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Lo psichiatra Lingiardi: “A caccia di trofei e affascinati dal male, quei ragazzi temono le donne”

Non ci sono ricette per una nuova educazione degli uomini: “Serve disincentivare paternalismo e prepotenze. Inaccettabile il concetto che la donna se l’è andata a cercare
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Professor Lingiardi, una catena di femminicidi e di violenza sulle donne sta insanguinando questa brutta estate. Nonostante le leggi. Donne uccise o stuprate ogni giorno. Cosa sta succedendo ai maschi?

«Il lavoro che faccio mi impedisce di generalizzare, ciascuno ha la sua storia. Un partner violento, uno stupratore e un omicida sono figure diverse. E non solo le persone, anche i fatti hanno la loro storia. Ma proprio il mio lavoro mi permette di riconoscere somiglianze, atmosfere comuni. Mi aiuta a risalire a radici — psicologiche, culturali, familiari, sociali — che, come tutte le radici, sono intrecciate. Alla loro confluenza ritrovo l’idea della donna come individuo spogliato di soggettività, da rendere dipendente, controllare, piegare alla propria volontà. La donna come palestra dove esercitare, attraverso il possesso, l’affermazione della propria danneggiata mascolinità».

Una reazione alla libertà conquistata dalle donne quindi.

«Direi che spesso la violenza è il rigur…

Professor Lingiardi, una catena di femminicidi e di violenza sulle donne sta insanguinando questa brutta estate. Nonostante le leggi. Donne uccise o stuprate ogni giorno. Cosa sta succedendo ai maschi?

«Il lavoro che faccio mi impedisce di generalizzare, ciascuno ha la sua storia. Un partner violento, uno stupratore e un omicida sono figure diverse. E non solo le persone, anche i fatti hanno la loro storia. Ma proprio il mio lavoro mi permette di riconoscere somiglianze, atmosfere comuni. Mi aiuta a risalire a radici — psicologiche, culturali, familiari, sociali — che, come tutte le radici, sono intrecciate. Alla loro confluenza ritrovo l’idea della donna come individuo spogliato di soggettività, da rendere dipendente, controllare, piegare alla propria volontà. La donna come palestra dove esercitare, attraverso il possesso, l’affermazione della propria danneggiata mascolinità».

Una reazione alla libertà conquistata dalle donne quindi.

«Direi che spesso la violenza è il rigurgito di un maschio primitivo che odia le donne e in generale tutto ciò che richiede capacità di leggere e amare la complessità dei contesti e delle relazioni che cambiano. In altre parole, maschi che si sentono spodestati dalla storia e reagiscono in modo paranoide, per esempio rendendo letterale quella brutta ma antica espressione che indica il rapporto sessuale come un “possedere”».

I killer, così come gli stupratori, sono uomini adulti ma anche giovanissimi. Minorenni. Come se non ci fosse stato alcun cambiamento culturale tra le generazioni rispetto alla violenza di genere. È così?
«La differenza culturale tra le generazioni c’è. Decenni di cultura femminista e decostruzione del sessismo hanno dato risultati. Sono moltissimi i maschi che oggi desiderano lavorare sulla propria educazione, mettendo in discussione la cultura ricevuta e imparando nuove culture della relazione. Proprio perché c’è stato un cambiamento culturale, c’è una frangia psichica che, incapace di elaborazione e spaventata dal cambiamento, radicalizza il suo attaccamento agli aspetti più primitivi e arcaici del maschilismo».

Anche tra i giovanissimi? 

«Per quanto riguarda i più giovani farei un discorso a parte sull’educazione ricevuta in una scena collettiva sempre più virtuale e alimentata da superpoteri illusori, muscolature-corazza, dosi pesanti di video-violenza, cyberporn in età precoce. E conseguente confusione tra fiction e vita. Ascoltandoli, ho visto forme di pseudo-socialità che sono invece solitudine culturale e affettiva. Ancor più allarmante è la perdita di contatto e relazione con un’idea viva e vitale del corpo altrui».

Parliamo del branco di Palermo. I sette stupratori sono stati fermati grazie ai video e alle chat con cui avevano ossessivamente ripreso la violenza di gruppo. Filmare il proprio trofeo di aguzzini è stato più forte della paura di essere scoperti?
«L’idea che se non è fermata in immagini la vita non è vita è un problema drammatico del nostro tempo. Si è persa la differenza tra immagini che raccontano un’interiorità piena (come fa il cinema) e immagini che sostituiscono un’interiorità vuota (come spesso fanno i social). Ecco dunque l’uso dell’immagine narcisistica come conferma pubblica di essere vivi e potenti, la grandiosità che spinge a filmare le proprie prove di forza così che, mostrandole, si possa negare ogni dubbio sulla propria debolezza» .

Oggi scopriamo che su Telegram è partita una caccia a pagamento dei video di quella violenza. Chat con oltre diecimila utenti che offrono qualunque cifra per guardare lo stupro.
«Sono forme di fascinazione per il male con radici psichiche profonde, ma ramificazioni superficiali sui media e sui social. Il voyeurismo di chi non ha mai pensato che “l’etica è un’ottica”, come direbbe Levinas. Che il mio sguardo sull’altro e sul mondo coincide con la mia etica. Penso che una parte consistente di questi giovani si è nutrita di violenza visiva, dipendenza da videogiochi violenti, film e serie tv che hanno eccitato i loro neuroni senza però connetterli in forme di riflessione e consapevolezza di cosa è il dolore».

Di fronte a questi orrori come si può agire nell’educazione dei maschi? Come andare alle radici della violenza di genere?
«Non ho ricette, purtroppo. Faccio quel che posso nel mio piccolo, con studenti e pazienti. Ma credo sia importante toccare sia le radici della violenza sia i terreni in cui proliferano. Saper cogliere le gradazioni, mai sottovalutare ma nemmeno fare d’ogni erba un fascio. Leggere i contesti: famiglia, scuola, gruppo dei pari. Coinvolgere, parlo ovviamente dei più giovani, e appassionare a un racconto alternativo rispetto a quello millenario dell’inferiorità femminile. Disincentivare tanto il paternalismo quanto la prepotenza. Leggere storie e vedere film che promuovano un lavoro cognitivo che disattivi teorie tipo “se l’è andata a cercare”. Guardare le attenuanti dove molti vedono le aggravanti. Parlare di violenza nelle relazioni affettive, ma non come fosse l’ora di educazione civica. E lavorare anche con le ragazze, ricordando che incontri pericolosi e relazioni tossiche sono spesso figli della paura di non valere abbastanza».

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