Nella base dove la Nato combatte la crisi del clima: “Il riscaldamento globale è una minaccia per la pace”
di Elena DusiIl mare è tranquillo, il sole si riverbera sulle onde. Di questa calma però non ci si fida, nella base della marina militare e della Nato a La Spezia. Due notizie all’apparenza molto distanti sono finite sullo stesso tavolo. E l’Alleanza atlantica ha deciso di affrontarle con la medesima attenzione.
La prima è l’affacciarsi nei giorni scorsi di 11 navi da guerra russe e cinesi al largo dell’Alaska. La seconda è la misurazione di una temperatura record nelle acque dell’Atlantico: un grado in più in media da aprile, con punte di quattro o cinque al largo dell’Irlanda, secondo i satelliti europei di Copernicus.
Cosa c’entra il mare caldo con i rischi di guerra? “Molto. La fusione dei ghiacci apre nuove rotte nell’Artico e rende accessibili più risorse sui fondali. Per alcuni mesi d’estate già oggi è possibile tagliare per il Polo Nord senza rompighiaccio e senza il bisogno di costeggiare la Russia o il Canada” spiega Sandro Carniel, oceanologo proveniente dal Cnr, esperto di cambiamenti …
Il mare è tranquillo, il sole si riverbera sulle onde. Di questa calma però non ci si fida, nella base della marina militare e della Nato a La Spezia. Due notizie all’apparenza molto distanti sono finite sullo stesso tavolo. E l’Alleanza atlantica ha deciso di affrontarle con la medesima attenzione.
La prima è l’affacciarsi nei giorni scorsi di 11 navi da guerra russe e cinesi al largo dell’Alaska. La seconda è la misurazione di una temperatura record nelle acque dell’Atlantico: un grado in più in media da aprile, con punte di quattro o cinque al largo dell’Irlanda, secondo i satelliti europei di Copernicus.
Cosa c’entra il mare caldo con i rischi di guerra? “Molto. La fusione dei ghiacci apre nuove rotte nell’Artico e rende accessibili più risorse sui fondali. Per alcuni mesi d’estate già oggi è possibile tagliare per il Polo Nord senza rompighiaccio e senza il bisogno di costeggiare la Russia o il Canada” spiega Sandro Carniel, oceanologo proveniente dal Cnr, esperto di cambiamenti climatici, oggi alla base Nato di La Spezia per dirigere la divisione di ricerca del Cmre, il Centre for Maritime Research and Experimentation dell’Alleanza.
Non basta: “Le variazioni di temperatura e salinità dell’acqua alterano la trasmissione degli impulsi sonori sotto alla superficie. Chi manovra sottomarini o chi prova a rintracciarli con i sonar deve imparare a tenerne conto” aggiunge Aniello Russo, oceanologo del Politecnico delle Marche in servizio al Cmre.
Il programma di ricerca
Navi bloccate dai filtri intasati di meduse. Autocombustione di munizioni. Asfalto liquefatto sulle piste degli aeroporti. Aria calda e rarefatta che riduce la portanza degli elicotteri. Cabine di carri armati torride. Temporali violenti e onde giganti che impediscono a navi e aerei di partire in missione. Sono tutte minacce che gli eserciti americani ed europei si sono trovati ad affrontare negli anni recenti. E che hanno convinto la Nato ad aprire a La Spezia un programma di ricerca dedicato proprio al nesso tra cambiamento climatico e sicurezza.
Il paradosso che a ospitare il Cmre sia un paese con un governo assai distratto sulla crisi ambientale non scalfisce l’Alleanza. Il centro di ricerca Nato, con le bandiere dei 31 paesi membri all’ingresso, ha regole, misure di sicurezza e linee di ricerca autonome rispetto all’Italia. Se la politica del nostro governo è dare la precedenza all’economia sull’ambiente, il segretario generale della Nato Jens Stontelberg preferisce guardare più lontano: “Il cambiamento climatico è un moltiplicatore delle crisi” aveva detto in un discorso del 2021 che ha contribuito a porre le basi per la ricerca di La Spezia.
"La ricerca sul cambiamento climatico è sistematica”
“Le missioni in Artico sono partite nei primi anni ‘90” ricorda Carniel. “Ma erano sporadiche. Ci servivano a prendere misure. Dal discorso di Stoltenberg in poi la ricerca della Nato sul cambiamento climatico è diventata un programma sistematico, con un finanziamento al Cmre che è previsto in crescita per il futuro”.
La nave Alliance, di proprietà dell’Alleanza ma con personale della Marina italiana, è in questo momento al largo delle Svalbard per conto anche degli scienziati di La Spezia. Usa droni sottomarini e stazioni meteo subacquee ancorate al fondale per monitorare la condizione dei mari artici. L’anno prossimo, ghiaccio permettendo, tornerà a recuperare gli strumenti appena depositati, con i loro preziosi dati.
“Il cambiamento climatico minaccia la sicurezza globale” è tornato a dire Stoltenberg questa estate. “E la Nato deve essere parte della risposta”. Ci sono i problemi per i sonar e i sottomarini militari, certo. Ma il riscaldamento del pianeta è molto di più, anche per un esercito. Nel nuovo clima di guerra già ci sono paesi che si trasformano in deserti e aree agricole distrutte dalle alluvioni. “Secondo gli scenari più aggiornati, in assenza di contromisure un miliardo di persone migreranno per via del clima nei prossimi 20 anni” spiega Carniel.
L’esempio del Ciad
Per chi trova questa cifra esagerata lo scienziato ha pronto un esempio: il lago Ciad, 25mila chilometri quadri d’acqua dolce nel 1963, che servivano quattro paesi all’estremità sud del Sahara. “In 40 anni ha perso il 90% della sua superficie, con conseguenze economiche e sociali disastrose”. O ancora l’Himalaya: “I suoi ghiacciai si stanno riducendo drasticamente. L’acqua è diventata una risorsa contesa fra nazioni dotate di bombe nucleari”.
Nella Terra del clima che cambia, poi, il livello dei mari è destinato a salire. E’ una minaccia per le basi navali militari, certo, ma anche per 700 milioni di persone che vivono lungo le coste. “Basta l’aumento di temperatura a far crescere il volume dei mari, quindi il loro livello” spiega Carniel. “Se poi ci aggiungiamo che dall’Artide si scioglie l’equivalente in peso di 3.500 colossei al giorno, più altri 1.500 dall’Antartide, è facile comprendere la preoccupazione per un mondo che sta finendo a mollo. Lo ha capito anche la Nato. In divisa o no, è meglio per tutti fare ricerca e guardare avanti, senza aspettare che la bomba ci esploda in mano”.