«Ai giovani che si chiedono “ma a che serve oggi andare all’università? Ne vale la pena?”, io rispondo: studiare serve a distinguere il vero dal falso e ad evitare di cadere nelle trappole della propaganda, come quella di guerra, o della manipolazione, come quella dell’intelligenza artificiale». Massimiliano Valerii, direttore del Censis, si rivolge direttamente ai giovani mentre tiene in mano una copertina del Der Spiegel che ritrae Papa Francesco in discoteca e Greta Thunberg su un jet privato. Immagini fake, realizzate con l’Ia.
L’aumento delle immatricolazioni è un primo segnale positivo?
«I dati vanno presi ancora con le molle ma sembra esserci una risalita. E quel che va combattuto è esattamente questo: lo scoraggiamento degli studenti davanti alla percezione che un investimento sociale ed economico, pubblico e privato, così importante come l’università oggi abbia scarsa remuneratività».
In che senso?
«Il meccanismo per cui in passato prendere un titolo di studio significava automaticamente scalare i gradini della scala sociale, avere un lavoro che definiva il tuo posto nel mondo e un salario proporzionato, si è rotto. Oggi il 33% dei laureati è sottoinquadrato. Ma studiare, istruirsi serve ancora ad avere gli anticorpi per garantirsi la propria libertà».
Troppi ragazzi però abbandonano gli studi. Come dovrebbero reagire gli atenei?
«Attrezzandosi con urgenza per accompagnare gli studenti durante tutto il loro percorso di studio e diventando quanto più inclusivi possibile. Bisogna valorizzare il merito a prescindere dalle condizioni sociali di provenienza e garantire a tutti la possibilità di istruirsi perché lo studio resta il principale strumento di emancipazione, altrimenti si blocca la mobilità sociale, si perpetua lo status quo, si difendono i privilegi».
Il punto debole è sempre lì: il diritto allo studio. Ce lo hanno spiegato gli studenti con le tende montante negli atenei per protesta.
«È la principale e persistente iniquità strutturale che condiziona l’accesso all’istruzione universitaria. Bisogna impiegare i fondi del Pnrr a disposizione e non solo per abbattere le barriere di accesso, aumentare il numero di alloggi negli studentati, offrire più borse di studio. Altrimenti si tradisce il senso stesso e la missione dell’istruzione».