AMATRICE – Ad Amatrice, dopo sette anni, è tornato in vita l’Albergo Castagneto. Esisteva dal 1968. E’ la sola struttura ricettiva riaperta nell’intero cantiere del terremoto, centoquaranta comuni. E’ di nuovo in attività dal 10 dicembre dell’anno scorso, potrebbe richiudere a fine estate. “A settembre dobbiamo fare un bilancio”, spiega Luigi Bucci, sindaco per due mandati, dal 1980 al 1990, socialista con rimpianti craxiani. Ha lasciato l’area del gusto e riportato l’albergo di famiglia a pochi metri dal centro storico. Dentro, per ora, non si può poggiare una pietra. Ha ricostruito in acciaio, il giardino è più grande e l’albergo conta sei camere in più di prima. Non va, però. “In pieno agosto abbiamo prenotazioni al 60 per cento e in primavera abbiamo trascorso intere settimane con una sola stanza occupata su trentuno. La sala ristorante ha trecento posti ai tavoli e vede i vuoti. Qui lavorano dieci persone, a loro pago anche la quattordicesima, ma così non si riesce ad andare avan…
AMATRICE – Ad Amatrice, dopo sette anni, è tornato in vita l’Albergo Castagneto. Esisteva dal 1968. E’ la sola struttura ricettiva riaperta nell’intero cantiere del terremoto, centoquaranta comuni. E’ di nuovo in attività dal 10 dicembre dell’anno scorso, potrebbe richiudere a fine estate. “A settembre dobbiamo fare un bilancio”, spiega Luigi Bucci, sindaco per due mandati, dal 1980 al 1990, socialista con rimpianti craxiani. Ha lasciato l’area del gusto e riportato l’albergo di famiglia a pochi metri dal centro storico. Dentro, per ora, non si può poggiare una pietra. Ha ricostruito in acciaio, il giardino è più grande e l’albergo conta sei camere in più di prima. Non va, però. “In pieno agosto abbiamo prenotazioni al 60 per cento e in primavera abbiamo trascorso intere settimane con una sola stanza occupata su trentuno. La sala ristorante ha trecento posti ai tavoli e vede i vuoti. Qui lavorano dieci persone, a loro pago anche la quattordicesima, ma così non si riesce ad andare avanti. Le norme della ricostruzione non sono calate nella realtà. Abbiamo impiegato un anno solo per far approvare il progetto della struttura e ancora oggi non riusciamo a mettere in comunicazione la rete fotovoltaica con l’apparato elettrico interno. Pressapochismo, superficialità, ormai hanno contagiato i residenti. Si sono abituati alla lentezza”.
Non esce nessuno, mai, dalle casette gialle destinate a chi ha perso tutto. Un piano, le mura di legno plastificato. Le hanno fatte crescere lungo quarantadue aree di Amatrice e frazioni (sono 72). “Si diceva che ogni terremotato doveva trovare il suo alloggio d’emergenza alla stessa distanza che, prima, copriva per andare alla stalla”. Alla settima stagione di attesa, uomini e ragazzi che nelle casette Sae hanno resistito, non si spostano. Neppure si affacciano, sotto questo sole d’agosto, nel giardino del villaggio temporaneo, costruito con i percorsi e le panchine. Ora ha l’erba alta. Restano seduti sul patio, il dehor temporaneo. Dove si pranza, si cena, si stende. Si parla, poco.
Lo sfaldamento sociale
Lo sfaldamento sociale, ecco. Sette anni dopo è tutto nel racconto di Giovanna, pensionata della Regione Lazio, un figlio perso che ne aveva cinquanta all’interno delle case Ina di Piazza Augusto Sagnotti. Invalida al 100 per cento, Giovanna vive tutto l’anno nei suoi 40 metri quadrati temporanei sulla salita che dall’Opera Don Minozzi porta all’Area del gusto. Ci ha fatto aggiungere, in proprio, un salotto quattro per due. “Non ho nessuna speranza”, scuote la testa, “la mia vita scorre sempre uguale”. Dalle otto di mattina, “quando mi alzo e faccio colazione insieme a un plotone di medicine”, all’ora del pranzo, “sempre frugale”. Alle quattro e mezzo del pomeriggio si siede sul patio, a parlare con la vicina, “ma lei lavora, ha sempre poco tempo”. Appena l’altra se ne va, Giovanna accende la tv e la lascia a volume fino alle undici di sera: “Scorrono telegiornali, giochi, serie, altri telegiornali, ma neppure la ascolto”. Legge romanzi sotto quel rumore, “mi servono per scappare via da qui”.
Giovanna ha lasciato la sua unica casa, di proprietà, che aveva 70 anni. Sente, dice lei, che si spegnerà senza rivederla. Gli appartamenti Ina, crollati perché avevano i piloncini di sostegno magri, sono ancora lì, un piano marrone sopra l’altro, il tetto collassato sopra tutto a custodir calcinacci. L’inchiesta giudiziaria sui sette morti di Piazza Sagnotti, che in un primo tempo aveva coinvolto l’ex sindaco Sergio Pirozzi, non è chiusa e questo pezzo di ricostruzione non parte. Intorno, proprio in queste ore, si stanno consegnando gli appartamenti di quattro edifici, ricostruiti come prima. E i sopravvissuti di Piazza Sagnotti, ora residenti a Roma, alcuni sulla costa adriatica, vengono a visitarli. “Avrei preferito il legno a terra”, racconta Mina Nobile, che si salvò dalla tragedia di Saletta frazione, ventidue morti, nove sopravvissuti, annodando le lenzuola al tavolo della cucina.
Tutti nelle ‘casette’
Le casette Ina, invece, restano una foto simbolo: la Panda bianca schiacciata dai davanzali. E’ ancora lì. Era di Paolo, il figlio di Giovanna. Alle 3 e 36 dormiva in camera sua, “io in camera mia”. Giovanna si è sentita tirare giù, dal primo piano. “Paolo mi aveva rimboccato le coperte”, racconta, “gli avevo detto: torna a casa presto, ho paura del terremoto”. Le aveva risposto: “Tranquilla mamma, io me ne vado, tu resti. Ha avuto ragione mio figlio”. La speranza, diceva: “Amatrice era bella come il sole, si cantava e si mangiava, ora è un mortorio”.
Lo scollamento sociale è certificato dall’anagrafe cittadina: 970 residenti, erano 2.800 ancora la prima mattina del 24 agosto 2016. I quasi mille resistenti sono ospitati in 537 casette Sae. Da allora, non ne hanno smantellata una. Molti non le lasciano perché hanno paura di rientrare negli appartamenti rifatti con il cemento rinforzato. Altre 1.376 persone hanno il certificato che dice che, sì, vivono qui, ma è solo un atto: stanno altrove. I residenti fittizi, in fondo, sono poco meno rispetto a “prima”, solo che prima del terremoto venivano ad Amatrice in estate, a Natale, a Pasqua, il fine settimana. Ora non più: non c’è la casa, o non c’è la voglia. “L’emorragia dei giovani è lenta e continua”, racconta Maria Bulzoni, poliziotta, in quei giorni di polvere al fianco di Pirozzi nell’amministrazione in emergenza. “Quelli che mancano sono i pendolari fissi, le famiglie che portavano in vacanza i figli. Ora li portano al mare in Romagna, a Madonna di Campiglio, e se un ragazzo per sette anni non conosce un territorio, gli puoi dire addio”.
Il territorio circostante
C’è chi sta peggio, vero. Accumoli, l’epicentro quel 24 agosto 2016, discute ancora come ricollocare. Ad Arquata del Tronto, e dal Lazio passiamo alle Marche, hanno appena deliberato un complesso progetto di tiranti d’acciaio per una montagna instabile. La vicina Pescara del Tronto è semplicemente franata sulla Salaria e nessuno ha più intenzione di riportarla su. Ad Amatrice, però, l’opera più importante dell’intero cantiere, la ricostruzione dell’enorme Opera Don Minozzi, si è già incagliata. Il progetto, che porterà all’interno di una struttura religiosa la sede del Comune, vale 45 milioni di euro ed è stato affidato all’archistar Stefano Boeri. Avviati i lavori di demolizione, l’impresa costruttrice ha constatato che il massimo ribasso con cui aveva vinto l’appalto non le conveniva più. Solite questioni, costo delle materie prime schizzato in alto dal primo Covid, poi l’inflazione generalizzata. Ha chiesto 15 milioni in aggiunta. Troppi. Si è già fermato tutto.
L’ex sindaco Pirozzi è tornato al suo calcio, e anche questo è il segno di un ritiro dal lento quotidiano di Amatrice. Quelli dell’Atletico Ascoli l’hanno chiamato alla fine dello scorso campionato, le ultime quattro giornate, e con lui allenatore sono saliti in Serie D. E’ straordinario, poi, il viaggio calcistico dell’Asd Amatrice: in quel 2016 esordì in Terza categoria e oggi gioca in Eccellenza. “All’inizio era una squadra tutta locale, ora è fatta di forestieri. Vince, ma non è la stessa cosa”. Lo dice il figlio dell’albergatore Bucci, un ingegnere che in queste ore sta aiutando il padre in sala.
14 anni per rivedere il centro storico
La ferita, che sette anni dopo pulsa più forte, è il centro storico, il lungo Corso Umberto I lungo il quale l’amministrazione ha annunciato cinque cantieri, ma che fin qui ha visto solo riportare la storica campana sulla Torre Civica. Era il 27 luglio. “Risentire quel suono ci ha ammutoliti tutti”. Hanno recintato la città medievale per allontanare chi, tutte le mattine, veniva a controllare i lavori e ora il sindaco Giorgio Cortellesi conferma: “Ci vorranno altri sette anni per rivedere il centro storico”. Fanno quattordici, un’eternità.
Cortellesi ha una casa in frazione, non mai ha rivelato il partito di riferimento – qui si vince con le liste civiche - e ha promesso di dedicare il resto della vita alla città terremotata quando all’alba del 2016 ritrovò i figli vivi in centro. “Questo è il periodo peggiore”, dice, “bisogna ricostruire il 70 per cento delle abitazioni del territorio, ma i cantieri privati sono i più lenti: ingegneri, architetti e geometri accumulano incarichi e non riescono a mandare avanti i lavori. I progetti che prevedono ventiquattro mesi dalle fondamenta a tetto, si realizzano in quattro anni. Dei 576 cantieri avviati, solo 101 hanno restituito edifici agibili. Dobbiamo ricostruire la ricostruzione. Il commissario straordinario”, che è il quinto dal 2016, “deve avere potere di sanzione, altrimenti restiamo fermi”. Il rifacimento del corso oggi è bloccato da una strada di servizio, la burocrazia. Fogne pubbliche e private non si riescono a collegare. “Il Comune di Amatrice in queste stagioni ha ricevuto 17,2 milioni di euro in donazioni e ne ha spesi la metà. Molto è andato alle imprese, per convincerle a restare, qualcosa al contributo per l’assistenza alloggiativa, il Cas, ma troppi aiuti non aiutano a ripartire, molte persone si sono adagiate”.
Ines Genfi, lei romana, e Andrea Bacigalupo, genovese, la madre originaria di Amatrice, hanno scommesso, nonostante tutto, sulla città distrutta e i Monti della Laga intorno. Hanno atteso quattro anni per i permessi, nove mesi per costruire e da febbraio il loro Food & Drink “Zena”, carni da tutto il mondo, richiama turisti e
motociclisti. “L’attività va bene, ogni quaranta giorni variamo il menù e sul retro abbiamo una piccola officina per la riparazione delle moto. Lo sappiamo che tutto è difficile, ma aiutare questa comunità è diventata una ragione di vita”.