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Transizione di genere senza operarsi, gli attivisti: “Serve una nuova legge che protegga la persona da abusi e violenze”

Emanuela, prima donna transgender riconosciuta senza essersi sottoposta ad intervento

 (ansa)
Dopo il caso di Emanuela emergono tante storie di discriminazione e ingiustizia, dovute alle storture della 164 del 1982 che difende l’ordine pubblico ma non l’essere umano
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Secondo l’Istituto superiore di sanità in Italia sono 400mila le persone transgender e non è detto che tutte abbiano chiuso il cerchio con gli interventi e le terapie ormonali. Perché non è detto che il cerchio si debba chiudere. E il caso di Emanuela che ha ottenuto l'identità di donna mantenendo l'organo sessuale maschile, raccontato da Repubblica, è solo il primo emerso dopo anni di sentenze rimaste nell'ombra che hanno colmato il vuoto legislativo lasciato dalla legge 164 dell'82. Perché è “una legge nata per tutelare l'ordine pubblico e non l'autodeterminazione delle persone”, dice l'avvocato Giovanni Guercio, vincitore delle prime sentenze.

Una legge discriminatoria

A partire dal 2011 sono state autorizzate a cambiare nome e genere decine di persone ma “la legge non era uguale per tutti: a seconda di dove si era residenti si otteneva il diritto alla rettifica anagrafica senza intervento oppure no, dipendeva dai tribunali” spiega. E le storie non sono state raccontate. …

Secondo l’Istituto superiore di sanità in Italia sono 400mila le persone transgender e non è detto che tutte abbiano chiuso il cerchio con gli interventi e le terapie ormonali. Perché non è detto che il cerchio si debba chiudere. E il caso di Emanuela che ha ottenuto l'identità di donna mantenendo l'organo sessuale maschile, raccontato da Repubblica, è solo il primo emerso dopo anni di sentenze rimaste nell'ombra che hanno colmato il vuoto legislativo lasciato dalla legge 164 dell'82. Perché è “una legge nata per tutelare l'ordine pubblico e non l'autodeterminazione delle persone”, dice l'avvocato Giovanni Guercio, vincitore delle prime sentenze.

Una legge discriminatoria

A partire dal 2011 sono state autorizzate a cambiare nome e genere decine di persone ma “la legge non era uguale per tutti: a seconda di dove si era residenti si otteneva il diritto alla rettifica anagrafica senza intervento oppure no, dipendeva dai tribunali” spiega. E le storie non sono state raccontate. A cominciare da quella di Roberta Parigiani, oggi legale del Movimento italiano transgender (Mit) che dice “io per prima ho ottenuto la rettifica senza operarmi: il collegio autorizza il cambio all'anagrafe e l'intervento ma le persone rimangono libere di sottoporvisi oppure no”. E di dire di essere transgender oppure no. Da una parte, secondo Guercio, il disinteresse dei media mainstream è durato a lungo ma dall'altro, secondo Milo Serraglia, attivista, storie come questa possono innescare meccanismi di odio e le persone hanno tutte le ragioni per volersi proteggere. “Tra l'uso di termini come travestito e le accuse rivolte alle donne transgender di essere in realtà uomini che aggirano il sistema per aggredire le donne è facile essere vittime di transfobia – dice Serraglia –. Sappiamo che gli uomini possono mettere in pericolo la vita delle donne senza bisogno di vivere decenni di pastoie burocratiche e visite umilianti”.

Il diritto all’oblio

Ma ancora, le persone transgender hanno diritto all'oblio, una volta ottenuta la rettifica all'anagrafe cambia anche l'atto di nascita: la persona precedente scompare e la nuova persona può non volersi raccontare, a maggior ragione per sentirsi chiamare al maschile pur avendo ottenuto legalmente l'identità di donna. E non c'è certo un obbligo né un capriccio, come spiega Porpora Marcasciano, storica attivista transgender e oggi consigliera comunale a Bologna. “Le sentenze vengono emesse sulla base dei bisogni di una persona che può anche non procedere con l'intervento per motivi di salute. E la legge dell'82 che regola la transizione di genere in tal senso mostra tutti i suoi limiti”.

I limiti della legge 164 dell’82

Una legge, la 164, negli anni Ottanta fu, sì, salvavita perché ha riconosciuto l'esistenza anagrafica di persone che ricorrevano all'intervento all'estero ma che nasceva appunto per tutelare l'ordine pubblico: le apparenze devono collimare con i documenti. Ma oggi è riconosciuta dagli attivisti come una legge che disconosce il non binarismo ma soprattutto come “una sorta di TSO, una sterilizzazione di massa”. Isterectomia e falloplastica per le donne che si identificano uomini, castrazione e vaginoplastica per gli uomini che si identificano donne. Una obbligatorietà scritta a chiare lettere, sebbene nel 2015 la Corte di Cassazione abbia sancito un principio diverso, che anche “ci obbliga a fingerci eterosessuali e si aggrappa a una visione binaria che ci divide in uomini o donne, tertium non datur”, continua Serraglia. Ma la legge 164 “viola i diritti umani secondo Strasburgo che, nel 2018, bacchettò l'Italia per aver costretto una donna trans alla castrazione, pena la non autorizzazione a procedere”, aggiunge l'avvocato Guercio, legale anche di un ragazzo trans che pur di ottenere la rettifica sui documenti si è sottoposto per 11 anni a interventi di falloplastica sempre miseramente falliti,“il membro andava in necrosi ogni volta ma era obbligato a tentare - continua Guercio - questa è violenza”.

La necessità di una legge nuova che protegga dagli abusi

“E sappiamo anche che l'intervento non cambia l'identità di genere percepita, non è un bisturi, né il trucco a renderti una donna ma ciò che hai nel cuore e soprattutto tra le orecchie”, spiega Monica J. Romano, consigliera comunale a Milano. Insieme a lei anche Marcasciano, Serraglia, Parigiani, Guercio, Cristina Leo, vice presidente dell'associazione di persone trans e non binarie Gender x o ancora Lorenzo Barbaro, portavoce del gruppo Trans di Arcigay Palermo. C'è coesione: “non può essere un collegio in tribunale, né una equipe di endocrinologi, né gli psichiatri a stabilire come si sente una persona e ad autorizzare quando non a obbligare a sottoporsi a un intervento e alla terapia ormonale per ottenere il cambio di nome all'anagrafe, siamo stati sorpassati da quasi tutti i Paesi”. Ma una nuova legge oggi non atterrerebbe in un terreno amico, per quanto in lavorazione ci siano diverse proposte. Ancora Serraglia a nome degli Stati Genderali Lgbtqia+ e Disability spiega che “la proposta che stiamo scrivendo da circa due anni, in un percorso aperto e nazionale, punta sui principi di autodeterminazione, accessibilità e assunzione di responsabilità rispetto al ritardo legislativo che ha permesso che molte di noi sperimentassero violenza domestica, sociale e istituzionale. Serve una legge che ci protegga dagli abusi e dai giudici che ci rimandano indietro perché la barba che abbiamo, secondo loro, non è abbastanza folta”. E anche il Mit sta lavorando a una proposta che possa snellire la burocrazia e “svincolare le pronunce dagli sguardi giudicanti di giudici e medici – dice Parigiani – ma è evidente che non viviamo nel giusto contesto politico per dare concretezza a nuovi principi di autodeterminazione”. Anzi, “visto il clima torneremmo indietro anche rispetto ai passi compiuti dalla giurisprudenza”, specifica Guercio. Se si tira il filo sbagliato insomma, il rischio è che si sfili tutto il maglione.

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