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“Eco-ansia? Esiste ed è una risposta a una minaccia reale. Ma peggio chi non la ha”

L’intervista all’ecopsicologa Marcella Danon. “Il disagio dei giovanissimi tra dolore emotivo, paure e attacchi di panico. Quando si somma a problematiche pregresse e profonde può però sfociare nella depressione”
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Paura e impotenza di fronte alle catastrofi naturali, panico e insicurezza davanti alla mala gestione del Pianeta. L’eco-ansia esiste eccome», racconta Marcella Danon, direttrice della Scuola di Ecopsicologia e docente all’università della Valle D’Aosta.

Che cos’è l’eco-ansia?
«È un disagio che parte dalla constatazione che come società non ci stiamo ancora impegnando abbastanza nel sostenere la vita. Di per sé, come sostiene la psicoterapeuta britannica Caroline Hickman, “non è una patologia da curare, ma una risposta sana a una minaccia reale”. Dovremmo preoccuparci molto di più di chi non prova l’ansia davanti alla crisi climatica e ambientale perché non si rende conto del problema e dunque non attiva soluzioni. Quando però questa sensibilità si aggancia a problematiche pre-esistenti può trasformarsi in una reale difficoltà a vivere serenamente la vita».

Quali sono i fattori scatenanti?
«L’eco-ansia va di pari passo con l’urbanizzazione, la gestione solo utilitaristica delle risorse …

Paura e impotenza di fronte alle catastrofi naturali, panico e insicurezza davanti alla mala gestione del Pianeta. L’eco-ansia esiste eccome», racconta Marcella Danon, direttrice della Scuola di Ecopsicologia e docente all’università della Valle D’Aosta.

Che cos’è l’eco-ansia?
«È un disagio che parte dalla constatazione che come società non ci stiamo ancora impegnando abbastanza nel sostenere la vita. Di per sé, come sostiene la psicoterapeuta britannica Caroline Hickman, “non è una patologia da curare, ma una risposta sana a una minaccia reale”. Dovremmo preoccuparci molto di più di chi non prova l’ansia davanti alla crisi climatica e ambientale perché non si rende conto del problema e dunque non attiva soluzioni. Quando però questa sensibilità si aggancia a problematiche pre-esistenti può trasformarsi in una reale difficoltà a vivere serenamente la vita».

Quali sono i fattori scatenanti?
«L’eco-ansia va di pari passo con l’urbanizzazione, la gestione solo utilitaristica delle risorse naturali, l’allontanamento da quello che per 2 milioni di anni è stato l’habitat del genere umano, dalla perdita di contatto con la natura. L’ecopsicologia riconosce la presenza di un inconscio ecologico, quella parte di noi che sa che facciamo parte della terra. Ci sono persone che soffrono quando c’è un incendio, una frana, un versamento di petrolio in mare».

Come si manifesta l’eco-ansia?
«Con il dolore, il disagio emotivo, gli attacchi di panico, la sofferenza per le persone che muoiono di sete o le piante che bruciano, e poi con perdita di senso, di carica, di speranza. Ci si chiede: “perché studiare, lavorare, fare figli se non c’è futuro?”. E proprio quando proviamo a tenere a bada la paura chiudiamo il rubinetto delle emozioni, non proviamo nemmeno più gioia e cadiamo nella depressione».

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Chi sono gli eco-ansiosi?
«I giovani, anche giovanissimi, perché hanno una vita davanti a cui far fronte, vedono messo in pericolo il futuro loro, i figli e nipoti. Come dice la psicologa Sarah Conn “la natura parla attraverso i più sensibili tra noi” e i più sensibili sono proprio i ragazzi. Il loro è un grido di dolore. Come quando mangiamo qualcosa di sbagliato e lo stomaco brucia. Allo stesso modo la loro sofferenza ci dice questo: c’è qualcosa nel Pianeta che non sta andando per il verso giusto. È anche la storia della mia vita: quando avevo 15 anni trovai nella sede di Italia Nostra a Milano del materiale sullo stato di salute del mondo che ne datava la fine nel 2000. Con due calcoli capii che avrei avuto 40 anni, sarei dovuta essere nel pieno della mia vita. E allora pensai: devo fare qualcosa. La mia sensibilità ecologica è nata lì. Come per i ragazzi di oggi che hanno ragione a piangere e fanno bene a impegnarsi».

Come si esce dall’eco-ansia?
«A volte è sufficiente trasformarla in energia perché l’ansia non è tutta da buttare. Anzi, in certi limiti è uno stimolo, ci invita ad attivare l’impegno civile, ambientale, a canalizzare la rabbia e la disperazione in qualcosa di concreto, a risvegliare senso di responsabilità, a rompere la solitudine come già avviene in Finlandia nei Climate cafè. Il mio lavoro di ecopsicologa è anche questo: rafforzare il senso di potere personale davanti alla crisi climatica, affrontare in modo costruttivo la minaccia, mettere in campo quella che l’ambientalista Joanna Macy chiama “speranza attiva”. Perché questo è uno degli antidoti al senso di rassegnazione, di ineluttabilità, di apocalisse. Quando però l’ansia diventa invalidante occorre un supporto più personale, un percorso che indaghi ragioni concomitanti».

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