Grande caldo, l’allarme di Hervé Barmasse: “Le Alpi muoiono, rischiamo una guerra per l’acqua”
dal nostro inviato Giampaolo VisettiVALTOURNENCHE – “Da trent’anni, ogni giorno, vedo i ghiacciai che si sciolgono sul Cervino, sul Monte Rosa e sul Monte Banco, i massicci alpini più alti d’Europa. Il surriscaldamento del clima, con le sue tragiche conseguenze, non è più una notizia. Nuovi invece sono i torrenti di fusione che da settimane precipitano tra i 4300 e i 4500 metri di quota, il cedimento del permafrost, le rocce che si sgretolano, le cascate d’acqua e le frane. Causa il caldo record, oggi le città soffocano: le montagne invece muoiono, ridotte a morene aride e instabili. Se non agiamo subito per curare la terra che abbiamo sconvolto, l’Italia e le Alpi vedranno presto scontri e guerre per l’acqua, per gli ultimi territori abitabili. La posta in palio qui non è più lo sviluppo, ma la sopravvivenza”. Hervé Barmasse, quarta generazione di guide del Cervino, tra i più forti alpinisti in attività e protagonista di spedizioni in tutto il mondo, lancia l’allarme. “In pochi giorni – dice a Repubblica nella sua casa…
VALTOURNENCHE – “Da trent’anni, ogni giorno, vedo i ghiacciai che si sciolgono sul Cervino, sul Monte Rosa e sul Monte Banco, i massicci alpini più alti d’Europa. Il surriscaldamento del clima, con le sue tragiche conseguenze, non è più una notizia. Nuovi invece sono i torrenti di fusione che da settimane precipitano tra i 4300 e i 4500 metri di quota, il cedimento del permafrost, le rocce che si sgretolano, le cascate d’acqua e le frane. Causa il caldo record, oggi le città soffocano: le montagne invece muoiono, ridotte a morene aride e instabili. Se non agiamo subito per curare la terra che abbiamo sconvolto, l’Italia e le Alpi vedranno presto scontri e guerre per l’acqua, per gli ultimi territori abitabili. La posta in palio qui non è più lo sviluppo, ma la sopravvivenza”. Hervé Barmasse, quarta generazione di guide del Cervino, tra i più forti alpinisti in attività e protagonista di spedizioni in tutto il mondo, lancia l’allarme. “In pochi giorni – dice a Repubblica nella sua casa a Valtournenche – la neve della tarda primavera è scomparsa. Lo zero termico è sopra quota 4600 anche di notte, il ghiaccio millenario fonde. Le bombe di calore stanno trasformando le Alpi in un deserto di pietre friabili, non più fermate dal gelo. E’ giusto fermare i cantieri quando in pianura il caldo è insopportabile, o proteggere le persone fragili nelle città: se però vogliamo salvare la vita umana in Europa dobbiamo avere il coraggio di metterci tutti in cordata per fare una vera rivoluzione verde. Il primo obiettivo è salvare le montagne, fonte del 70% dell’acqua che consumiamo”.
Il grande caldo arriva anche sulle Alpi: il drone mostra il ghiaccio che si assottiglia sul Plateau Rosa
Cosa la preoccupa di più in questa estate candidata ad essere, anche sulle Alpi, la più rovente della storia?
“Salgo in quota e da un giorno all’altro non riconosco più i luoghi. Dove ieri avanzavo su ghiaccio e roccia compatti, oggi affondo nell’acqua e nel fango. Come guida alpina mi preoccupano i crolli diffusi e imprevedibili, la mancanza di precedenti storici per muoversi riducendo il rischio. Come persona mi angoscia assistere impotente al rapido prosciugamento della montagna: l’estate divora primavere e autunni, il rubinetto ormai è sempre aperto ed escono le nostre ultime gocce”.
Teme la desertificazione dell’arco alpino, riserva idrica estrema dell’Europa?
“Non la temo, la vedo. A Gressoney, ai piedi del Monte Rosa, ho visto salire le autobotti con l’acqua potabile. Certi alpeggi valdostani, che raggiungono quota 2700 metri, non sono più certi di avere acqua per le vacche, o per fare il formaggio. Il sole indurisce i prati al punto che quando piove l’acqua corre via come sul cemento. La carenza d’acqua, anche sulle Alpi, già discrimina i poveri: i più ricchi, il turismo e le imprese, pretendono l’acqua di tutti, gli altri restano a secco. Il deserto sulle Alpi fa esplodere la società”.
La politica fa abbastanza per contrastare surriscaldamento e cambiamento del clima?
“Mi dispiace dirlo ma nei fatti è ferma, specie in Italia. Ogni scelta pro-natura viene presentata come atto estremista. E’ evidente per chiunque che la salute umana deve essere la priorità, ma chi ha la responsabilità di decidere non si muove. Invito il nostro governo e la commissione Ue sul Cervino. Sono certo che, vedendo la catastrofe, ogni politico diventerebbe come un alpinista: non sa quali difficoltà dovrà superare per salire in vetta, ma sa che per centrare l’obiettivo risolverà ogni problema. Per la politica oggi la vetta è la vita umana sul pianeta”.
Cosa si deve fare per salvare Alpi e Appennini da caldo e siccità ed eventi catastrofici?
“Vanno ampliate e realmente protette vaste aree di natura selvaggia. Le zone fragili non possono continuare a essere distrutte. Se proteggiamo le città con gli alberi e tinteggiando i tetti di bianco, non possiamo poi cementificare ogni metro di montagna. La soluzione non è nemmeno riempire le Alpi di dighe e di bacini artificiali, riducendole a una cisterna impermeabile per le industrie. L’ambiente deve recuperare il suo equilibrio: gli investimenti vanno indirizzati verso scienza e natura”.
Qual è, nella sua vita, il cambiamento più evidente causato dall’innalzamento delle temperature?
“Il Cervino era bianco ed è diventato grigio. D’inverno il prato di casa mia, quota 1500 metri, non gela più. Molte sorgenti sono asciutte. Sciare sui ghiacciai, in estate, non è più scontato ed è possibile solo all’alba. In quota tira sempre vento. Mio padre portava i clienti sul Cervino in luglio: oggi i versanti nord, sulle Alpi, sono affrontabili solo in inverno. Nulla, nemmeno gli alberi e gli animali, sono rimasti come quando ero bambino: il disastro non è una prospettiva nel futuro, è il presente della nostra vita”.
E’ sorpreso, pensava di lasciarlo solo in eredità ai figli?
“Mi stupisce il collettivo abbandonarsi al peggio. La pandemia da Covid, grazie alla scienza, è stata superata con una determinazione storica e globale. L’agonia della terra, che già causa ogni anno un numero di vittime molto superiore al Covid, è nei fatti ignorata. Scienza e politica possono ancora salvare la vita umana: non farlo sarebbe il loro ultimo fallimento”.
Pensa che le sue due figlie potranno restare a vivere ai piedi del Cervino?
“Spero che possano restare qui non per sopravvivenza, in quanto non più possibile resistere in pianura e nelle città, ma per scelta di vita. La montagna, un tempo abbandonata, deve oggi difendersi dal concentrato assalto turistico. Le risorse scarseggiano: distribuire il tempo libero nell’arco di tutto l’anno, con estati così torride, è un’altra sfida non rinviabile”.
Sabato, a Trento, festeggerà con scienziati, imprenditori, artisti e ambientalisti i dieci anni del Muse, il museo di scienze progettato da Renzo Piano, impegnato nella lotta contro il surriscaldamento del clima: quale sarà il suo messaggio?
“Due parole-chiave: il dovere del cambiamento e il dovere del rispetto. Per sopravvivere dobbiamo cambiare modello di sviluppo e dobbiamo rispettare la terra, a partire dagli altri. Solo un esempio: i giovani che lottano per il clima vengono criminalizzati, o derisi, specie da una parte della politica. Dobbiamo invece ascoltarli e ringraziarli: il pianeta ha bisogno di una rivoluzione verde, loro per fortuna la stanno facendo. Una sola domanda: se non sei un attivista, oggi, sei qualcuno?”.