Stiglitz: “Un patto tra le democrazie per l’ambiente o sarà la catastrofe”
di Eugenio OccorsioJoseph Stiglitz
Buongiorno professore, la chiamo dall’infernal city come il Times ha etichettato Roma. «Macché, anche qui fa un caldo inusitato, è lo stesso in tutto il mondo». Joseph Stiglitz risponde dal suo ufficio della Columbia University, New York, con la consueta cortesia mista a passione. «Cos’altro deve succedere per renderci conto che viviamo in un pianeta senza confini e che abbiamo un’urgente obbligazione morale a mettere in campo tutte le misure per ridurre ogni forma di inquinamento?».
Quella del clima è la più recente delle tante battaglie ugualitarie e democratiche di Stiglitz, classe 1943: da quelle per l’accesso alle informazioni finanziarie che gli hanno fruttato il premio Nobel per l’economia nel 2001 al movimento Occupy Wall Street (dal quale per la verità ha preso le distanze quando ha deviato sulla violenza), fino alla condanna senza appello dei Bitcoin «che andrebbero messi fuori legge». Ora si batte perché i governanti di qualsiasi colore si rendano conto dell’allarme climat…
Buongiorno professore, la chiamo dall’infernal city come il Times ha etichettato Roma. «Macché, anche qui fa un caldo inusitato, è lo stesso in tutto il mondo». Joseph Stiglitz risponde dal suo ufficio della Columbia University, New York, con la consueta cortesia mista a passione. «Cos’altro deve succedere per renderci conto che viviamo in un pianeta senza confini e che abbiamo un’urgente obbligazione morale a mettere in campo tutte le misure per ridurre ogni forma di inquinamento?».
Quella del clima è la più recente delle tante battaglie ugualitarie e democratiche di Stiglitz, classe 1943: da quelle per l’accesso alle informazioni finanziarie che gli hanno fruttato il premio Nobel per l’economia nel 2001 al movimento Occupy Wall Street (dal quale per la verità ha preso le distanze quando ha deviato sulla violenza), fino alla condanna senza appello dei Bitcoin «che andrebbero messi fuori legge». Ora si batte perché i governanti di qualsiasi colore si rendano conto dell’allarme climatico e agiscano in fretta.
Nella settimana più calda della storia, John Kerry, inviato speciale per il clima del presidente, è in Cina. Riuscirà a chiudere il discorso avviato da Blinken e Yellen, cioè arrivare a qualche forma di cooperazione?
«Qualche speranza ce l’abbiamo. È troppo dire che la distensione passa per il clima, perché le tensioni commerciali restano, resta l’atteggiamento ostile dei cinesi quanto a investimenti in tecnologie, resta il loro brandire sempre l’arma delle terre rare di cui hanno una specie di monopolio – anche se l’occidente riuscirà ad estrarne per suo conto serviranno non meno di cinque anni per pareggiare il conto – però sul cambiamento climatico c’è identità di vedute. Non potrebbe essere diversamente. Anche la Cina si rende conto dell’urgenza di agire, magari con tempi diversi. Sono piuttosto speranzoso, e per il pianeta è un bel colpo a suo favore vista la rilevanza di Pechino».
Ma, Cina a parte, è corretta l’interpretazione di quanti rilevano che i governi conservatori sono più scettici sul riscaldamento globale, le sue cause e i suoi rimedi?
«Beh, noi abbiamo avuto l’esempio di Trump, che definirei di scuola. Oltre a disdettare l’accordo di Parigi, poi per fortuna ripristinato da Biden, aveva messo in giro calcoli economici apparentemente validi ma in realtà devastanti, secondo i quali gli investimenti per l’ambiente, dalle energie rinnovabili agli interventi idrogeologici, comportavano un carico finanziario eccessivo che sarebbe ricaduto sulle future generazioni. Peggio ancora: diceva che avrebbero comportato un costo smisurato sul debito pubblico».
Invece?
«È tutto il contrario. Gli investimenti fatti oggi avranno una valenza enorme per i nostri figli e nipoti nella misura in cui saranno loro risparmiati alluvioni, siccità, incendi, tempeste, uragani, ondate di calore. Un valore che mi sembra ben superiore, e lo è anche in termini economici. Una catastrofe ha bisogno di anni per recuperare, spese infinite, perdite umane. Tutto questo non ha prezzo, non solo: ha un preciso valore economico».
Lei ha presieduto, con Amartya Sen e il compianto Jean-Paul Fitoussi, la commissione dell’Onu incaricata di redigere il “nuovo Pil”: il clima fa parte del “pacchetto”?
«Certo. A fianco della sicurezza individuale, della salute, dell’educazione, la vivibilità del pianeta è parte integrante, anzi qualificante, del futuro “well-being”. Se sapremo assicurare la sostenibilità in tutte le dimensioni – economica, politica, sociale, ambientale – potremo sperare nella lotta alle disuguaglianze e nella giustizia sociale. Solo allora avremo superato l’“efficienza” di Vilfredo Pareto, secondo cui era impossibile che qualcuno stesse bene senza che qualcun altro soffrisse».
Con queste teorie lei sarà popolare fra i giovani, almeno quelli di sana fede democratica…
«I ragazzi ci tengono al loro futuro, noi anziani dovremmo fare lo stesso. Seguo con passione, per esempio, le due class action mosse da gruppi di giovani in Montana e Oregon per far valere i diritti costituzionali all’ambiente, che i giudici stanno consentendo che vadano avanti».