Sonia, la bimba fantasma nell’Italia che nega la maternità surrogata
di Maria Novella De LucaC’è una bambina in Italia, la chiameremo Sonia, che esiste ma non esiste. Ha quattro anni, è bruna, allegra e solare, abita in un comune del vicentino, ma non ha un cognome, una tessera sanitaria, un certificato di nascita, un documento di identità, un nome all’anagrafe, un indirizzo riconosciuto. Non può frequentare la scuola pubblica né essere curata in un ospedale pubblico, né avere il pediatra di base. Ma, soprattutto, Sonia non ha una patria. E’ apolide. Clandestina in un mondo che – giuridicamente – ha deciso di cancellarla.
“Sono quattro anni che mia moglie ed io combattiamo disperatamente perché a nostra figlia venga riconosciuto il diritto che spetta ad ogni essere umano: l’identità. Invece, mentre lei cresce e si affaccia alla vita sociale, siamo finiti in un girone infernale di processi e ricorsi”. Questo padre che parla con voce affranta e chiede, scusandosi, l’anonimato, “basta una parola sbagliata per dover ricominciare tutto, va bene il nome Lorenzo”, assistit…
C’è una bambina in Italia, la chiameremo Sonia, che esiste ma non esiste. Ha quattro anni, è bruna, allegra e solare, abita in un comune del vicentino, ma non ha un cognome, una tessera sanitaria, un certificato di nascita, un documento di identità, un nome all’anagrafe, un indirizzo riconosciuto. Non può frequentare la scuola pubblica né essere curata in un ospedale pubblico, né avere il pediatra di base. Ma, soprattutto, Sonia non ha una patria. E’ apolide. Clandestina in un mondo che – giuridicamente – ha deciso di cancellarla.
“Sono quattro anni che mia moglie ed io combattiamo disperatamente perché a nostra figlia venga riconosciuto il diritto che spetta ad ogni essere umano: l’identità. Invece, mentre lei cresce e si affaccia alla vita sociale, siamo finiti in un girone infernale di processi e ricorsi”. Questo padre che parla con voce affranta e chiede, scusandosi, l’anonimato, “basta una parola sbagliata per dover ricominciare tutto, va bene il nome Lorenzo”, assistito dall’avvocato Giorgio Muccio di Bologna, racconta in quali secche nell’Italia del terzo millennio possono finire i diritti dei bambini.
Il ritorno dall’Ucraina
“Come mi sento? Immensamente stanco, ma deciso a lottare per mia figlia. Tutto è cominciato quattro anni fa. Dopo due decenni di tentativi per avere un bambino e l’infinita e vana attesa di un’adozione, mia moglie ed io abbiamo deciso di ricorrere alla maternità surrogata. Sonia è nata in una clinica di Kiev nel 2109, bella e sanissima, con la mamma portatrice che l’ha messa al mondo siamo rimasti in ottimi rapporti, fino allo scoppio della guerra purtroppo, quando non siamo più riusciti a contattarla. Olga era tornata nel suo paese, a Bakmut, città ormai distrutta. Speriamo di ritrovarla e di poterla aiutare”.
E’ il 2019. Lorenzo e sua moglie tornano a casa con Sonia, abitano poco lontano da Vicenza e chiedono la trascrizione all’anagrafe dell’atto di nascita ucraino. Com’è noto la maternità surrogata in Ucraina è legale, nel certificato dei bambini nati in quelle cliniche della fertilità vengono indicati, come genitori, le coppie italiane “committenti”. Cioè Lorenzo e sua moglie. Dalla nostra ambasciata a Kiev, questa è la prassi, parte comunque una segnalazione al comune di residenza e alla procura di competenza, in cui si avverte che dietro quel certificato c’è una maternità surrogata.
Vietata la scuola pubblica, niente pediatra
“All’anagrafe ci respingono. Rifiutano la trascrizione. E’ l’inizio del nostro incubo. Pensate che qualche mese fa Sonia si è fatta male, l’abbiamo portata in ospedale ma ci hanno detto che senza una tessera sanitaria non l’avrebbero potuta curare, se non pagamento. Stessa storia per la scuola. L’abbiamo iscritta in un istituto privato, dove non ci hanno fatto troppe domande, lei porta il mio cognome, anche se è un cognome di fatto, perché Sonia all’anagrafe non esiste. L’unica cosa che siamo riusciti ad ottenere è un codice fiscale sulla base dell’atto di nascita ucraino”.
Il no dell’ufficiale di anagrafe è comune a molte storie di questi anni difficili, riguarda centinaia di famiglie arcobaleno e di bimbi nati con la surrogacy all’estero, da copie etero e omosessuali. “Ma in gran parte dei casi – conferma l’avvocato Giorgio Muccio – si riesce in tribunale a far valere i diritti dei minori, imponendo ai comuni la trascrizione dell’atto di nascita integrale. Non nel caso di Sonia però. Una bambina che la legge ha reso “orfana” di due genitori, che invece esistono e la amano”.
Il ricorso alla corte europea dei diritti dell’uomo
Lorenzo e sua moglie naturalmente non si arrendono. “Nel 2020 abbiamo fatto ricorso al tribunale di Vicenza contro la decisione del nostro comune. Sonia aveva già un anno ed era apolide. E’ nata in Ucraina ma non è registrata all’anagrafe ucraina, è italiana però l’Italia non la riconosce. Mia figlia non ha né patria né passaporto. Giriamo sempre con un faldone pieno di documenti per dimostrare, nel caso ci fermassero, che Sonia è nostra figlia. Compreso l’esame del Dna che attesta la mia paternità. Vi sembra possibile?».
« Il tribunale di Vicenza, in primo grado, ci respinge di nuovo. Afferma sulla base della sentenza della Cassazione del 2019 che trascrivere il genitore intenzionale, in questo caso mia moglie, di una bimba nata da maternità surrogata sarebbe contrario all’ordine pubblico”. Una sentenza contestata come poche altre, ma che purtroppo ha fatto giurisprudenza.
Sonia è bella, sana, ha degli amici, tutto però nella sua vita si deve svolgere però su canali paralleli. Privati. Altri. Maestre che capiscano la situazione. Medici comprensivi. Impossibile naturalmente andare all’estero. Lorenzo fa un lavoro importante, pubblico. Accumula memorie, sentenze, pareri. In Corte d’appello a Venezia per Lorenzo e sua moglie arriva però un’altra doccia fredda: respinta la trascrizione di entrambi, ma anche il riconoscimento unicamente di Lorenzo come padre biologico, sulla base del Dna. Perché Lorenzo? “Per un fatto formale. Visto che la causa in primo grado era contro il parere del comune che aveva negato il riconoscimento di entrambi i genitori, la mia domanda di essere riconosciuto come unico genitore biologico, non è stata accettata”.
Insomma è la giustizia che si avvita su se stessa. Un girone infernale, una specie di diabolico gioco dell’oca, dove si torna sempre all’inizio. Giorni e anni di sofferenza. Per adesso senza soluzione. “Quando cammino con mia figlia per mano, mi chiedo come sia possibile che la mia bellissima bambina non abbia una patria, sia per lo Stato un fantasma. Una clandestina. Sonia sta crescendo, cosa succederà se non otteniamo giustizia?”. Lorenzo sa che dovrà lottare ancora. Adesso toccherà alla Corte europea dei diritti dell’uomo, cui la coppia si è appellata, decidere quale sarà il futuro della piccola Sonia, bambina che esiste ma non esiste.