Andrea Rinaldo riceve domani il Nobel dell’acqua: “Venezia sarà sommersa, ora la politica si svegli”
di Elena DusiAndrea Rinaldo è a Stoccolma, dove domani riceverà il Nobel dell’acqua. «Mi stanno dando le istruzioni da seguire in presenza del re. Metà le ho già dimenticate», si preoccupa il professore dell’università di Padova — idrologia e costruzioni idrauliche — e dell’Accademia dei Lincei, nato a Venezia 69 anni fa, ex campione di rugby — tre scudetti col Petrarca e 4 caps in nazionale, di cui contro gli All Blacks — regalato alla scienza da una rottura del crociato. Il vecchio smoking del padre è oggetto di contesa con i due figli. «Vorrebbe usarlo il maggiore. Gli altri li abbiamo affittati». Ma è soprattutto sui nipotini — 3 anni lei e 5 lui — che si concentrano le attenzioni della vigilia: «Consegneranno i fiori alla regina. Stiamo provando e riprovando». Reali a parte, il pensiero del vincitore della Medaglia Carlo XVI Gustavo Pro Mundo Habitabili (il Nobel dell’acqua appunto) va a un’altra cittadina di Stoccolma. «Sarei contento di incontrare Greta. Ammiro ciò che dice e dovremmo ascol…
Andrea Rinaldo è a Stoccolma, dove domani riceverà il Nobel dell’acqua. «Mi stanno dando le istruzioni da seguire in presenza del re. Metà le ho già dimenticate», si preoccupa il professore dell’università di Padova — idrologia e costruzioni idrauliche — e dell’Accademia dei Lincei, nato a Venezia 69 anni fa, ex campione di rugby — tre scudetti col Petrarca e 4 caps in nazionale, di cui contro gli All Blacks — regalato alla scienza da una rottura del crociato. Il vecchio smoking del padre è oggetto di contesa con i due figli. «Vorrebbe usarlo il maggiore. Gli altri li abbiamo affittati». Ma è soprattutto sui nipotini — 3 anni lei e 5 lui — che si concentrano le attenzioni della vigilia: «Consegneranno i fiori alla regina. Stiamo provando e riprovando». Reali a parte, il pensiero del vincitore della Medaglia Carlo XVI Gustavo Pro Mundo Habitabili (il Nobel dell’acqua appunto) va a un’altra cittadina di Stoccolma. «Sarei contento di incontrare Greta. Ammiro ciò che dice e dovremmo ascoltarla di più. Domani citerò anche lei nel discorso davanti al re».
Greta di recente è finita varie volte in caserma per le sue proteste.
«No, i giovani vanno ascoltati. Sono i nostri cani da guardia. Perfino in Svezia, Paese che rispetta la scienza come nessun altro, la voce di Greta non risuona più come un tempo».
Ma il Nobel dell’acqua ha un prestigio enorme.
«È l’unico premio, oltre ai veri Nobel, presenziato dai sovrani. La cerimonia si svolge nella stessa sala, con un banchetto e il ballo finale. Speriamo che a quel punto re e regina si siano ritirati, io sono una pippa a ballare».
Come Greta lei usa molto il treno.
«Carrozza 1 posto 74. Da 17 anni faccio avanti e indietro dal Politecnico di Losanna, dove anche insegno, prenotando sempre lo stesso posto. Ormai il sedile ha preso la mia forma. Ho 6 ore di concentrazione, neanche il cellulare prende con le montagne».
Cos’altro dirà nel suo discorso?
«Che il clima non è di destra né di sinistra. Sta cambiando a causa dell’uomo e lo sta facendo sempre più rapidamente. Dobbiamo essere rapidi anche noi nella risposta».
È una critica alle nostre politiche?
«Non voglio fare polemiche. I mercanti del dubbio esisteranno sempre, ma oggi il problema è davanti a noi, ed è drammatico. I negazionisti hanno esaurito gli argomenti. Alluvioni e siccità sono ormai più frequenti delle scadenze elettorali. È ora che la politica se ne occupi mettendo da parte le divisioni».
Da dove si inizia?
«La soluzione di fondo è fermare le emissioni, è vero. Io so di essere in minoranza, ma la penso in modo un po’ diverso. Da quale pulpito oggi noi possiamo chiedere ai Paesi in via di sviluppo di frenare il loro cammino verso un benessere sul quale si stanno appena affacciando? Più realistico è cercare di adattarci al cambiamento con soluzioni pratiche. In Italia, un territorio complicato, questo vuol dire ad esempio decidere dove deve esondare un fiume in piena. Non possiamo lasciare la scelta a lui, ma creare bacini da allagare in emergenza. Ci vorrebbe un tavolo di esperti al di sopra delle parti, come si fece a Parigi per la rivoluzione urbanistica».
Rinaldo al lavoro in Burkina Faso
Quale emergenza ha la priorità?
«Sono di Venezia ed è su di lei che mi concentro. Avevo 12 anni nel ’66, quando arrivò l’aqua granda. Ricordo un metro e 90 che per 20 ore non scendeva, il panico perché nessuno capiva cosa stava accadendo, la miseria lasciata dall’ondata in ritirata. L’idea della fragilità è scritta nel nostro dna. Oggi prevediamo che il mare sarà più alto di un metro fra cento anni. Far restare viva e vitale Venezia non sarà facile. Nel resto del mondo intanto il ghiaccio antartico si è ridotto quest’anno come mai aveva fatto prima. E se perdiamo la Groenlandia, altro che un metro di innalzamento del mare. Ne avremo 7. L’impressione è che il cambiamento non sia lineare, ma in accelerazione».
C’è stata una scena che ha vissuto e l’ha colpita particolarmente?
«Ero ad Haiti, nel villaggio di Carrefour, dopo il terremoto del 2010 e l’epidemia di colera. Quell’isola era spaventosa, non c’era una strada, non una fogna. L’acqua ristagnava tra i piedi delle persone e in un mercato ricordo una giovane donna che ha tirato fuori il cellulare per pagare il suo cavolo. Ma come, mi sono detto, qualcuno si è preoccupato di installare un’antenna per i cellulari prima di costruire un acquedotto? Ma che società è? In quale capitalismo viviamo?»