Tragedia del Vajont, la battaglia per la memoria: i faldoni contesi tra L’Aquila e Belluno
di Enrico FerroLa tragedia del Vajont, le colpe, le responsabilità, gli interrogatori, tutto in 256 faldoni. Sono gli atti processuali del disastro che si verificò la sera del 9 ottobre 1963, quando una frana precipitò dal Monte Toc e precipitò nel bacino idroelettrico artificiale, con l’inondazione dei paesi sottostanti di Erto e Casso e Longarone.
In questi fascicoli è contenuta tutta la storia processuale della catastrofe che portò alla morte di 1910 persone. Le carte erano custodite all’Archivio di Stato a L’Aquila, perché lì tra il 1969 e il 1971 furono pronunciate le sentenze di primo e secondo grado. Con il terremoto del 2009 si è deciso per un momentaneo trasferimento del materiale nell’Archivio di Stato a Belluno.
L’appello della provincia di Belluno
E ora proprio da lì viene lanciato un accorato appello: “Gli atti processuali del Vajont devono restare qua, è la nostra storia, la nostra memoria. Vogliamo essere noi a conservarli”. E’ stato Roberto Padrin, sindaco di Longarone e presidente d…
La tragedia del Vajont, le colpe, le responsabilità, gli interrogatori, tutto in 256 faldoni. Sono gli atti processuali del disastro che si verificò la sera del 9 ottobre 1963, quando una frana precipitò dal Monte Toc e precipitò nel bacino idroelettrico artificiale, con l’inondazione dei paesi sottostanti di Erto e Casso e Longarone.
In questi fascicoli è contenuta tutta la storia processuale della catastrofe che portò alla morte di 1910 persone. Le carte erano custodite all’Archivio di Stato a L’Aquila, perché lì tra il 1969 e il 1971 furono pronunciate le sentenze di primo e secondo grado. Con il terremoto del 2009 si è deciso per un momentaneo trasferimento del materiale nell’Archivio di Stato a Belluno.
L’appello della provincia di Belluno
E ora proprio da lì viene lanciato un accorato appello: “Gli atti processuali del Vajont devono restare qua, è la nostra storia, la nostra memoria. Vogliamo essere noi a conservarli”. E’ stato Roberto Padrin, sindaco di Longarone e presidente della Provincia di Belluno, a intestarsi questa istanza della comunità. Una richiesta che giunge, peraltro, nell’anno in cui ricorre il sessantesimo della tragedia del Vajont. “Chiediamo al Ministero della Cultura, sotto cui ricade la responsabilità dell’Archivio di Stato, una deroga perenne”, ha detto. Il ritorno delle carte processuali del Vajont a L’Aquila è stato chiesto in diversi momenti dai vertici dell’Archivio di Stato abruzzese, come ricostruito dal Corriere delle Alpi di Belluno.
Nel 2019 la direttrice Daniela Nardecchia parlava di “atto gravissimo” in merito all’ipotesi che le carte potessero restare per sempre a Belluno, riuscendo così a ricevere rassicurazioni dalla Direzione generale degli Archivi sul fatto che i documenti sarebbero tornati alla loro destinazione entro il 2021. Tutto materiale è arrivato a Belluno in momenti diversi. Ci sono i documenti sequestrati alla Sade e in tutti gli uffici interessati dalla costruzione della diga, le perizie, i dati tecnici, le relazioni, gli interrogatori e perfino i profili delle vittime, le loro foto e le relazioni sul loro riconoscimento. Ma c’è anche il plastico della valle del Vajont prima e dopo il disastro, e poi i lunghi tubi di metallo che contengono le rocce che sono servite per le tante perizie sui versanti del Toc. O ancora i tracciati sismografici che raccontano l’escalation delle scosse di terremoto, segnale dei movimenti della montagna, sempre più forti e sempre più frequenti man mano che ci si avvicinava al 9 ottobre 1963.
“Sono la storia della nostra terra”
Oltre a dargli una collocazione sicura, l’archivio del Vajont era arrivato a Belluno anche per continuare il progetto dell’inventario (erano due le archiviste a L’Aquila che se ne occupavano e una morì durante il terremoto) e per la digitalizzazione di tutto il materiale, oltre al restauro dei fascicoli danneggiati dalla rottura di un tubo di scarico, quando i faldoni erano ancora depositati negli scantinati del tribunale abruzzese. La convenzione prevedeva che, una volta completati tutti questi passaggi, l’Archivio del Vajont sarebbe dovuto tornare nella sua sede originale. “Serve un decreto del ministero della Cultura”, ribadisce Padrin, “a cui è passata la competenza che prima era del ministero della Giustizia. Per legge gli atti di un processo restano prima al tribunale poi all’Archivio di Stato della città dove il processo si è tenuto".
"Penso che i bellunesi abbiano dimostrato in questi dieci anni quanto siano importanti gli atti del Vajont per noi. Sono la nostra storia. A Belluno abbiamo lavorato intensamente per dare visibilità al materiale, oltre che per renderlo accessibile e per restaurarlo. Non ultimo il lavoro che è stato fatto, su iniziativa di Irma Visalli, presidente del Comitato scientifico della Fondazione Vajont, perché la documentazione venisse inserita nel Registro internazionale della memoria del mondo Unesco”. A maggior ragione in occasione dell’anniversario. “Il sessantesimo della tragedia potrebbe essere l’occasione giusta per chiudere il cerchio", ha affermato ancora. "Prima di tutto dobbiamo mettere in campo un’azione coordinata di tutti gli enti interessati e coinvolgere il ministero della Cultura che possa concedere una deroga perenne, senza bisogno di rinnovo”.