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Ammaniti: “La deriva dei like come un’Arancia meccanica. E gli adulti diventano complici”

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Lo psicoanalista usa parole severe sull'incidente di Roma: "Siamo in una situazione limite, l’educazione dei ragazzi ci è sfuggita di mano. Un bambino è morto e per gli youtuber aumentavano i followers. Ai genitori dico: per favore crescete e difendete i vostri figli dalla dipendenza dei social".
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«Siamo in una situazione limite, l’educazione di questi ragazzi ci è sfuggita di mano. Mi ricordano Arancia meccanica di Kubrick, i giovani della banda dei “Drughi” che si esaltavano nel gusto della violenza e delle azioni più temerarie. Allora però non c’erano i social, dai quali una platea di coetanei degli youtuber ha applaudito a quella folle sfida che ha portato alla morte di un bambino. Dobbiamo davvero essere preoccupati». Massimo Ammaniti, classe 1941, nella sua lunga carriera di psichiatra e psicoanalista ha curato e seguito generazioni di adolescenti. Oggi non nasconde il suo sgomento.

L’hanno definita la malattia dei like professore.
«È molto di più. Dopo lo schianto quei ragazzi continuavano a filmare la Smart dove era appena morto un bambino di cinque anni. Ma contemporaneamente migliaia di altri ragazzi mettevano like a quell’orrore. Mentre con assoluto cinismo gli youtuber dicevano…

«Siamo in una situazione limite, l’educazione di questi ragazzi ci è sfuggita di mano. Mi ricordano Arancia meccanica di Kubrick, i giovani della banda dei “Drughi” che si esaltavano nel gusto della violenza e delle azioni più temerarie. Allora però non c’erano i social, dai quali una platea di coetanei degli youtuber ha applaudito a quella folle sfida che ha portato alla morte di un bambino. Dobbiamo davvero essere preoccupati». Massimo Ammaniti, classe 1941, nella sua lunga carriera di psichiatra e psicoanalista ha curato e seguito generazioni di adolescenti. Oggi non nasconde il suo sgomento.

L’hanno definita la malattia dei like professore.
«È molto di più. Dopo lo schianto quei ragazzi continuavano a filmare la Smart dove era appena morto un bambino di cinque anni. Ma contemporaneamente migliaia di altri ragazzi mettevano like a quell’orrore. Mentre con assoluto cinismo gli youtuber dicevano che si sarebbe aggiustata ogni cosa con i risarcimenti pagati dai loro genitori. È caduto ogni senso etico, si insegue soltanto il proprio desiderio solipsistico di fare cose eccitanti e paradossali».

Lei citava i genitori. Hanno giustificato i propri figli.
«Gravissimo. E tutto il problema nasce da qui. Ma che esempio può avere un ragazzo il cui padre accetta in regalo per un giorno una Ferrari, ne bacia il cofano e si fa riprendere mentre corre senza cintura? Ringraziando il figlio che ha guadagnato un sacco di soldi con sfide estreme, così estreme da uccidere un bambino? Un mondo alla rovescia».

Come fermare questa deriva?
«Chiamando in causa, subito, gli adulti. I quali devono mettere limiti, educare, essere autorevoli. Certo se anche gli adulti, penso alla generazione dei cinquantenni, vivono in attesa di un like, trasmettono la cultura dei soldi e del successo facile, abdicano al ruolo di guida, si compiacciono per le sfide estreme su Youtube, allora per questi ragazzi sarà impossibile crescere come persone equilibrate. Si sta pervertendo il concetto di educazione. E poi c’è la realtà virtuale».

Nel senso che a forza di vivere riflessi nei propri telefoni è come se avessero perso il senso della realtà?
«Esattamente. Anche nei videogiochi si uccide per accumulare punti. Quelle uccisioni però non si sentono, non fanno male. Qui la morte invece è reale. È la vita di un bambino che non c’è più. Quei ragazzi vivevano le loro sfide con la superficialità di una challenge sul computer. Pasolini avrebbe detto che siamo di fronte a una mutazione antropologica».

Quale mutazione davanti al sangue del piccolo Manuel?
«C’è una parte del mondo adulto che oggi ha rinunciato al mestiere di genitore. I giovani, quindi, hanno come unico punto di riferimento il gruppo dei pari. È sempre stato così nell’adolescenza, e oggi si è adolescenti ben oltre i vent’anni, ma oltre ai pari c’era il confronto con i più grandi, che fungevano da limite e trasmettevano valori etici. Senza più questa barriera i giovani sono perduti».

Lei i giovani però li cura, come mai è così pessimista?
«Perché il disagio dei ragazzi ha raggiunto livelli mai visti. I suicidi, l’autolesionismo, la depressione, l’uso massificato di droghe. Poi naturalmente tutti possono essere aiutati e recuperati, ci sono anche moltissimi ragazzi equilibrati, impegnati, forti. Però io voglio lanciare un Sos».

A chi professore?
«Ai genitori. Per favore crescete. E difendete fino a quando è possibile i vostri figli dalla dipendenza dei social. I cellulari mai prima dei 12 anni. E poi il mio appello è per la scuola. Perché torni protagonista nell’educazione dei giovani. Un buon insegnante che si accorge del disagio di un ragazzo può cambiargli la vita».