Femminicidi, Barbara Bartolotti: "Voleva uccidermi, mi aggredì e mi diede fuoco. Mi sono salvata fingendomi morta"
di Gabriella Cantafio"Ho sofferto molto leggendo la storia di Giulia Tramontano. Anch'io, quando sono stata aggredita, aspettavo un bambino. Ogni femminicidio riapre le mie ferite, ma non mi stupisco più: ormai la violenza di genere è un'emergenza quotidiana". A dirlo è Barbara Bartolotti, 49enne palermitana, sopravvissuta a un tentato femminicidio, nel 2003, per mano di un collega.
Cos'è successo quel giorno?
"Ero segretaria in un'impresa edile con 20 dipendenti, tra cui un uomo molto distinto che mi accompagnava a sbrigare le commissioni esterne. Non mi aveva mai fatto avances, era sempre gentile con me. Per questo non mi sono insospettita quando quel giorno mi ha chiesto di vederci per parlare. All'improvviso, dopo qualche minuto che ero in macchina con lui, ho sentito un colpo alla testa: ha iniziato a prendermi a martellate, poi una coltellata all'addome".
Sapeva che lei era incinta?
"Sì, al lavoro avevo det…
"Ho sofferto molto leggendo la storia di Giulia Tramontano. Anch'io, quando sono stata aggredita, aspettavo un bambino. Ogni femminicidio riapre le mie ferite, ma non mi stupisco più: ormai la violenza di genere è un'emergenza quotidiana". A dirlo è Barbara Bartolotti, 49enne palermitana, sopravvissuta a un tentato femminicidio, nel 2003, per mano di un collega.
Cos'è successo quel giorno?
"Ero segretaria in un'impresa edile con 20 dipendenti, tra cui un uomo molto distinto che mi accompagnava a sbrigare le commissioni esterne. Non mi aveva mai fatto avances, era sempre gentile con me. Per questo non mi sono insospettita quando quel giorno mi ha chiesto di vederci per parlare. All'improvviso, dopo qualche minuto che ero in macchina con lui, ho sentito un colpo alla testa: ha iniziato a prendermi a martellate, poi una coltellata all'addome".
Sapeva che lei era incinta?
"Sì, al lavoro avevo detto che ero al terzo mese di gravidanza. Mentre infieriva sul mio corpo ripeteva: "Se non puoi essere mia, è meglio ucciderti"".
Com'è riuscita a salvarsi?
"Mi ha cosparso di benzina e mi ha dato fuoco. All'inizio ho gridato, mi sono dimenata, mentre lui mi guardava bruciare. Ma poi ho capito che per salvarmi dovevo fingermi morta. E così ho fatto. Mi ha visto immobile tra le fiamme e se n'è andato. Con le mie ultime forze sono corsa in autostrada e due persone si sono fermate per aiutarmi. Mi hanno portato in ospedale, dove ho subito fatto il nome dell'aggressore: avevo paura che non sarei sopravvissuta".
E invece?
"E invece ce l'ho fatta. Dopo 10 giorni di coma, 27 interventi e 6 mesi di ricovero. Ho riaperto gli occhi e il mio bimbo non c'era più. Mi sono rimaste tante cicatrici indelebili, sul corpo e nell'anima, ma non ho mai perso la forza".
Nonostante la beffa giudiziaria.
"Esatto, il mio aggressore è stato condannato a 21 anni di carcere, ma grazie a varie attenuanti la pena è scesa a 4 anni, tramutati in domiciliari, mai scontati con l'applicazione dell'indulto. È tornato presto un uomo libero, si è sposato ed è stato assunto in banca. Mentre io sono stata licenziata perché il capo era suo zio e tuttora ho difficoltà a trovare lavoro: pare che il mio volto segnato faccia impressione".
Però sua vita è andata avanti...
"Quattro anni dopo l'aggressione è nata mia figlia Federica, il simbolo della mia rinascita. Lei ancora non sa niente, vede le mie cicatrici, forse avrà letto qualcosa, ma non fa domande. Rispetto i suoi tempi. Anche agli altri due figli, Benny e Mattia, oggi di 23 e 22 anni, abbiamo raccontato la verità soltanto da maggiorenni".
Come hanno reagito?
"Mattia è diventato poliziotto, mi ripete sempre: 'Mamma, qualcosa deve cambiare, c'è bisogno di maggiore tutela per voi donne'. Comunque il dolore ha segnato la mia famiglia, che continua a sostenermi ogni giorno. Non abbiamo mai cercato vendetta. Nonostante le ingiustizie, credo ancora nella legge e oggi sono serena".
Ha creato anche un'associazione.
"Sin dall'inizio ho portato la mia storia nelle scuole, ma nel 2016 ho deciso di amplificare il grido di noi vittime di violenza. Così ho costituito "Libera di vivere", associazione con cui organizzo incontri di sensibilizzazione, soprattutto per educare i più giovani al rispetto. Anche se sono passati vent'anni, ripercorrere quegli eventi fa ancora male. Ma rispetto a tante donne che non ce l'hanno fatta, tutto sommato mi sento fortunata. E soprattutto utile. Offro ascolto a donne che trovano conforto nel nostro vissuto comune. Alcune subiscono in silenzio, altre trovano il coraggio di denunciare e le metto in contatto con psicologhe e avvocati che fanno parte della nostra rete".
Cosa chiedete?
"Una giustizia più rapida e incisiva. E la certezza della pena, altrimenti perderemo fiducia nelle istituzioni. Rischiamo di dover combattere per troppi cuori che non battono più".