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“Auto, mutui, adozioni. Quanti no ho dovuto subire dopo aver avuto un cancro”

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Laura Marziali, 33 anni, racconta la sua esperienza. “ C’è un milione di persone nelle mie condizioni. Dieci anni di attesa sono troppi”.
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Incollata sin dalla mattina sul sito della Camera per seguire in diretta la votazione. Poi l’esplosione di quella «emozione liberatoria» attesa da quattro anni. Per Laura Marziali, 33 anni, laurea in giurisprudenza, attivista in ambito oncologico, disabilità e diritti (C’è Tempo OdV), il tumore che le ha sconvolto la vita a 28 anni ormai alle spalle, ora è la fine di quel maledetto «tu non puoi».

Laura, quante volte se lo è sentito dire «No, tu non puoi»?

«Tante, troppe volte, soprattutto per chi — superata la malattia che di fatto mette tutto in stand by — non vede l’ora di riprendersi in mano la vita. E io, a 30-32 anni, tutto pensavo tranne che rimanere segnata da uno stigma, sentirmi discriminata, ai margini della società».

Ad esempio, ci spieghi in cosa la sua vita dopo la malattia è stata così pesantemente condizionata.

«Tutto è cominciato con l’auto.- Volevo comprarne una, ma il titolare della concessionaria, al momento di stabilire le condizioni, mi ha detto: “Il finanziam…

Incollata sin dalla mattina sul sito della Camera per seguire in diretta la votazione. Poi l’esplosione di quella «emozione liberatoria» attesa da quattro anni. Per Laura Marziali, 33 anni, laurea in giurisprudenza, attivista in ambito oncologico, disabilità e diritti (C’è Tempo OdV), il tumore che le ha sconvolto la vita a 28 anni ormai alle spalle, ora è la fine di quel maledetto «tu non puoi».

Laura, quante volte se lo è sentito dire «No, tu non puoi»?

«Tante, troppe volte, soprattutto per chi — superata la malattia che di fatto mette tutto in stand by — non vede l’ora di riprendersi in mano la vita. E io, a 30-32 anni, tutto pensavo tranne che rimanere segnata da uno stigma, sentirmi discriminata, ai margini della società».

Ad esempio, ci spieghi in cosa la sua vita dopo la malattia è stata così pesantemente condizionata.

«Tutto è cominciato con l’auto.- Volevo comprarne una, ma il titolare della concessionaria, al momento di stabilire le condizioni, mi ha detto: “Il finanziamento lo deve fare sua madre. Lei, con la malattia oncologica, non può ottenerlo”. Rimasi di sasso. Non capii neanche subito che era una discriminazione bella e buona. Ma poi quel “tu non puoi” me lo sono sentito dire dalla direttrice di una banca dove avevo chiesto di accendere un mutuo, da un assicuratore che mi paventò premi vertiginosi in caso di stipula di una polizza. E, per ultimo, da un’assistente sociale, a cui chiedevo informazioni su una possibile adozione».

Pensava di voler adottare un bimbo dopo la malattia?

«Per la verità, quando ho capito che il mio tumore — per la legge italiana — era la vera malattia inguaribile, ho cominciato a chiedere, quasi per provocazione, tante cose che magari non avevo veramente intenzione di fare. Solo dopo, grazie alle associazioni che hanno combattuto questa battaglia di civiltà, ho capito che c’era una marea di ex malati, addirittura un milione, nelle mie stesse condizioni. E oggi finalmente è stato messo il primo tassello per eliminare lo stigma. Possiamo dire alla società che abbiamo finalmente una tutela per non essere più considerati ai margini».

Di cosa ha voglia adesso? Ci dica qual è il primo desiderio che desidera realizzare.

«Appena potrò chiederò un finanziamento, ma questa volta non per comprare un’auto. Vorrei aprire una startup che offra servizi di intermediazione tra i pazienti oncologici, le loro famiglie, i loro caregiver e le istituzioni e tutto il mondo che attorno a loro continua a girare. Perché quando si vive la patologia ci si ritrova come in mare, in preda a forti correnti. La malattia ha i suoi risvolti fisici, emotivi, psicologici, relazionali ma anche pratici. E dopo, per chi la supera, rimettere insieme i pezzi è molto faticoso. Io, ad esempio, provo spesso un senso di colpa per essere sopravvissuta quando invece tanti altri non ce la fanno. E vivo ancora una disabilità invisibile che non viene tenuta in nessun conto dal nostro sistema Paese. E, quindi, so bene quanto questo sia destabilizzante».

Soprattutto per chi, dopo aver superato la malattia, tutto pensa tranne che di dover cominciare una nuova, diversa battaglia.

«Esatto. Anche nell’ambito professionale sembra che la strada che hai percorso fino a quel momento si interrompa. In una parola: non sei più come gli altri».

Dieci anni per l’oblio oncologico non sono comunque tanti?

«Tantissimi, soprattutto per chi vive la malattia da giovane come è successo a me. Mi è stato diagnosticato il tumore a 28 anni, a 29 ho terminato le cure e, via via che facevo i controlli, e capivo che non c’era recidiva le mie speranze di ricominciare a vivere correvano. Dieci anni, alla mia età, sono un tempo enorme, sono un terzo della mia vita, il tratto centrale in cui i giovani provano a costruire qualcosa, un lavoro definitivo, una famiglia. E però oggi arriva il primo spartiacque tra il prima e il dopo. Mi piace pensare che questa legge parlerà al futuro di tantissimi di noi».

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