Omicidio Primavalle, le ultime ore di Michelle: a casa dell’assassino accompagnata dalla zia. La madre: “Quel ragazzo mi aveva detto: le voglio bene”
di Corrado ZuninoROMA – Il marito infila le chiavi nel portone di via Paolo Emilio Sfondrati, civico 159, il Bronx di Roma occidentale, e sua moglie Daniela, la mamma di Michelle, uccisa con sei coltellate, urla: «Quel negro di merda me l’ha massacrata».
Mamma Daniela, un vestito sbracciato marrone, conosceva l’assassino di sua figlia: O., 17 anni come la sua Michelle. Il giorno prima dell’omicidio –consumato tra mezzogiorno e le quindici di mercoledì scorso - l’aveva incontrato. Proprio a casa sua, al terzo piano del palazzo F, l’ultimo di colore giallo in questo ghetto ripulito della Roma periferica. «Signora, io voglio bene a sua figlia, con me lei deve stare tranquilla», le aveva detto come presentandosi. O., padre capoverdiano, madre cingalese, un buon italiano nel suo quotidiano, usciva da un lungo fidanzamento, lungo per la sua età, chiuso da poche settimane. Due anni insieme a una ragazza romana. Dicono che dopo quella frattura fosse …
ROMA – Il marito infila le chiavi nel portone di via Paolo Emilio Sfondrati, civico 159, il Bronx di Roma occidentale, e sua moglie Daniela, la mamma di Michelle, uccisa con sei coltellate, urla: «Quel negro di merda me l’ha massacrata».
Mamma Daniela, un vestito sbracciato marrone, conosceva l’assassino di sua figlia: O., 17 anni come la sua Michelle. Il giorno prima dell’omicidio –consumato tra mezzogiorno e le quindici di mercoledì scorso - l’aveva incontrato. Proprio a casa sua, al terzo piano del palazzo F, l’ultimo di colore giallo in questo ghetto ripulito della Roma periferica. «Signora, io voglio bene a sua figlia, con me lei deve stare tranquilla», le aveva detto come presentandosi. O., padre capoverdiano, madre cingalese, un buon italiano nel suo quotidiano, usciva da un lungo fidanzamento, lungo per la sua età, chiuso da poche settimane. Due anni insieme a una ragazza romana. Dicono che dopo quella frattura fosse diventato più aggressivo. Lei, Michelle Maria Causo, 17 anni, bella, sveglia, cresciuta in fretta, era serena con il suo ragazzo, Flavio, di Torre Spaccata.
O. e Michelle si conoscevano da almeno un anno, grazie al Liceo Vittorio Gassman di Via Maffi, dietro la casa dell’adolescente e di sua madre, un’infermiera che lasciava il figlio solo in stanza molte, troppe ore. O. era un piccolo esperto di informatica, vantava doti da hacker: «Ti faccio esplodere il telefonino», minacciava chi si scontrava con lui. I ragazzi del Bronx, coetanei e amici di Michelle Maria, dicono che a una loro amica il ragazzo abbia rubato le foto personali, la ritraevano nuda. E le abbia fatte girare in chat.
«Erano amici, solo amici», ripetono Marco, Danilo, Federico. Lo dice anche Gabriele, 16 anni, il fratello minore di Michelle: «Non c’entrava niente con lei, era un’altra persona, un’altra cosa». Gabriele vuole sottolineare le distanze, anche etniche, in quella relazione. Non stavano nello stesso gruppo d’altronde, O. e Michelle, i rispettivi appartamenti distanti un chilometro. A lui la ragazza, disinibita e solare, sempre sorridente, sciolta anche nei balli su Tik Tok ispirati ad Ariana Grande, piaceva. Anche Michelle era cresciuta senza padre, andato via presto da casa. Viveva con la mamma e il fratello in casa del nonno. Con loro la zia. La nonna era morta sette mesi fa. «I problemi in famiglia non mancavano», racconta un vicino. Due adolescenti inquieti si stavano incontrando.
Il mondo di O. era quello di un normale aspirante “gangsta” di queste stagioni: contanti pesanti e droga leggera, tutto mostrato in video. «Ogni storia era fumo», raccontano i ragazzi del Bronx evidenziando l’hashish in primo piano sul social. Non aveva la faccia da duro, somigliava a uno dei tanti ragazzi in cerca di un ruolo e di sé: era alto e magro, i capelli corti schiacciati sul cranio e il ciuffo a onda davanti. Ascoltava i Coldplay, prima maniera. E una fila di rapper vittimisti.
Zia Viviana racconta: «Mercoledì l’ho accompagnata io da quel ragazzo, in auto. Non volevo lasciare Michelle sola, sotto il sole. Non stavano insieme e lei non aveva timori, d’altro canto si sapeva difendere, se c’era da menare menava». E’ l’ora di pranzo quando zia Viviana e Michelle superano il Lidl che serve il quartiere, passano il giornalaio di Via di Torrevecchia e traversano l’asse per un chilometro, sotto un’afa a 34 gradi. Lei saluta la nipote praticamente davanti a scuola, la vede scendere lungo Via Dusmet.
Michelle chiama O. che è sotto la palazzina al civico 25, sale al secondo piano, l’appartamento all’undici con la bandiera italiana sul bancone, i vestiti ancora appesi allo stendino. La vicina del primo, un piccolo in braccio, arrivata da poco nell’edificio, racconta come forse i due ragazzi si fossero visti anche il giorno prima: «Dall’interno 11 ho sentito due persone urlare, una cosa veloce, dieci secondi al massimo». E il giorno dopo, erano le tre e un quarto, lei ha visto solo O., agitato davanti al portone, con quel sacco nero a terra. Non si poteva passare dall’ingresso stretto e il ragazzo continuava a dire, impaurito: «Mi scusi, mi scusi». Ma il sacco della spazzatura, tagliato in fondo, non lo spostava. Dentro, insieme a calzini e mutande, avvolto in una coperta chiara, c’era il corpo di Michelle. «Quel ragazzo, che conoscevo appena, era come se aspettasse qualcuno», racconta la vicina, «io sono dovuta passare sopra il sacco nero con il passeggino».
Qualcuno, forse un amico del suo gruppo per metà straniero e metà italiano, era passato dal supermercato Pim e aveva preso un carrello della spesa. Lo avrebbe portato a O., aiutandolo a caricarci sopra il cadavere di Michelle. L’adolescente, quando ormai erano le quattro del pomeriggio, avrebbe spinto il carrello per 450 passi lungo via Stefano Borgia arrivando, in fondo, all’altezza degli otto cassoni per differenziare l’immondizia. Tra il Moka Caffè e la Bottega Spagnoli, davanti al cancello arrugginito che cinge il prato incolto. Lì, ha abbandonato il carrello, il sacco, Michelle.
Ora che O. è un volto da far girare sui social con le offese più feroci, di quel ragazzo alto e secco con l’orecchino portato a sinistra emergono le storie di maladolescenza: «Una volta ci chiamarono», sono sempre quelli del Bronx, gli amici di Michelle, «che lui e i suoi amici stavano lanciando sassi sui bambini, abbiamo dovuto fargli capire che non si fa».
La polizia cerca un complice: troppo pesante quel corpo per issarlo da solo sul carrello, «e nostra figlia sapeva difendersi». Dice la madre: «Quel ragazzo era molto educato, anche troppo». Il padre Gianluca: «Forse Michelle lo ha rifiutato, lei era felice con il suo fidanzato».