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Il presidente di Legambiente: “Negare la crisi del clima danneggia il futuro di turismo e agricoltura”

(fotogramma)
Secondo Stefano Ciafani “Il governo ammicca ai negazionisti e Confindustria lo segue quando afferma che la transizione ecologica deve essere lenta”
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«Il governo rallenta sulla transizione ecologica e ammicca ai negazionisti climatici. In questo modo non danneggia tanto l’ambiente, quanto soprattutto il futuro delle imprese italiane: la manifattura, l’agricoltura, il turismo. E il paradosso è che i vertici di Confindustria stanno assecondando questa politica». Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, attacca l’esecutivo e la principale organizzazione imprenditoriale, colpevoli di sottovalutare i rischi economici del riscaldamento globale, nonostante gli avvertimenti delle scorse settimane.

Presidente cominciamo dal governo: perché secondo voi è in ritardo sul clima?

«Per le parole che usa. Un video come quello diffuso dalla premier Meloni, in cui si parla di “eventi meteo catastrofici” e di “dissesto idrogeologico”, senza mai citare il clima, poteva essere girato negli anni Novanta, non nel 2023. Purtroppo è un modo per ammiccare ai negazionisti e ricorda, durante il governo Conte 2, l’atteggiamento dell’opposizione ch…

«Il governo rallenta sulla transizione ecologica e ammicca ai negazionisti climatici. In questo modo non danneggia tanto l’ambiente, quanto soprattutto il futuro delle imprese italiane: la manifattura, l’agricoltura, il turismo. E il paradosso è che i vertici di Confindustria stanno assecondando questa politica». Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, attacca l’esecutivo e la principale organizzazione imprenditoriale, colpevoli di sottovalutare i rischi economici del riscaldamento globale, nonostante gli avvertimenti delle scorse settimane.

Presidente cominciamo dal governo: perché secondo voi è in ritardo sul clima?

«Per le parole che usa. Un video come quello diffuso dalla premier Meloni, in cui si parla di “eventi meteo catastrofici” e di “dissesto idrogeologico”, senza mai citare il clima, poteva essere girato negli anni Novanta, non nel 2023. Purtroppo è un modo per ammiccare ai negazionisti e ricorda, durante il governo Conte 2, l’atteggiamento dell’opposizione che flirtava con i no vax. Ma oltre a quello linguistico, c’è il ritardo delle azioni. Questo è un governo sovranista e Giorgia Meloni parla quasi ossessivamente di Nazione: eppure non lavora per la sovranità energetica dell’Italia. Anzi va nella direzione opposta: i nuovi gasdotti e rigassificatori ci renderanno dipendenti, se non dalla Russia, dal Nordafrica o dai produttori di gas naturale liquefatto».

Il negazionismo non si traduce dunque in atti concreti?

«No, ma ha l’effetto di rallentare la transizione energetica e di minacciare gli interessi della Nazione, per dirla con Meloni».

Quali interessi, oltre alla sovranità energetica?

«I numeri sono impietosi e si trovano su un documento del ministero dell’Ambiente, quindi del governo: il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc). Secondo le previsioni contenute nel testo, il turismo italiano rischia una flessione del 15% degli arrivi internazionali se la temperatura media del Pianeta salirà di 2 gradi (rispetto all’1,5 previsto dagli accordi di Parigi, ndr). Se dovesse crescere di 4 gradi il calo sarebbe addirittura del 21,6%. Se si considerano anche i turisti italiani, le perdite economiche del settore sono previste rispettivamente in 17 miliardi di euro (innalzamento di 2 gradi) e 52 miliardi (4 gradi). E senza interventi di mitigazione climatica, sempre secondo il Pnacc, l’agricoltura italiana subirà perdite per 12,5 miliardi l’anno».

E l’industria manifatturiera?

«C’è il comparto automotive, dove tutti i protagonisti principali hanno deciso di sospendere la produzione di motori a combustione interna ancor prima del 2035, data fissata dalla Ue. Eppure il governo italiano insiste per avere la deroga sui biocarburanti. Mente dovrebbe aiutare le piccole imprese dell’indotto, accompagnandole nella riconversione. È successo a chi faceva i tubi catodici quando sono arrivate le tv al plasma, o a chi produceva lampadine a incandescenza nell’era dei led. Frenare l’innovazione, anziché sollecitare le aziende italiane a praticarla per prime, ci farà invadere da nuove tecnologie made in China, Usa o Germany».

Non dovrebbe essere proprio Confindustria a scuotere il governo in questo senso?

«Sì. E invece supporta le politiche dilatorie del governo. È ormai chiaro che dentro Confindustria a pesare di più sono gli interessi di poche, grandi aziende energetiche. Solo così si spiegano le parole del presidente Bonomi secondo cui la transizione ecologica va fatta, ma lentamente. Questo approccio non va incontro alle tante, piccole aziende manifatturiere che vorrebbero avere bollette energetiche più leggere (investendo in rinnovabili anziché sul gas) e essere più competitive in termini di innovazione».

A proposito di rinnovabili, due anni fa, proprio su Repubblica, lei accusò le Sovrintendenze di frenare la transizione con i loro no a eolico e fotovoltaico. Qual è oggi la situazione?

«Non abbiamo fatto passi avanti. L’allora ministro della Cultura, Dario Franceschini, non ha fatto tutto quello che avrebbe dovuto, ma almeno si confrontava sul tema. In nove mesi, invece, Gennaro Sangiuliano non ha detto una parola sulle rinnovabili e sul perenne conflitto tra il suo dicastero e quello dell’Ambiente quando c’è da autorizzare un impianto eolico o fotovoltaico. Il ministro dica finalmente qualcosa in proposito».

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