✕

I ragazzi del clima uniti per l’autunno più caldo: “La battaglia sarà lunga”

Gli attivisti di Extinction Rebellion occupano simbolicamente la Mole Antonelliana

 (ansa)
Lo sciopero globale a settembre, a ottobre la piazza in Italia. Le sigle ambientaliste si compattano. E studiano azioni condivise per opporsi a “un governo negazionista che parla solo di maltempo”
2 minuti di lettura

Non c’è solo l’eco-ansia, l’emotività, il terrore del futuro dietro le lacrime di Giorgia, i ragazzi del Giffoni, i giovani sdraiati a terra nei blocchi stradali, gli angeli nel fango delle alluvioni, quelli che scendono in piazza o s’imbrattano di vernice. Dopo il tempo della paura c’è quello dell’azione, spesso radicale, simbolica, non violenta, sparuta, contestata, incompresa, che oggi però vorrebbe farsi coalizione. Lo scrivono i ragazzi dei Fridays for future al termine del loro Climate Camp di Torino: «In un mosaico di lotte diverse, vogliamo riconoscere dei sentieri che ci possono avvicinare e comporre un discorso comune, valorizzando ogni piccola lotta e territorio». Lo dice Michele Giuli, 27enne emiliano di Ultima generazione: «La battaglia per il cambiamento climatico non è una corsa, è una maratona. La collaborazione con altri gruppi esiste già, siamo realtà fluide, osmotiche, la nostra radicalità è stata d’esempio, i Fridays hanno adottato alcune nostre azioni, le richiest…

Non c’è solo l’eco-ansia, l’emotività, il terrore del futuro dietro le lacrime di Giorgia, i ragazzi del Giffoni, i giovani sdraiati a terra nei blocchi stradali, gli angeli nel fango delle alluvioni, quelli che scendono in piazza o s’imbrattano di vernice. Dopo il tempo della paura c’è quello dell’azione, spesso radicale, simbolica, non violenta, sparuta, contestata, incompresa, che oggi però vorrebbe farsi coalizione. Lo scrivono i ragazzi dei Fridays for future al termine del loro Climate Camp di Torino: «In un mosaico di lotte diverse, vogliamo riconoscere dei sentieri che ci possono avvicinare e comporre un discorso comune, valorizzando ogni piccola lotta e territorio». Lo dice Michele Giuli, 27enne emiliano di Ultima generazione: «La battaglia per il cambiamento climatico non è una corsa, è una maratona. La collaborazione con altri gruppi esiste già, siamo realtà fluide, osmotiche, la nostra radicalità è stata d’esempio, i Fridays hanno adottato alcune nostre azioni, le richieste e gli obiettivi sono simili, come l’appello comune ad ascoltare le voci della scienza. Ma in Italia la mobilitazione è ancora assurdamente insufficiente, composta da centinaia di persone e non da migliaia come in Germania o Inghilterra. Ora è il tempo dell’organizzazione».

Non solo con gli altri eco-movimenti, «ma pure con le associazioni di volontariato che stanno sui territori, a contatto con le persone, con chi subisce in maniera diretta le conseguenze del climate change». Perché fermarsi a una «grande coalizione, assolutamente utile» tra sigle ambientaliste non basta più. L’idea è di «diventare un movimento sociale che coinvolga la popolazione — chi ha perso tutto in un evento estremo, come chi non ha più il reddito di cittadinanza — e che si occupi delle conseguenze abitative, lavorative, sanitarie di chi ha subito e subirà le calamità climatiche». Come? «Serve ad esempio un fondo aggiuntivo per le calamità finanziato con il taglio ai sussidi diretti alle industrie fossili, tasse sugli extraprofitti delle stesse e taglio agli stipendi della politica. Tra dieci anni avremo le file davanti agli ospedali, la medicina d’urgenza non ce la farà più», spiega Michele.

Dopo i cortei e i campeggi estivi, da ottobre le azioni si intensificheranno. In tutta Italia. Quelle non autorizzate e a sorpresa di Ultima generazione, i blitz di Extinction rebellion e le manifestazione dei Fridays for future. «Come movimento, ci aspettavamo un’altra estate caratterizzata da eventi climatici estremi, che sono arrivati. Non pensavamo, però, che sarebbero stati accompagnati da discorsi e azioni politiche estreme da parte di questo governo. A partire dalle parole negazioniste del ministro Pichetto Fratin, fino ad arrivare alle bozze del Pniec e di modifica del Pnrr che ci legano ancora una volta con nuove infrastrutture al fossile — spiegano i portavoce del movimento ispirato a Greta Thunberg — Ecco perché abbiamo deciso di aderire alla giornata mondiale per il clima del 15 settembre e abbiamo chiamato una giornata di azione nazionale il 6 ottobre. Saremo nelle piazze e nelle strade con tutti i movimenti ecologisti e sociali. Le strategie e le azioni saranno diversificate, ma coordinate». Per ribadire «lo stop agli investimenti pubblici nei combustibili fossili, zero emissioni entro il 2030, una transizione energetica globale secondo i principi della giustizia climatica, il coinvolgimento dei cittadini nei processi decisionali, la richiesta ai governi di dichiarare una reale emergenza ambientale per canalizzare gli sforzi e promuovere informazione e sensibilizzazione basate sulla scienza», dicono in coro gli attivisti.

Che a ricompattare il blocco degli ecoattivisti pesi «il negazionismo climatico del governo che si ostina a chiamare maltempo gli stravolgimenti epocali e i dubbi del ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin che non ha ancora capito se il cambiamento climatico sia conseguenza della distruzione dell’uomo o dei capricci della natura», lo dice anche Irene di Extinction rebellion. Ma il ministro gli ecoattivisti lo incontreranno lo stesso, in privato, ai primi d’agosto. «Non ci aspettiamo molto, ma noi siamo qui non solo per protestare ma anche per dialogare».

Leggi i commenti