Medici "massacrati dai turni" e pazienti in "lista d'attesa per mesi": voci dall'Italia della sanità da salvare
di Michela Bompani , Alessandra Corica , Alessandro Puglia , Sara Strippoli , Gennaro Totorizzo , Giuseppe Del Bello , Alessandro Di Maria , Micol Lavinia Lundari Perini , Clemente PistilliIeri erano 39 le piazze italiane dove le bandiere dei sindacati si sono mischiate con gli striscioni delle associazioni di pazienti per difendere la sanità pubblica incalzata dalle privatizzazioni, indebolita dalla carenza di professionisti, svilita dalle dimissioni di medici e infermieri che preferiscono un lavoro da gettonisti o nel privato, inadeguata a garantire i diritti quando con liste d'attesa per visite e esami inaccettabile. La protesta è partita il 27 maggio a Torino: quel giorno in piazza erano 12mila tra personale sanitario, farmacisti e cittadini. Ier in migliaia sono scesi in strada e davanti a 39 ospedali con lo slogan "Salviamo la sanità pubblica".
Bari, Napoli, Cagliari, Roma, Reggio Calabria, Genova. Ovunque cartelli "Sanità pubblica, e non la curi la sanità non ti cura" , flash-mob, proteste e storie che raccontano il depauperamento del Servizio Sanitario nazionale. Il messaggio è diretto al governo ma anche ai governatori delle Regioni, ritenuti colpevoli di poli…
Ieri erano 39 le piazze italiane dove le bandiere dei sindacati si sono mischiate con gli striscioni delle associazioni di pazienti per difendere la sanità pubblica incalzata dalle privatizzazioni, indebolita dalla carenza di professionisti, svilita dalle dimissioni di medici e infermieri che preferiscono un lavoro da gettonisti o nel privato, inadeguata a garantire i diritti quando con liste d'attesa per visite e esami inaccettabile. La protesta è partita il 27 maggio a Torino: quel giorno in piazza erano 12mila tra personale sanitario, farmacisti e cittadini. Ier in migliaia sono scesi in strada e davanti a 39 ospedali con lo slogan "Salviamo la sanità pubblica".
Bari, Napoli, Cagliari, Roma, Reggio Calabria, Genova. Ovunque cartelli "Sanità pubblica, e non la curi la sanità non ti cura" , flash-mob, proteste e storie che raccontano il depauperamento del Servizio Sanitario nazionale. Il messaggio è diretto al governo ma anche ai governatori delle Regioni, ritenuti colpevoli di politiche sanitarie sbagliate, mancate assunzioni, sprechi. A Napoli, nella Sala dei Baroni del Maschio Angioino, i medici si sono presentati in conferenza stampa con le mani legate e lo stesso è accaduto in quasi tutti gli ospedali campani.
"La Federazione nazionale degli ordini dei medici è vicina ai colleghi e ai cittadini che in tutte le regioni si mobilitano per supportare il nostro servizio sanitario - dice il presidente della Fnomceo Filippo Anelli. Dobbiamo tirarlo fuori da una crisi che nega ai cittadini il diritto di essere curati e ai medici e operatori di poter lavorare con serenità e sicurezza". Quando un cittadino va al pronto soccorso e si chiede perché non si riesca ad avere subito un posto letto nei reparti deve sapere che sono stati tagliati 70.000 posti letto", dice da Pescara il segretario Anaao-Assomed dell'Abruzzo, Alessandro Grimaldi. L'Intersindacale della dirigenza medica da Roma critica il Def: "È la cartina al tornasole delle politiche sanitarie del governo e l'occasione per capire quale modello assistenziale vuole adottare e quali politiche di tutela dei professionisti, di cui, pure, a parole, riconosce l'importanza". La Cisl medici a Bari denuncia anche gli sprechi come l'hub vaccinale alla Fiera del Levante: "Un costo di 30 milioni", ricorda il segretario Enzo Piccialli.
Un assaggio di quello che sarà. La battaglia prosegue il 24 giugno a Roma, una manifestazione nazionale: "Insieme per la Costituzione". I numeri parlano, avvertono gli organizzatori: il 40% delle persone non riceve le cure nei tempi previsti, 24% sono i posti letto in meno, 87% i precari in più, 25% è il calo dell'aspettativa di vita per chi non è autosufficiente, il 45% l'aumento degli infortuni sul lavoro. E nelle strutture pubbliche negli ultimi vent'anni il personale è diminuito del 12%. (Sara Strippoli)
Torino, "Ora è difficile in qualsiasi mese o stagione"
"Siamo massacrati dai turni", racconta Gustavo Boemi, medico di pronto soccorso all'ospedale Maria Vittoria di Torino. "Siamo fortemente sotto organico, dovremmo essere in 18, siamo 12 e mezzo, considerando i colleghi in part-time". Il risultato è che al pronto soccorso si fanno turni notturni 4 volte alla settimana, e per coprire i turni scoperti si rinuncia a buona parte dei weekend facendo prestazioni aggiuntive che ora sono pagate 100 euro lordi".
Si va avanti anche grazie ai medici gettonisti reclutati dalle cooperative come ormai in quasi tutti i pronto soccorso del Piemonte. "Ma non è che le agenzie abbiamo sempre a disposizione i medici che servirebbero. Fortunatamente quelli che arrivano qui hanno anche un'esperienza nel 118 - racconta Gustavo - Qualche nostro collega se n'è andato, ha lasciato la sanità pubblica per il privato o ha preferito fare il gettonista. Oppure ha scelto altre discipline.
In questo momento è molto difficile motivare un giovane a specializzarsi in medicina d'urgenza e venire a lavorare in un pronto soccorso, siamo esausti". Gustavo Boemi ha 49 anni, dal 2008 lavora in questo ospedale, che registra uno dei più alti afflussi di pazienti in città, guadagna circa 3600 euro al mese: "Prima non era così difficile, c'erano turni accettabili. La situazione è molto peggiorata con la pandemia e non ci sono più mesi invernali con il sovraffollamento per l'influenza e le polmoniti e quelli estivi, quando l'affluenza cala. Ora è difficile in qualsiasi mese o stagione". (Sara Strippoli)
Milano, "Chi rimane, come me, fa i salti mortali"
"Credo che qualsiasi cittadino debba poter accedere, senza distinzione, a cure e assistenza. Per questo, sceglierei di nuovo di lavorare nel sistema pubblico. Che però è sempre più in crisi, anche qui in Lombardia. E la carenza di personale lo dimostra: non sa quanti colleghi, negli anni, hanno deciso di lasciare". Marta Paola Pirovano, 40 anni, è una neurologa del Fatebenefratelli di Milano, membro della segreteria lombarda dell'Anaao, sindacato che aderisce alla manifestazione.
"La mia situazione - racconta - è tutto sommato fortunata, nel mio ospedale riusciamo a garantire un buon servizio, ma facciamo fronte con difficoltà agli imprevisti: in reparto siamo in tre medici, se qualcuno è assente, ad esempio per malattia, la nostra organizzazione salta. E il servizio ai pazienti inevitabilmente ne risente. Per i colleghi di altri reparti, non solo nel mio ospedale, questo a volte ha risvolti drammatici, costringendoli a turni logoranti, a volte per lunghi periodi". Tanto che molti si dimettono, per dedicarsi alla libera professione o trovare posto negli ospedali privati, più attrattivi di quelli pubblici, dove i concorsi vanno deserti. "Chi rimane, come me, fa i salti mortali: io mi destreggio tra i pazienti dell'ambulatorio da visitare dalle 9 alle 17, le consulenze in pronto soccorso, la mole di burocrazia che ormai opprime la nostra professione. È sempre più difficile". (Alessandra Corica)
Genova, "Più posti letto per smaltire più velocemente i pazienti"
"Ci sono sempre più medici che lasciano i pronto soccorso, alcuni diventano medici di famiglia, la maggior parte finisce nel privato. Come biasimarli: qui si lavora moltissimo, con difficoltà, e senza incentivi": Paolo Cremonesi è il primario del Pronto soccorso dell'ospedale Galliera di Genova. In prima linea durante il Covid, dove il suo ospedale ha avuto il ruolo di hub regionale, non ha mollato.
Lui, che alle emergenze è abituato, descrive preoccupato quella più difficile: "La carenza degli organici, con medici che dovrebbero fare 38 ore, e invece saltano turni e provano, al meglio, a coprire le forze che non ci sono". In Liguria, poi, l'impatto dei pazienti è pesante: "Abbiamo la popolazione più longeva d'Italia: avere tanti anziani significa avere moltissimi accessi ai pronto soccorso". E i giorni festivi, i periodi influenzali, o le estati caldissime, accentuano l'impatto: "È l'effetto della mancanza di una rete di medicina territoriale: il 30% degli accessi al mio reparto è improprio", dice.
Poi ci sono altre due emergenze. Le aggressioni ai sanitari: "In ogni pronto soccorso sede di Dea serve un presidio di polizia h24, 7 giorni su 7" (al Galliera esiste solo per 12 ore, escluso i festivi). E il "boarding", ovvero la permanenza in barella dei pazienti che può arrivare a cinque giorni: "Servono più posti letto nei reparti per smaltire più velocemente i pazienti". (Michela Bompani)
Emilia-Romagna, "Due problemi: carenza di medici e risorse"
"Vedo due grossi problemi per la sanità pubblica in Emilia-Romagna: carenza di medici e carenza di risorse". Salvatore Bauleo, segretario generale provinciale della Fimmg, è un medico di medicina generale a Zola Predosa e presso la Casa della Salute Lavino-Samoggia e si occupa di 1800 assistiti, "un numero che è aumentato proprio per la carenza dei medici, cui si dovrà sopperire con un aumento del supporto di personale amministrativo e infermieristico".
"Oggi - insiste Bauleo - È cambiato il nostro carico di lavoro: noi medici di base, assieme ai pronto soccorso, continuiamo a essere gli unici servizi della sanità ad accesso libero: chi si presenta in ambulatorio da noi trova sempre una risposta, una consulenza o un parere, ma riscontriamo difficoltà a ottenere consulenze per i nostri assistiti", ed è un ostacolo oggettivo perché "non sempre il percorso diagnostico si può concludere all'interno dello studio del medico di medicina generale. A volte si deve necessariamente fare ricorso a consulenze per accertamenti clinici e strumentali". Con la difficoltà a ottenerle "per noi medici sta diventando particolarmente impegnativa la gestione clinica dei pazienti, perché non riusciamo ad avere risposte in tempi opportuni". E in conseguenza di ciò "è decisamente aumentato il ricorso alla sanità privata". (Micol Lavinia Lundari Perini)
Firenze, "Chi non ha i soldi muore"
Un anno e mezzo per fare una cataratta. Otto mesi per una spirometria. E' il calvario a cui deve sottoporsi Gabriella Barbarossi, fiorentina di 77 anni. La vista a quell'età, si sa, ha il problema delle cataratte, che prima o poi vanno fatte. In questo caso è più poi che prima: "Ho preso l'appuntamento ormai da qualche mese, quando mi fu detto che avrei potuto farla nel maggio del 2024". Praticamente un altro anno di attesa. E si tratta solo del primo occhio. Poi andrà fatto l'intervento all'altro. Ma chissà quando. "Io non ci vedo più, è difficile andare avanti così, mi hanno detto che prima non c'erano posti disponibili".
Barbarossi cammina piano, molto attentamente per evitare di mettere un piede in fallo, visto che appunto la vista non è più quella di un tempo. "Siamo diventati peggio degli americani, chi ha i soldi si cura, chi non ha i soldi muore. Non mi va di essere presa in giro perché c'è chi viene in tv a dire di fare prevenzione, ma chi se la può permettere la prevenzione? Io ho mille euro di pensione al mese, ma come posso fare?". Oltre la cataratta Barbarossi deve fare anche una spirometria. Appuntamento preso ad aprile, data dell'esame novembre. (Alessandro Di Maria)
Lazio, "Tolgono le auto mediche perché manca il personale"
"Utilizziamo mezzi che hanno una media di 250mila chilometri, di 5-6 anni, e capita come è successo a me che si blocchino anche durante un codice rosso, con il risultato che ci ritroviamo mezz'ora in strada ad attendere un secondo mezzo su cui trasferire il paziente che deve essere portato con urgenza in ospedale". Anche il servizio 118 è a pezzi e le tante difficoltà nel Lazio, dove è gestito dall'Ares, sono evidenti nelle parole di Massimiliano Scermino, un operatore che lavora da nove anni nell'azienda pubblica.
Obsolete pure le barelle. "Pesano 45 chili e quando carichiamo un paziente il peso aumenta. L'equipaggio finisce sempre ad essere di due persone anziché di tre come previsto. E le malattie professionali tra i miei colleghi, ormai con la schiena a pezzi, aumentano", assicura Scermino.
L'Ares intanto non riesce a mandare avanti autonomamente l'emergenza sanitaria e milioni di euro vanno ai privati a cui vengono dati in appalto numerosi servizi. "Pensi che delle dieci ambulanze acquistate di recente spendendo oltre un milione di euro non abbiamo visto traccia e stanno togliendo le auto mediche perché manca personale", conclude l'operatore. Senza contare che chi lavora nell'emergenza a volte soccorre un paziente senza avere in ambulanza neppure le garze. (Clemente Pistilli)
Napoli, "Dieci mesi per un melanoma fanno la differenza tra vita e morte"
"La diagnosi di tumore al seno risale a 5 anni fa. Operata, adesso è in follow-up e terapia ormonale. Ma c'è il sospetto di una "recidiva": vuol dire minaccia di metastasi, per cui lo specialista le ha prescritto una risonanza. È fondamentale per decidere se e a quale terapia sottoporsi. Ed è da praticare entro 5/7 giorni, ma il "tetto di spesa" è esaurito, e per sottoporsi all'esame sborserà 800 euro. Privatamente". A raccontare il dramma di Francesca (nome di fantasia) che, a 49 anni, due figli di 12 e 17, teme di doversela vedere ancora con chemio, radio e (forse) bisturi, è Fabrizio Capuano. Presidente della delegazione Campania della Favo, la federazione che riunisce il volontariato oncologico, ne avrebbe tante, dice, di storie da "denunciare più che raccontare".
Ieri c'era anche lui alla manifestazione "Salviamo la sanità pubblica" che anche a Napoli ha visto la partecipazione compatta (tutti in fila davanti alle telecamere con le mani legate) di medici e veterinari, oltre che i rappresentanti delle associazioni-pazienti. "In Campania, nonostante la rete oncologica abbia migliorato la qualità dell'assistenza, si registrano criticità insopportabili - osserva - con liste d'attesa lunghissime. Per farsi togliere un neo sospetto con una prenotazione fatta tre giorni fa, la conferma è per marzo '24, ma 10 mesi per un melanoma fanno la differenza tra la vita e la morte" E poi ci sono i fondi stanziati per indagini ed esami di laboratorio: "Si esauriscono nei primi giorni di ogni mese a causa di un decreto "sbagliato" che ha cambiato le regole: non riconosce le priorità. Vuol sapere che succede? Che un paziente con mal di schiena chiaramente benigno ottiene la prestazione gratuita, mentre chi ha un tumore paga. Perché il budget non è stabilito sulla gravità delle patologie". (Giuseppe Del Bello)
Bari, "Nel pubblico per stabilità. Ancora non ce l'ho"
Tra le bandiere bianche e verdi che sventolano davanti alla sede della presidenza della Regione Puglia, sul lungomare di Bari, spunta una donna che si presenta così: "Erba Bjedi, infermiera, non ancora stabilizzata". Sembra uno stigma. Quarantenne, lavora nel reparto di Nefrologia dell'ospedale pediatrico della città: è precaria, con un contratto a tempo determinato da oltre due anni. Ha cominciato quindi nel bel mezzo della pandemia: "Siamo entrati in ospedale proprio con l'avvento del Covid, e non è stato semplice assistere i pazienti più piccoli.
Ora ci sono una cinquantina di infermieri non ancora stabilizzati, pur avendo i requisiti per il contratto a tempo indeterminato". Cosa significherebbe per lei firmarlo? "Sarebbe vita - risponde istantaneamente - Ho una famiglia con due figli, un mutuo da pagare: sarebbe una sicurezza". Si ferma, si allontana nel trambusto di fischietti e urla di centinaia di manifestanti per strada. Ma poi torna e aggiunge: "Sono andata nel pubblico dopo aver lavorato per 15 anni nel privato: era un grande punto interrogativo, ho rischiato per avere una stabilità familiare e finanziaria. Ancora non ce l'ho". (Gennaro Totorizzo)
Catania, "Vita personale finita, dormo quattro-cinque ore al giorno"
"La mia vita personale è finita e se tutto va bene dormo dalle quattro alle cinque ore al giorno", dice con un sorriso in cui è velato tutto il suo "spirito di abnegazione e dedizione" nei confronti dei suoi pazienti Rosalia Silvana Latino, 56 anni, mamma di due figli, primario facente funzione di Chirurgia generale 2 all'ospedale Policlinico di Catania e dirigente medico fino ad ottobre del 2022. "Sono in questa azienda dal 2003 e in questo ultimo periodo i turni sono aumentati numericamente e qualitativamente. Siamo in sette sia per i turni di reparto sia per quelli del pronto soccorso" spiega la chirurga dal sit-in intersindacale per salvare la sanità pubblica di piazza Università nel centro storico di Catania.
La giornata tipo della dottoressa Latino è quella di un primario in trincea. "Alle 7 arrivo in ospedale e leggo tutta la burocrazia e le lettere che arrivano. Alle 8 iniziano le visite con i colleghi e dopo ognuno di noi si dedica ai propri incarichi tra sale operatorie, ambulatori e reparti. Nel pomeriggio visitiamo i pazienti per vedere l'andamento del post operatorio e alle 20 comincia il turno al pronto soccorso. Se non dovessi essere lì e sono reperibile mi chiama il collega di turno e sono quindi nuovamente in ospedale". (Alessandro Puglia)