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Clima, Rifkin: “Non c’è più tempo. L’Italia guidi un patto per salvare il Mediterraneo”

L’intervista all’economista: “Gli italiani prendano piena coscienza che senza un’iniziativa rapida e decisa per risolvere il cambiamento climatico il Paese rischia una catastrofica distruzione degli ecosistemi”
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«L’Italia, insieme con Grecia, Francia e Spagna e le altre 19 nazioni che condividono l’ecosistema marino del Mediterraneo, sono i più colpiti nel mondo dall’attuale ondata di calore». Con questa poco confortante notizia inizia la conversazione con Jeremy Rifkin, guru degli attivisti ambientali, classe 1945, autore di 23 libri sul cambiamento climatico tradotti in tutte le lingue. In quest’intervista, Rifkin lancia un appello al presidente della Repubblica perché l’Italia si renda promotrice di un’iniziativa in grado di arginare i danni del cambiamento climatico.

Professore, allora non ha torto la stampa inglese quando chiama Roma “infernal city”?

«Purtroppo no. Il Mediterraneo si sta surriscaldando a una velocità superiore per il 20% a quella del resto del mondo. L’ecosistema della regione avrà entro il 2050 il 40% in meno di precipitazioni nella stagione piovosa invernale e il 20% in meno di pioggia fra aprile a settembre. Le condizioni oggettive di siccità dureranno sei mesi l…

«L’Italia, insieme con Grecia, Francia e Spagna e le altre 19 nazioni che condividono l’ecosistema marino del Mediterraneo, sono i più colpiti nel mondo dall’attuale ondata di calore». Con questa poco confortante notizia inizia la conversazione con Jeremy Rifkin, guru degli attivisti ambientali, classe 1945, autore di 23 libri sul cambiamento climatico tradotti in tutte le lingue. In quest’intervista, Rifkin lancia un appello al presidente della Repubblica perché l’Italia si renda promotrice di un’iniziativa in grado di arginare i danni del cambiamento climatico.

Professore, allora non ha torto la stampa inglese quando chiama Roma “infernal city”?

«Purtroppo no. Il Mediterraneo si sta surriscaldando a una velocità superiore per il 20% a quella del resto del mondo. L’ecosistema della regione avrà entro il 2050 il 40% in meno di precipitazioni nella stagione piovosa invernale e il 20% in meno di pioggia fra aprile a settembre. Le condizioni oggettive di siccità dureranno sei mesi l’anno. I bacini idrici avranno un decremento del 25%».

Anche al di là delle Colonne d’Ercole fa caldo, e dall’altra parte del mondo, in Cina, si sono raggiunti i 41 gradi…

«Una serie di studi qualificati conferma che la regione del Mediterraneo, per una questione di conformazione geografica, soffre la maggior diminuzione di previsioni di pioggia di qualunque altro sistema terreste sul pianeta».

Cosa fare per invertire quest’angoscioso orologio della storia?

«È urgente che gli italiani prendano piena consapevolezza che senza un’iniziativa rapida e decisa per risolvere il cambiamento climatico il Paese rischia una catastrofica distruzione degli ecosistemi, la perdita di vite umane, migrazioni di massa nel corso dei prossimi quattro decenni. Perciò vorrei fare un appello al vostro presidente Sergio Mattarella».

Mattarella?

«Conosco il suo interesse sincero in merito all’impatto che il cambiamento climatico sta avendo sull’Italia, sull’Europa e sul mondo. La mia speranza è che il presidente utilizzi questo momento come un’opportunità per dare il via a un dialogo che prepari l’Italia alle trasformazioni necessarie a dotarsi di un’infrastruttura resiliente, che io chiamo “da terza rivoluzione industriale”, in grado di creare nuove opportunità commerciali e occupazionali nei prossimi decenni, permettendo al tempo stesso all’Italia di adattarsi a un ambiente che risente del riscaldamento climatico. Il tutto per fornire speranza e opportunità per le generazioni future. Dobbiamo capire che non c’è più tempo, e tutti gli schieramenti politici italiani, le regioni, la comunità degli affari, le università e la società civile hanno bisogno di ritrovarsi insieme e sviluppare una “roadmap” comune per il futuro».

Un processo, ci diceva, transnazionale.

«Sarebbe importante discutere l’opportunità che l’Italia, insieme a Francia, Spagna e gli altri Paesi che condividono l’ecosistema del Mediterraneo lancino il processo per una governance bioregionale comune. L’Unione europea e l’Unione per il Mediterraneo (fondata nel 2008 in un vertice a Parigi, ndr) avevano già avviato il lavoro preparatorio verso una forma di governo bioregionale condiviso. È il momento di formalizzare i piani per sviluppare in tutto il Mediterraneo un’infrastruttura resiliente: se vogliamo davvero salvare l’Italia e tutti i Paesi della regione serve una transizione dalla geopolitica tradizionale alle nuove politiche della biosfera emergenti».

Una sorte di “bioregione” dedicata all’ambiente, ma anche con una sua valenza amministrativa?

«Sì. Il concetto di governance bioregionale sta cominciando a emergere. Gli Stati Uniti sono dei precursori. Abbiamo già due bioregioni ben strutturate che mettono insieme stati americani e province canadesi: la Pacific NorthWest Economic Region che comprende diversi stati dall’Idaho all’Oregon, e le province di Alberta, British Columbia, Yukon, e la Great Lakes St.Lawrence, che fornisce il 20% dell’acqua dolce del pianeta e riunisce otto stati americani e due province canadesi. Entrambe le bioregioni hanno formalizzato accordi di governo per proteggere i loro ecosistemi e condividere le trasformazioni infrastrutturali, le opportunità commerciali e l’occupazione che si creano».

Una struttura del genere del Mediterraneo è ben più difficile…

«Non sarebbe una minaccia alla sovranità nazionale. Si tratta solo di dare il giusto spazio alle questioni ambientali e alle relative opportunità economiche che vengono generate. L’Unione europea sta impegnando fondi importanti nelle trasformazioni infrastrutturali relative al green deal:  spero che l’Italia possa essere d’aiuto e prenda in mano la leadership di quest’iniziativa».

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