“Non una crisi, ma molteplici crisi combinate insieme. Clima, guerre e pandemia ci hanno colpito contemporaneamente. E i dati sulla fame nel mondo sono peggiorati”.
Maurizio Martina, ex ministro dell’Agricoltura, dal 2021 è vicedirettore aggiunto della Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura.
Mentre parla, dal rapporto sullo “Stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo” appena pubblicato escono cifre che lasciano interdetti. Tra il 2019 e il 2022 gli esseri umani che hanno sofferto la fame sono cresciuti da 613 a 735 milioni: quasi uno su dieci. La proporzione è più che doppia in Africa: uno su cinque.
La pandemia sta finendo. Si spera che la guerra in Ucraina lo faccia presto. Il clima non si pone su un piano diverso, visto che ha portata epocale?
“Si prospetta ormai come un problema strutturale, un quadro di fondo che sta diventando il nuovo normale. L’intersezione fra la crisi climatica e quella alimentare in questa situazione rischia di diventare esplosiva. In alcune regioni dell’Africa siamo alla terza o quarta stagione di siccità. La mancanza di acqua ormai non è più l’eccezionalità, ma la norma. Dobbiamo ripensare il rapporto con questa risorsa”.
I 735 milioni di essere umani che non hanno di che sfamarsi sono le stesse persone che chiamiamo migranti economici, quando poi decidono di mettersi in viaggio. Non dovremmo riconsiderare questo termine?
“Le crisi alimentari hanno effetto anche sulle migrazioni. Servono nuove politiche, dobbiamo imparare a intervenire prima che la situazione degeneri, con pianificazioni utili e intelligenti che sappiano rispondere quando c’è una molteplicità di crisi si presentano insieme”.
Lo scorso anno si è letto spesso di carenza di fondi, di aiuti insufficienti a sfamare tutte le persone in stato di necessità, di frontiere chiuse ai soccorsi umanitari. Cosa si può fare?
“I paesi sviluppati devono incrementare il loro sostegno economico. Ci appelliamo a tutti, e chi può fare di più lo faccia. Dobbiamo essere consapevoli che il tempo a nostra disposizione si sta riducendo. Per raggiungere l’obiettivo della fame zero entro il 2030 è necessario raddoppiare gli sforzi”.
Nel suo incarico ha visto realtà che l’hanno colpita?
“Ho visitato alcuni progetti della Fao in Egitto, lungo il corso del Nilo. Si trattava di interventi per migliorare i sistemi irrigui, quindi usare con più efficienza l’acqua, in una comunità di donne allevatrici e di uomini coltivatori. Ho potuto toccare con mano l’importanza delle agenzie internazionali. E’ difficile, senza gli aiuti esterni, che le comunità riescano da sole a effettuare interventi ingenti per migliorare le loro condizioni di vita”.
Il rapporto sulla fame di quest’anno contiene un focus sull’urbanizzazione. Nel 2050 solo tre persone su dieci vivranno in un’area rurale. Riusciranno a produrre abbastanza cibo per tutti?
“Sarà necessario riorganizzare il sistema alimentare. Città e campagna non andranno più visti come due mondi che non si parlano, quasi fossero due poli contrapposti. Il loro rapporto dovrà essere di continuità”.
Nei nostri paesi abbiamo visto aumentare di molto i prezzi dei prodotti agricoli. Abbiamo sempre dato per scontato che frutta e verdura costassero poco. Ora invece ci accorgiamo di quanto è delicato il loro sistema di produzione.
“Anche le comunità internazionali sottostimano l’importanza dell’agricoltura nello sfamare le popolazioni. La percentuale di aiuti umanitari dedicata a questo settore finisce spesso per rivelarsi insufficiente. Dobbiamo essere più consapevoli che la tenuta dei sistemi agricoli è la chiave per affrontare scenari di emergenza. Aumentare la quota di finanziamenti a loro destinati è decisivo”.
L’agricoltura è anche il primo settore a entrare in crisi con il riscaldamento globale. Vedremo sempre più migranti climatici?
“Il rapporto appena pubblicato contiene numeri e statistiche. Ma dietro a quei numeri ci sono esseri umani che hanno fame, e a volte decidono per questo di migrare. Per un’organizzazione come la Fao passare dalle statistiche agli interventi sul campo è essenziale. Vuol dire aiutare concretamente le persone a vivere”.
In molti paesi l’agricoltura sta adottando la tecnologia per sprecare meno acqua. L’editing genetico, in discussione in Europa, promette di rendere le piante più resistenti alle malattie. Queste innovazioni, spesso oggetto di brevetti, arriveranno ai paesi in via di sviluppo?
“Uno dei nostri ambiti di lavoro più importanti è far sì che la tecnologia venga trasferita anche nelle aree più deboli. Non possiamo sprecare l’opportunità dell’innovazione. E’ necessario portarla a tutti, allargare il campo delle opportunità. L’editing genetico per rendere le piante più resistenti alle crisi idriche è un tema enorme, di cui occorrerà valutare benefici e costi”.
Perché una parte del mondo agricolo spesso si oppone agli interventi per frenare la crisi ambientale?
“Non dobbiamo permettere che fra agricoltura e ambiente avvenga una divaricazione. Anche se il pericolo è concreto, il nostro lavoro per evitarlo sarà decisivo. Non c’è svolta ambientale, infatti, senza il protagonismo agricolo. E non c’è svolta agricola senza il protagonismo ambientale”.