Lidia Fersuoch dal 2009 al 2020 presidente di Italia Nostra Venezia: “L’Unesco non è credibile, ha ignorato tutte le nostre denunce”
Vera MantengoliVenezia - L’Unesco? Per Lidia Fersuoch, presidente di Italia Nostra Venezia dal 2009 al 2020 e ora consigliera nazionale, «ha fallito e non è più credibile».
Italia Nostra Venezia è stata la prima ad avvertire l’Unesco della crisi della città. Come?
«Nel 2011 inviammo la prima delle nostre lettere in cui chiedevamo che il sito Venice and its Lagoon fosse iscritto nella Danger List. Già allora quei valori universali alla base dell’iscrizione al Patrimonio dell’Umanità, come l’autenticità del sito e la tutela, stavano sparendo. C’erano già palesi segni di anni di decadimento: lo spopolamento continuo, la città sempre più simile a un parco di divertimenti e, soprattutto, un turismo di massa che cancellava il modo di vivere peculiare della città espellendone gli abitanti. Nel 2021 la bozza prevedeva la black list, ma l’intervento dell'Etiopia, presente in Commissione, cambiò tutto e Venezia non fu più a rischio».
Ora sembra che l’allarme sia tornato. Ci crede ancora?
«No, non ci credo più. Anche questa volta l'Etiopia, ancora nel Comitato che dovrà decidere, si attiverà per cambiare la bozza. In più quest'anno l'Italia è eletta nel novero degli stati membri del WHC dell'Unesco e non voterà contro sé stessa. L'Unesco ha fallito e non è più credibile».
Se l’Unesco invece proclamasse Venezia nella black List cambierebbe il suo parere a riguardo?
«In parte. Si uscirebbe sicuramente dalla logica che Francesco Bandarin, già vice direttore della cultura dell’Unesco, chiama il mercanteggiamento fra Stati e cioè veri accordi fra Stati che a noi restano ignoti, ma dall’altro lato per 12 anni non si è fatto nulla. Se Unesco cambiasse avviso, sarebbe soprattutto per non perdere definitivamente la faccia, essendo sotto gli occhi di tutti la situazione drammatica di Venezia e della Laguna».
Venezia è ormai perduta?
«È perduta, ma come una Fenice potrebbe risorgere se non fosse più sfruttata e se smettesse di essere considerata una gallina dalle uova d'oro. Se si ascoltassero (e non espellessero) gli abitanti e chi vive la Laguna. Se si mirasse a farne di nuovo una città e la Laguna una laguna. Dovrebbero cambiare le leggi: la Laguna dovrebbe essere in capo al ministero dell'Ambiente e non a quello delle Infrastrutture e avere uno statuto speciale. È un sogno? No, è possibile, se ci fosse la volontà politica».
Tra poco pubblicherà un libro proprio sull’Unesco.
«Per la collana Occhi aperti su Venezia, edito dalla mia casa editrice Corte del Fontego, racconto l'esperienza deludente di Italia Nostra con l'Unesco. Uscirà a settembre»