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Il bianco, l’anello, la rana. L’anti-matrimonio d’amore della famiglia Murgia

Alla celebrazione della famiglia queer una manciata di invitati, da Saviano a Valerio. Gli abiti disegnati dalla direttrice creativa di Dior, Maria Grazia Chiuri
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Roma — “God save the Queer”, c’era ricamato con perline rosse sull’abito di Michela Murgia. “God save the Queer”, c’è stampato anche sulle magliette degli altri “sposi” ispirate alla copertina punk dei Sex pistols col volto della scrittrice al posto di quello della regina.

Si è non-sposata come voleva Michela Murgia con la sua famiglia queer, una settimana dopo quel «matrimonio controvoglia», «un contratto in articulo mortis», siglato con l’attore Lorenzo Terenzi davanti a un ufficiale di stato civile in fascia tricolore per sancire «un binarismo eterosessuale contro cui ci siamo sempre battuti», l’unico però in grado di assicurare rapidamente i diritti familiari, ora che il tumore, gravissimo, al rene si fa sentire, ora che la fa entrare e uscire dagli ospedali.

I bozzetti di Maria Grazia Chiuri

 

C’era tutto ieri sera: il giardino della nuova casa romana allestito e decorato per le nozze…

Roma — “God save the Queer”, c’era ricamato con perline rosse sull’abito di Michela Murgia. “God save the Queer”, c’è stampato anche sulle magliette degli altri “sposi” ispirate alla copertina punk dei Sex pistols col volto della scrittrice al posto di quello della regina.

Si è non-sposata come voleva Michela Murgia con la sua famiglia queer, una settimana dopo quel «matrimonio controvoglia», «un contratto in articulo mortis», siglato con l’attore Lorenzo Terenzi davanti a un ufficiale di stato civile in fascia tricolore per sancire «un binarismo eterosessuale contro cui ci siamo sempre battuti», l’unico però in grado di assicurare rapidamente i diritti familiari, ora che il tumore, gravissimo, al rene si fa sentire, ora che la fa entrare e uscire dagli ospedali.

I bozzetti di Maria Grazia Chiuri

 

C’era tutto ieri sera: il giardino della nuova casa romana allestito e decorato per le nozze, gli abiti in lungo bianchi, gli anelli chevalier di resina, i quattro figli — il più grande di 35 anni, il più piccolo, Raphael, di 20 — , il resto della queer family — Lorenzo, Claudia, Marco, Alessandro, Cinzia — , una manciata di invitati tra gli scrittori Chiara Valerio, Roberto Saviano, Nicola Lagioia, Teresa Ciabatti, Chiara Tagliaferri, Paolo Repetti. Come un matrimonio intimo, che matrimonio non era, almeno non nel senso tradizionale, «patriarcale e limitato» direbbe lei, in cui s’intende.

Ieri era invece la sera delle promesse «non costrette», «la celebrazione della nostra idea di famiglia queer che non esiste, sembra un’utopia, ma funziona da vent’anni». Un’elezione affettiva, amorosa, inclusiva. Quella definizione ombrello sotto cui rientrano tutte le relazioni che vanno oltre il modello riconosciuto dalla legge, oltre i ruoli. Che eccedono i titoli legali e i legami di sangue, che sono «la cosa più fascista che esista», secondo Murgia, perché «negano la volontà, la specialità meravigliosa di amare qualcuno in modo assolutamente libero, senza dipendere da nessun destino genetico».

E infatti quando la stilista e amica Maria Grazia Chiuri, direttrice creativa di Dior, che quest’anno ha già firmato gli abiti-icona di Chiara Ferragni per Sanremo, dice a Murgia «voglio disegnarti l’abito da sposa», la scrittrice risponde: «Vorrei rendere politico il nostro vissuto per mostrare che abbiamo trovato un altro modo per stare insieme, un modo che il governo vorrebbe ridurre a stranezza sociale da perseguitare e invece è già la vita normale di tante persone». Tre giorni dopo arrivano i bozzetti di un’intera mini-collezione familiare. «Perfetta - scrive la scrittrice - per lo spirito queer del nostro stare insieme e per quel che siamo: multipli forti».

E così quella celebrazione voluta, capovolta, allargata diventa atto politico. Perché la location altra non può essere che quella casa di dieci stanze comprata tutti assieme per vivere questo tempo, con un grande e bel giardino dove respirare e trovare quiete. Perché l’abito ricamato in rosso di Murgia è pensato come un vestito-manifesto. E così anche il resto della collezione composta «solo di pezzi intercambiabili, no gender, tra i quali ciascuno ha scelto la combinazione che meglio esprimeva la sua identità».

Perché è vero che i vestiti sono bianchi ma di un bianco che, dice Murgia, «de-sacralizza il colore nuziale, che cambia significato», un bianco inclusivo, «sintesi additiva di tutti i colori dello spettro».

Perché sì, ci sono gli anelli, ma non sono «scimmiottature delle fedi», sono segni di appartenenza, con una rana in rilievo che «è un animale transizionale, che nella sua vita cambia stato molte volte, ama habitat differenti e li frequenta senza appartenere necessariamente solo a uno. E che incarna una sola promessa», quella scambiata ieri: «Cambieremo insieme, liberi».

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