Zaki, la gioia e l’impegno. “È il mio giorno più bello. Ora giustizia per Giulio Regeni”
di Francesca CaferriZaki all'università di Bologna
(eikon)Chissà se lo riconoscerà, quella via Senzanome dove abitava e dove, dopo averlo tanto agognato, tornerà non appena possibile in questi giorni. Perché il Patrick George Zaki che ha lasciato Bologna il 6 febbraio del 2020 per essere arrestato al Cairo poche ore dopo non è lo stesso che ha fatto ritorno ieri sera, quando una folla di giornalisti, amici, attivisti lo hanno aspettato all’ingresso del rettorato dell’Università cittadina, la sua Alma Mater.
Il suo impegno per i diritti umani
Lo si è capito subito, ieri, quando è sceso dall’aereo per abbracciare Rita Monticelli, la professoressa che tanto ha fatto per lui, e il rettore dell’università, Giovanni Molari. Abito scuro, cravatta rossa: un’immagine ben diversa da quella dello studente scanzonato che ci eravamo abituati a vedere nelle foto prima della liberazione. “Grazie. Questo è il giorno più importante della mia vita”, ha detto ai cronisti che lo aspettavano a Malpensa. Per poi dare appuntamento a tutti a Bologna: è qui ch…
Chissà se lo riconoscerà, quella via Senzanome dove abitava e dove, dopo averlo tanto agognato, tornerà non appena possibile in questi giorni. Perché il Patrick George Zaki che ha lasciato Bologna il 6 febbraio del 2020 per essere arrestato al Cairo poche ore dopo non è lo stesso che ha fatto ritorno ieri sera, quando una folla di giornalisti, amici, attivisti lo hanno aspettato all’ingresso del rettorato dell’Università cittadina, la sua Alma Mater.
Il suo impegno per i diritti umani
Lo si è capito subito, ieri, quando è sceso dall’aereo per abbracciare Rita Monticelli, la professoressa che tanto ha fatto per lui, e il rettore dell’università, Giovanni Molari. Abito scuro, cravatta rossa: un’immagine ben diversa da quella dello studente scanzonato che ci eravamo abituati a vedere nelle foto prima della liberazione. “Grazie. Questo è il giorno più importante della mia vita”, ha detto ai cronisti che lo aspettavano a Malpensa. Per poi dare appuntamento a tutti a Bologna: è qui che il ricercatore ha mostrato per la prima volta il suo nuovo volto. Non più quello del brillante studente di belle speranze, ma quello dell’attivista pienamente consapevole del suo ruolo. “Non posso ignorare che sono qui lo stesso giorno in cui si è svolto a Roma il vertice sull’immigrazione – ha detto nella sala del rettorato dell’Università - Io sono qui come un difensore dei diritti umani, questo non finisce con il perdono presidenziale. Il mio impegno in difesa dei diritti umani ricomincia oggi. Non sono una persona che si chiude la porta dietro le spalle e dimentica chi è rimasto dentro: non posso non parlare di Ahmed Douma, di Alaa Abdel Fatah, di tutti i prigionieri politici che ci sono in Egitto". E ancora: "Spero che l’Italia e l’Unione europea ricordino che hanno la responsabilità di rispondere alle cause delle migrazioni”. Per poi concludere, in italiano: “Giustizia per Giulio Regeni. Bologna è la città dei diritti”.
Il rapporto con i compagni di cella
Parole più dirette di qualunque cosa avesse scritto prima di finire in cella. Ventidue mesi di carcere e un anno e mezzo da libero, ma sotto costante sorveglianza, del resto non sono passati invano. In cella Zaki ha passato buona parte del suo tempo discutendo con Ahmed Douma, una delle menti più aguzze della rivoluzione del 2011 che sognava di cambiare l’Egitto e che ha invece, scacciando l’eterno Hosni Mubarak, finito con l’aprire la strada al pugno di ferro di Abdel Fatah al Sisi. Da dieci anni dietro le sbarre, con poche interruzioni, Douma è stato uno dei protagonisti di piazza Tahir: così come lo è stato Alaa Abdel Fatah, il blogger anch’egli incarcerato che Zaki non ha mai incontrato nei suoi mesi da prigioniero, ma a cui ha di giorno in giorno sempre più guardato come fonte di ispirazione. Con il suo avvocato Mohamed Al Baqer, una delle più importanti voci in difesa dei diritti umani che ci siano in Egitto oggi, il ricercatore ha trascorso le ultime ore di detenzione. “Stare con lui è stata l’unica cosa bella di questa esperienza”, ci ha detto giovedì al telefono, appena uscito dal commissariato di New Mansoura.
"Non dimenticheremo Giulio Regeni”
Ma non basta: nei mesi del carcere intorno a Zaki si è cementata la rete di alcune delle più attive menti della società civile egiziana che prima lo consideravano un giovane apprendista ma oggi lo trattano come uno di oro: Ghasser Abdel Razek, a lungo presidente dell’Eipr, l’ong con cui Patrick collaborava prima dell’arresto. Hossam Baghat, che la guida ora. La famiglia Seif, quella di Alaa Abdel Fatah, un punto di riferimento storico per i progressisti egiziani. E la comunità di Mada Masa, una delle poche voci indipendenti nel panorama dei media egiziani.
A tutto questo oggi appartiene Patrick Zaki: tutto questo ha portato nelle due valige con cui è arrivato a Malpensa. Questo è quello che c’è dietro alla sua scelta di dire no al volo di Stato per tornare in Italia. Zaki ieri ha nuovamente ringraziato il governo italiano: la premier Meloni, da parte sua, al margine della conferenza sull’immigrazione ha espresso ancora una volta la sua gratitudine all’Egitto, sottolineando che continuerà ad occuparsi di Giulio Regeni, così come non ha mai smesso di occuparsi di Zaki. Una scelta che non è passata inosservata ieri: “Non dimenticheremo Giulio Regeni così come quelli che sono ancora in carcere in Egitto”, ha ribadito Monticelli. Accanto a lui, l’allievo sorrideva, ma anche la sua professoressa sapeva che le cose non erano più come prima. Lo studente pieno di curiosità che divorava libri e teneva sempre la mano alzata a lezione è diventato grande. E Bologna ieri sera lo ha capito.