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A Venezia la festa di San Giacomo, per 12 giorni la città torna alla tradizione. I veneziani : “E’ il nostro fortino contro l’estinzione”

La sagra, sempre la stessa da 65 anni, è un momento per i cittadini per ritrovarsi e rivivere la città salva dal business e dai turismo. “Qui sopravvivono ancora socialità e speranza, anche per i più giovani”
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C’è un’isola in Laguna che emerge per 12 giorni all’anno da 65 anni. Si chiama San Giacomo Benefica e ogni volta che affiora in superficie porta a galla una comunità fatta di solidarietà, condivisione e speranza.

In una Venezia assediata da migliaia di turisti, usata come vetrina per i più disparati eventi e inaccessibile per i prezzi schizzati alle stelle, la sagra di San Giacomo Benefica mostra che sotto quella patina che rischia di soffocare la città, ci sono ancora degli abitanti che non si rassegnano a essere considerati comparse. «Venezia non è un museo e in questi giorni si sente la sua anima» spiega Bettina Giacori, conosciuta come la Betty del Caffè Rosso, nominata presidente della San Giacomo Beneficia dopo lo storico Giuliano Zanon, mancato l’anno scorso e mai dimenticato.

La tradizione che sopravvive

Nata da un gruppo di amici nel 1958 in Campo San Giacomo come iniziativa per raccogliere soldi per le persone…

C’è un’isola in Laguna che emerge per 12 giorni all’anno da 65 anni. Si chiama San Giacomo Benefica e ogni volta che affiora in superficie porta a galla una comunità fatta di solidarietà, condivisione e speranza.

In una Venezia assediata da migliaia di turisti, usata come vetrina per i più disparati eventi e inaccessibile per i prezzi schizzati alle stelle, la sagra di San Giacomo Benefica mostra che sotto quella patina che rischia di soffocare la città, ci sono ancora degli abitanti che non si rassegnano a essere considerati comparse. «Venezia non è un museo e in questi giorni si sente la sua anima» spiega Bettina Giacori, conosciuta come la Betty del Caffè Rosso, nominata presidente della San Giacomo Beneficia dopo lo storico Giuliano Zanon, mancato l’anno scorso e mai dimenticato.

La tradizione che sopravvive

Nata da un gruppo di amici nel 1958 in Campo San Giacomo come iniziativa per raccogliere soldi per le persone in difficoltà, oggi la sagra è una delle poche realtà veneziane rimasta davvero fedele a sé stessa. Per 12 giorni i veneziani hanno uno spazio loro per ritrovarsi e perfino ballare, un evento eccezionale in una città a misura di turista che tratta chi ci abita come un peso da sopportare.

Davanti a costicine, bovoeti e bigoi in salsa o in fila per la pesca di beneficenza, si compie l’antico rituale della socialità. Lo spazio del campo diventa un colorato fortino in cui la presenza di ogni corpo assume un valore politico, come a dire noi resistiamo, non ce ne andiamo, noi siamo Venezia. Il gran finale, in programma questa sera, è la tombola, partecipata da centinaia di persone.

Una festa di socialità e solidarietà

La sagra è ancora promossa da una trentina di volontari, dagli 8 agli 80 anni, riconoscibili dalla maglietta gialla, che lavorano instancabili e consapevoli di avere 12 giorni di tempo prima di inabissarsi di nuovo per tramandare i valori che mantengono vivo lo spirito dell’iniziativa. Oltre a loro in questi giorni si muove un mondo di volontari, da chi dona il cibo a chi si dedica al trasporto merci e alla realizzazione dei banchetti e del palco. Il ricavato delle serate continua a essere devoluto alle famiglie più povere o all’acquisto di strumenti per l’Ospedale Civile.

Come 65 anni fa

La fila di lucine che decorano il Campo delimitandone il perimetro come se fosse uno spazio sacro, sono le stesse di 65 anni fa, solo a Led. Lo striscione bianco con la scritta Benvenuti alla Festa di S. G. Benefica è ormai stampato nell’immaginario cittadino, ancora oggi appeso da un lato all’albero del campo e dall’altro alla chiesa. Il cilindro di rete a manovella, pezzo forte del banco della pesca di beneficenza, è lo stesso custodito di decenni fa.

Qui più che mai ci si aggrappa alla tradizione, si ripete ogni gesto per non dimenticarlo, si tramandano i racconti, in un disperato tentativo di non sparire travolti dal business che sembra occupare ogni angolo. «Da 15 anni faccio il volontario nella cucina e anche se è faticoso quello che mi spinge a farlo è che in una città depredata questo è uno dei pochi momenti di autenticità di vera vita cittadina che mi permette di ricucirmi con quella Venezia con cui sono cresciuto» racconta Sebastiano Giorgi, 56 anni, veneziano che vive tra la Laguna e la Polonia, direttore di Gazzetta Italia e autore del recente libro Corte Polacca. «In questi 12 giorni si tocca con mano una controffensiva civica contro una politica che non tutela gli abitanti e li fa sentire ospiti a casa loro, ma la potenza umana di questo evento è paragonabile al sassolino della fionda di Davide che si scaglia contro un Golia economico e lo destabilizza».

I giovani volontari in cerca di un obiettivo

In cucina, a cuocere carne sulla griglia rovente nei giorni di canicola, ci sono Renato Fiorese, Mirko Mauro, Adriano Strozzi, Francesco D’Introno, memoria storica della San Giacomo Benefica. «Ho iniziato a lavorare nei cantieri navali e ho finito come capo servizio operaio nel cantiere dell’Ospedale al Mare del Lido di Venezia» racconta Fiorese, 80 anni, in una pausa. Ha il volto segnato dal sole e dall’esperienza, circondato da boccoli bianchi. «La città è cambiata molto perché è maltrattata, mentre la sagra è identica a decenni fa. Per chi abita qui è un rifugio, una certezza che Venezia è ancora viva. Quello che mi colpisce è che vedo tantissimi giovani alla ricerca di un obiettivo, vogliono impegnarsi, ma non sanno dove e come. Ai miei tempi tutti eravamo impegnati politicamente, mentre ora vedo che i ragazzi cercano un modo per sentirsi parte della società, anche venendo a fare i volontari qui».

Il piacere di stare insieme

Operai, insegnanti, cuochi, qui tutti sono accomunati dal piacere di stare insieme e dalla consapevolezza che questi sforzi andranno a chi vive un momento di disagio. «Penso che uno dei motivi per cui funziona ancora questa iniziativa è che è veramente laica e rivolta ad aiutare altre persone» spiega Roberta Iachini, insegnante di Progettazione multimediale alle superiori e da anni volontaria alla pesca di beneficenza. In una città dove tutto diventa business, qui prevale ancora la solidarietà. «Se senti che la città ti viene portata via ti attacchi a questi momenti perché senti che sono unici, autentici e veri. È pieno di giovani che non si vedono quasi mai in città e questo fa capire quanto abbiamo bisogno di spazi di socialità. Continuo a fare la volontaria perché ho realizzato che serve che qualcuno inizi qualcosa per fare da traino anche per gli altri».

I veneziani chiedono di non essere ‘cacciati’

Qui c’è anche chi si è preso ferie pur di aiutare l’isola a emergere, come Max Greifenberg, operaio, che ogni giorno arriva alle 6 per smistare la merce e organizzare il lavoro di tutta la giornata. Nei 120 tavoli si riuniscono quei cittadini che vogliono stare in questa città e chiedono ogni giorno alle istituzioni di prendersi cura dei suoi abitanti. «Premetto che è la mia festa preferita in assoluto, non solo perché è laica, ma anche perché ci si diverte, c’è musica, è strapiena di veneziani e si riesce a ricompattare una città che è soffocata da una marea di turisti che rende impossibile a chi vive qui di avere degli spazi di socialità veri» spiega l’attore veneziano Alessandro Bressanello, volto di Aldo Cavallo nel film È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino. «So che dico una cosa fortissima e lo faccio provocatoriamente, ma chi abita qui ha la percezione che sia in corso un vero piano per mandare via i residenti. Ogni evento, per esempio il Redentore, diventa l’occasione per fare business turistico e per questo la Benefica è sentita come una rivalsa, un momento in cui ci ricuciamo come comunità».

La Venezia dei bambini

E poi ci sono loro, i bambini che fanno da volontari al banco della Pesca di beneficenza, una banda di futuri veneziani dagli 8 ai 13 anni che hanno già capito di essere a rischio di estinzione. «Sono qui perché mi piace che questi premi facciano contente le persone e che i soldi vadano ad aiutare chi non li ha» spiega Manuel, 9 anni e un ciuffo di capelli biondissimo che gli copre gli occhi. Tutte le sere lui e Jacopo, il suo migliore amico, aprono i bigliettini che le persone pescano nella ruota e consegnano i premi: mollette, fazzoletti, penne, presine, ma anche quelli più ambiti come giochi, barbecue e la bicicletta, posizionata su tutti come trofeo. Con loro ci sono Marta, 11 anni e Dina. 13. Basta fermarsi un po’ a parlare con loro per fare una scorta di speranza per il futuro. «Quello che mi piace di questa sagra è che non ci sono gruppetti separati, come capita spesso» confida Dina, due grandissimi occhioni azzurri. Viene ogni sera perché le piace vedere la gioia dei più piccoli quando ricevono un regalo. Ha iniziato a venire così, per curiosità, e adesso ogni sera non se ne vuole più andare. «Se penso alla Venezia che vorrei sarebbe proprio così, come questa sagra. Una città dove tutti stanno insieme, senza differenze».

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