soprattutto per la lingua. Quando sono arrivato vivevo a Roma e mi sono iscritto a un corso dell'Università per stranieri di Perugia. Poi c'era il problema della comunicazione con i parenti rimasti a casa. A quei tempi era difficile avere contatti, non c'erano ce…
È certamente tra i decani degli infermieri indiani in Italia. Antony Adassery è arrivato 32 anni fa a Roma, quando aveva 23 anni, e da allora, per usare un'espressione un po' abusata ma in questo caso necessaria, ha fatto tantissima strada. Adesso vive a Savona e lavora in provincia, a Millesimo, in una residenza sanitaria. Fa il caposala.
Perché è venuto in Italia?
"Sono originario della regione del Kerala, dove ho conosciuto un prete di Napoli. Volevo studiare da infermiere in Italia e gli ho chiesto di aiutarmi a venire. Ho iniziato il corso nel 1991 e mi sono diplomato nel 1994".
All'inizio è stato difficile?
"Sì, è stata dura soprattutto per la lingua. Quando sono arrivato vivevo a Roma e mi sono iscritto a un corso dell'Università per stranieri di Perugia. Poi c'era il problema della comunicazione con i parenti rimasti a casa. A quei tempi era difficile avere contatti, non c'erano certo le videochiamate come oggi".
Come è arrivato a Savona?
"In quel caso attraverso alcune suore della Misericordia. Prima ho lavorato tra anni al San Raffaele di Milano. Guadagnavo di più ma non mi trovavo bene con la città, troppo caotica. Si vive meglio qua in Liguria".
In Italia si lavora bene?
"Sì, soprattutto si guadagna di più. Qui un infermiere ha uno stipendio 10 volte più alto rispetto all'India. Certo, la vita è molto più cara ma si trova comunque il modo di risparmiare un po'. All'inizio mandavo i soldi a casa, ma ora i miei non ci sono più, quindi ho smesso".
Lei quanti infermieri ha fatto arrivare nel nostro Paese?
"Almeno una ventina, tra parenti e conoscenti che mi hanno contattato e chiesto aiuto. A Savona c'è una comunità di una settantina di infermieri, con le famiglie. Poi ci sono grandi gruppi di indiani che lavorano nella sanità a Milano, Roma e Genova".
Cosa pensa dell'idea del ministro alla Salute Orazio Schillaci di una convenzione con l'India per arruolare infermieri che coprano i buchi di organico della sanità?
"Se chiude l'accordo fa bene. Il punto è che vanno trovate le persone, perché adesso all'India arrivano richieste da tutto il mondo, anche da Paesi che pagano più dell'Italia".
Com'è la formazione in India?
"Da quel punto di vista non ci sono problemi, chi studia da infermiere è già prontissimo a lavorare anche qua. La formazione è ottima, di alto livello".
C'è il problema della lingua.
"Certo. Adesso nel Kerala ci sono suore che insegnano italiano ma se viene fatto un accordo ufficiale bisogna organizzare corsi, con full immersion di italiano. Ci vuole un po' di tempo per impararlo".
Dall'India in molti vanno in Inghilterra.
"Da sempre i miei connazionali sono fondamentali per il sistema sanitario di quel Paese. Del resto è facile andarci a lavorare anche perché noi studiamo in inglese, quindi non c'è lo scoglio della lingua. E poi adesso pagano tantissimo. Sono stato di recente a Londra e un mio amico lavorando per le agenzie interinali prende anche 500 sterline per turni di 12 ore. Io sto sui 1.600 euro al mese".
Quando andrà in pensione tornerà a vivere nel Kerala?
"Non lo so. Qua stiamo bene. Anche mia moglie è infermiera e si occupa di ragazzi disabili. Frequentiamo la comunità di connazionali che vivono nel quartiere di Villapiana a Savona, ma ormai siamo molto integrati. Ad esempio mangiamo soprattutto il cibo italiano. Meglio il pesto, i piatti indiani non si possono consumare tutti i giorni, sono piccanti. Io poi ho anche un incarico all'Ordine provinciale degli infermieri".
Ha figli?
"Sì, due ragazze. La piccola ha 17 anni e frequenta il liceo. La grande ne ha 20 è studia medicina a Genova. È molto brava. Dalle superiori è uscita con il massimo dei voti. Sono nate in Italia, hanno il futuro qui, nel loro Paese".