“Kata trascinata oltre il cortile”. Caccia ai rapitori nello slum dell'Hotel Astor
di Maria Novella De Luca , Luca SerranòFIRENZE - Kata non c’è. C’è il suo peluche verde, c’è il suo zainetto dell’asilo, ma Kataleya, la bambina peruviana vestita di rosa è altrove, missing, scomparsa. Entrando nell’hotel occupato ciò che prende alla gola non è soltanto il tanfo della sporcizia, ma è l’odore della disperazione. Dov’è Kata Mia Chillo Alvarez, 5 anni, occhi neri e argento vivo, chi l’ha presa per mano e rapita mentre giocava nel cortile ingombro di rifiuti di questo hotel Astor? «L’ho vista trascinare via verso il palazzo a fianco», avrebbe detto un super testimone agli inquirenti.
Una favela nel cuore di Firenze
Ecco la favela nel cuore di Firenze Nord, dove forse è entrato un orco, albergo abbandonato e poi occupato nel 2022 dai gruppi senza casa, peruviani e romeni, più un’infinità di bambini e diseredati e alcolisti di ogni provenienza. Ogni stanza &…
FIRENZE - Kata non c’è. C’è il suo peluche verde, c’è il suo zainetto dell’asilo, ma Kataleya, la bambina peruviana vestita di rosa è altrove, missing, scomparsa. Entrando nell’hotel occupato ciò che prende alla gola non è soltanto il tanfo della sporcizia, ma è l’odore della disperazione. Dov’è Kata Mia Chillo Alvarez, 5 anni, occhi neri e argento vivo, chi l’ha presa per mano e rapita mentre giocava nel cortile ingombro di rifiuti di questo hotel Astor? «L’ho vista trascinare via verso il palazzo a fianco», avrebbe detto un super testimone agli inquirenti.
Una favela nel cuore di Firenze
Ecco la favela nel cuore di Firenze Nord, dove forse è entrato un orco, albergo abbandonato e poi occupato nel 2022 dai gruppi senza casa, peruviani e romeni, più un’infinità di bambini e diseredati e alcolisti di ogni provenienza. Ogni stanza è un alloggio, si cucina su fornelli da campeggio, i vetri rotti fanno filtrare rivoli d’acqua, sul pavimento imputridiscono materassi e coperte, i servizi igienici sono latrine che nessun disinfettante può pulire, cumuli di moscerini e zanzare sono il rumore di sottofondo. Qui e lì su pareti invase da muffa si intravedono piccoli altari, candele votive, rosari appesi. Devozione e degrado. Sono passati cinque giorni da quando Kata è scomparsa. Erano, più o meno, le 15,30 di sabato 10 giugno. L’ultima a vederla è stata un’amichetta con cui stava giocando nel giardino invaso di bottiglie e immondizia. Ieri, in una giornata convulsa di ricerche sembrava che i carabinieri avessero individuato il “covo” nel quale forse Kata era stata nascosta. O quantomeno passata. Invece niente. Nessuna traccia. Buio.
Il mistero dei palazzi comunicanti
Eppure è qui, in questo fazzoletto di strada, tra l’hotel dei diseredati, in via Boccherini 40 e il palazzo accanto, in via Boccherini 34, i cui cortili sono comunicanti, che fin dal primo giorno si sono concentrate le ricerche, culminate in una perquisizione a tappeto dei garage e degli appartamenti del numero 34, le porte di alcuni dei quali sfondate dai vigili del fuoco. Come se, in quel maledetto pomeriggio di sabato, qualcuno avesse rapito Kataleya e l’avesse nascosta in questo caseggiato anonimo, proprio di fronte all’hotel Astor, di fronte alla sua “casa”. Del resto, è tra i cortili dei due palazzi che i cani continuano a fiutare tracce di Kataleya, bambina solare ed educata, così la descrivono le maestre della materna Lavagnini che Kata frequenta, così come molti altri bambini della comunità peruviana dell’ex Astor.
Alloggi gestiti dal racket
Bisogna però entrare nell’atrio buio dall’uscio incustodito di via Marigliano e avventurarsi sui dei tre piani dell’hotel per ricostruire la vita della famiglia di Kataleya, la mamma Katherine Alvarez di 26 anni, il padre in carcere per furto, il fratello di otto anni, ieri ascoltato in procura insieme allo zio Abel. In un giaciglio umido dorme un uomo, circondato da lattine. «Non ho lavoro, aspetto, povera piccola, io prego per lei». Su un muretto sbrecciato qualche bambino ha lasciato scritto “Encanto” con il disegno di una principessa. Il rapimento di Kataleya ha squarciato il velo su quanto accade in questo luogo della disperazione, dove ogni letto è gestito da un racket interno, poveracci che pagano il pizzo ad altri poveracci. E una delle piste seguite dagli inquirenti è proprio questa: Kata rapita per ritorsione o vendetta contro la sua famiglia che — sembra — gestisse il mercato nero degli alloggi occupati.
Quelle donne giovanissime e già vecchie
Nel cortile un gruppetto di donne peruviane allatta neonati e dondola passeggini. Giovanissime e già vecchie. Sono guardate a vista dai loro uomini che dal tetto fanno una sorta di servizio di guardia. Ci sono 70 adulti e 40 bambini all’hotel Astor, i piccoli giocano, si sentono risate, pianti, vagiti. Per gli adulti la consegna è il silenzio. Ma qualcosa filtra. «C’è gente brutta qui, sono loro, zingari», dice C., sdraiato su una poltrona mezza rotta, indicando un gruppetto di romeni. I quali, naturalmente, contraccambiano l’offesa. Rivalità etniche. C’è anche, seduta su un gradino, la zia di Kataleya, Elisa Suarez, che continua a ripetere: «Abbiamo una speranza in più, non posso dire che cosa, ma noi abbiamo questa fede».
I bambini testimoni chiave
In realtà, sono i bambini l’elemento chiave di questa indagine condotta dalla sostituta procuratrice della Dda di Firenze, Christine Von Borries. Ieri Von Borries è tornata nella favela di via Boccherini proprio per sentire loro, in particolare l’amichetta con la quale Kata stava giocando, prima che quest’ultima la lasciasse dopo un litigio di bambine. L’ultima ad averla vista. Saranno loro, i piccoli dell’Astor, a cominciare dal fratello di Kata, tutti regolarmente iscritti a scuola, a svelare forse il mistero di ciò che successo sabato 10 giugno tra le 15,30 e le 16 quando Katherine Alvarez, commessa in un supermercato, è tornata a casa e non ha trovato più Kataleya.
Un mistero lungo venti minuti
Inghiottita nel nulla in venti minuti di mistero, un buco nero nel cuore di Katherine che avrebbe provato anche a morire. Perché forse tra le tante ombre e i tanti segreti che la famiglia Alvarez nasconde, Kataleya è l’unica luce. Il 29 maggio scorso durante una rissa feroce — sempre per la guerra degli alloggi e il “pizzo” chiesto ai nuovi entrati — Katherine e la sua famiglia si sarebbero barricati nella loro stanza per sottrarsi alla rabbia degli altri “inquilini”. Alloggio dignitoso, quello di Katherine, a differenza del degrado intorno, dove tutto parla di Kata: i suoi peluche, il suo cerchietto. «Abito qui da un mese, ho pagato per entrare, non dico quanto, c’è gente buona e gente cattiva», mormora Florin (così dice di chiamarsi), romeno, mentre mostra la sua stanza e offre un caffè. «Lavoro nei cantieri, qui la notte succede un macello, ci sono vendette e paure. Ma Kata tornerà, ne sono certo». Speriamo.