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L'Ordine: "Vigileremo sugli infermieri indiani. E l'Italia deve pagarci di più "

La presidente Barbara Mangiacavalli parla di professionisti stranieri come "soluzione tampone" e chiede misure per garantire stipendi più alti e carriere per far rientrare i laureati italiani che sono andati a lavorare all'estero
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Parla di soluzione tampone, accettabile ma solo se accompagnata da certe garanzie. Barbara Mangiacavalli è la presidente dell’Opi nazionale, l’Ordine degli infermieri e anche ieri ha parlato con il ministero dell’ipotesi di un accordo per far lavorare in Italia i professionisti indiani, avanzata dal ministro alla Salute Orazio Schillaci. Per lei l'obiettivo principale è comunque quello dare alla professione infermieristica svolta nel sistema pubblico un riconoscimento maggiore, sia economico che di carriera.

Cosa pensa dell’idea di far arrivare infermieri dall’India?

“Basta che si tratti di una soluzione tampone. Bisogna comunque che venga controllato il rispetto di tutte le regole riguardo agli accordi internazionali alla formazione dei professionisti, cioè a come questa viene svolta in India. Deve rispettare le indicazioni di Strasburgo e come Ordine dobbiamo vigilare. E poi c’è la questione della lingua ita…

Parla di soluzione tampone, accettabile ma solo se accompagnata da certe garanzie. Barbara Mangiacavalli è la presidente dell’Opi nazionale, l’Ordine degli infermieri e anche ieri ha parlato con il ministero dell’ipotesi di un accordo per far lavorare in Italia i professionisti indiani, avanzata dal ministro alla Salute Orazio Schillaci. Per lei l'obiettivo principale è comunque quello dare alla professione infermieristica svolta nel sistema pubblico un riconoscimento maggiore, sia economico che di carriera.

Cosa pensa dell’idea di far arrivare infermieri dall’India?

“Basta che si tratti di una soluzione tampone. Bisogna comunque che venga controllato il rispetto di tutte le regole riguardo agli accordi internazionali alla formazione dei professionisti, cioè a come questa viene svolta in India. Deve rispettare le indicazioni di Strasburgo e come Ordine dobbiamo vigilare. E poi c’è la questione della lingua italiana, che va imparata bene”.

Sarà sufficiente questo intervento a risolvere la questione infermieristica?

“No e credo che al ministero lo sappiano. La carenza di infermieri ha radici profonde e noi chiediamo da tempo di metterla in agenda. Oggi per i giovani questa professione non è più attrattiva”.

Come mai?

“Ci sono tante facoltà che può scegliere chi vuole fare un corso universitario. Ce ne sono altre che danno possibilità di carriera una volta assunti. Chi sceglie di essere infermiere, invece, ha davanti una vita professionale senza scatti economici o appunto di carriera. Altre professioni, inoltre, garantiscono un impegno in giusta misura, con notti, domeniche e sabati liberi. La nostra no, si lavora con turni che coprono tutti i giorni e tutti gli orari. Poi c’è la questione libera professione nel privato, che per lavori come il fisioterapista è molto più facile da svolgere”.

E lo stipendio?

“Oltre a non progredire, è del 40%, più basso della media europea".

Si parla di infermieri stranieri. In Italia quanti ce ne sono già?

“Circa 25 mila. A questi ne vanno aggiunti circa 12 mila, che però sono solo stimati. Con il Covid, infatti, le norme hanno derogato all’obbligo di passare dal ministero e quindi anche da noi per venire a lavorare in Italia. Quindi non sappiamo chi siano e dove lavorino questi colleghi. Dobbiamo recuperarli, vanno fatti iscrivere almeno in un elenco speciale dell’Ordine, altrimenti, ad esempio, non possiamo esercitare la magistratura deontologica”.

Sono molti gli infermieri italiani che vanno all’estero a lavorare?

“Al momento circa 20 mila professionisti italiani sono fuori. Ci sono gruppi inglesi che vengono a reclutarli già al terzo, e ultimo, anno di università. Vanno nel Regno Unito perché là assicurano uno sviluppo di carriera. Se vali te lo riconoscono e ti formano. Quando hai una competenza specialistica vieni pagato di più. E se queste persone tornano in Italia non hanno alcun titolo. Da noi la professione è piatta: entri in un modo e vai in pensione nello stesso e così circa il 10% dei neolaureati vanno all’estero. Noi paghiamo la formazione, ottima, che poi viene usata da altri Stati”.

E come si fa a far rientrare almeno una parte di questi infermieri?

“Bisogna avere il coraggio di scelte importanti, anche economiche. Il ministro si era impegnato a far rientrare i nostri professionisti. Con stipendi più alti e scatti di carriera, tra l’altro, saremmo più attrattivi anche per gli infermieri stranieri, a partire da quelli indiani, che negli altri Paesi europei trovano condizioni professionali ed economiche migliori”.