Salvataggi delle Ong: “L’Italia ora ci ordina di sbarcare in Tunisia”
di Fabio Tonacci e Alessandra ZinitiRoma — «Chiamate la Tunisia, portateli là i migranti». Questo si è sentito dire il comandante della nave Aurora di Sea Watch venerdì scorso, quando ha chiamato il Centro di coordinamento soccorsi di Roma per chiedere un porto di sbarco alternativo a quello assegnato di Trapani, troppo lontano da raggiungere col carburante rimasto. A bordo aveva i 72 migranti di un barchino di legno che incrociava nella zona che ricade sotto la responsabilità, teorica, della Libia.
È la seconda volta nel giro di pochi giorni che l’Italia ordina alle ong di rivolgersi alle autorità marittime di Tunisi: è successo anche alla Astral di Open Arms l’11 agosto. Un volontario che lavora su quelle navi, poi, racconta a Repubblica che da quando è stato siglato il memorandum di intesa tra Tunisia e Unione europea, le richieste di intervento da parte di Roma sono localizzate più a ovest di prima, più vicino alle coste tunisine. E poiché due indizi sono una coincidenza, ma tre sono una prova, si capisce che il gov…
Roma — «Chiamate la Tunisia, portateli là i migranti». Questo si è sentito dire il comandante della nave Aurora di Sea Watch venerdì scorso, quando ha chiamato il Centro di coordinamento soccorsi di Roma per chiedere un porto di sbarco alternativo a quello assegnato di Trapani, troppo lontano da raggiungere col carburante rimasto. A bordo aveva i 72 migranti di un barchino di legno che incrociava nella zona che ricade sotto la responsabilità, teorica, della Libia.
È la seconda volta nel giro di pochi giorni che l’Italia ordina alle ong di rivolgersi alle autorità marittime di Tunisi: è successo anche alla Astral di Open Arms l’11 agosto. Un volontario che lavora su quelle navi, poi, racconta a Repubblica che da quando è stato siglato il memorandum di intesa tra Tunisia e Unione europea, le richieste di intervento da parte di Roma sono localizzate più a ovest di prima, più vicino alle coste tunisine. E poiché due indizi sono una coincidenza, ma tre sono una prova, si capisce che il governo italiano ha cambiato strategia nel Mediterraneo.
L’obiettivo è cercare di coinvolgere la Tunisia di Kais Saied nel governo delle rotte migratorie via mare, costringendola a prendere e gestire chi parte sia dalle loro coste sia dalle spiagge libiche. Cosa che Tunisi, nonostante tante parole e l’accordo da 255 milioni di euro siglato su spinta della premier Giorgia Meloni il 16 luglio scorso, non pare aver voglia di fare. Anzi. Lo dimostrano i dati del ministero dell’Interno, così come li ha elaborati il ricercatore Ispi Matteo Villa: nel mese precedente al memorandum in Italia sono sbarcate 16.507 persone dalla Tunisia, dopo gli accordi e fino al 13 agosto se ne contavano già 17.592. Se quindi quel patto doveva servire, nell’idea di Giorgia Meloni, a ridurre le partenze, oltre che a dare un po’ di fiato alla disastrata economia tunisina, il risultato per ora è nullo.
Agli operatori di Sea Watch non era mai capitato di ricevere l’ordine di contattare il Centro coordinamento soccorsi di Tunisi. Corredato, tra l’altro, dalle distanze geografiche calcolate da Roma: «Siete a 39 miglia nautiche dal porto di Zarzis e 74 miglia nautiche dal porto di Sfax». L’ong tedesca non ha obbedito, non lo ha chiamato e ha puntato dritto su Lampedusa, dove ha infine sbarcato i 72 migranti e ricevuto un provvedimento di fermo amministrativo di venti giorni. «Non porteremo mai i naufraghi in Tunisia, è un Paese che non ha una legge sull’asilo e un relativo sistema di accoglienza», spiega Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch. «Oltretutto la condizione dei migranti lì è peggiorata per colpa della campagna xenofoba del presidente Saied con pogrom razzisti e deportazioni nel deserto».
A giudicare dalla solerzia con cui l’Italia ha spinto per quel memorandum, è un aspetto che poco conta per l’attuale governo, assai più interessato a far vedere ai partner europei riluttanti e critici (ad esempio la Germania) che l’accordo funziona. Da qui il duplice tentativo, andato a vuoto, di convincere le navi delle ong cariche di richiedenti asilo a puntare verso i porti tunisini, e lo spostamento operativo verso ovest delle imbarcazioni civili di salvataggio per intercettare i barchini che salpano da Sfax.
«Non è la prima volta che il Mediterraneo e le operazioni di soccorso vengono strumentalizzate per dare legittimità ad accordi di esternalizzazione», osserva Linardi. «Era già successo con la Libia, quando a seguito dell’accordo bilaterale con l’Italia, abbiamo visto cambiare da un giorno all’altro l’atteggiamento della nostra guardia costiera, che ci invitava a contattare i libici per lo sbarco»