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Pescara del Tronto, sette anni dopo il terremoto: sassi, alberi e una maglietta per ogni vittima. ”La politica ha deciso di cancellarci”

Chi è nato qui sogna di tornare nelle proprie abitazioni, ridotte ad un cumulo di rocce. Figli e nipoti accusano le istituzioni: “Hanno deciso di cancellarci”
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PESCARA DEL TRONTO – Se le promesse venissero mantenute uno stormo di uccelli sarebbe pronto a tornare a Pescara del Tronto, sbriciolata dal terremoto di mercoledì 24 agosto 2016. Se anche solo una casa venisse davvero ricostruita com’era e dov’era, come annunciato per anni negli slogan caduti nel vuoto, i marchigiani evacuati farebbero subito le valigie per ripopolare il paesino abitato già in epoca romana. Se si dimostrasse a quei cittadini che hanno perso in una notte 47 familiari che questi sette anni non sono stati soltanto propaganda, anche a Pescara del Tronto, la più colpita delle 13 frazioni di Arquata (AP), potrebbe tornare un filo di speranza.

C’è chi vuole tornare

«Noi siamo storicamente un paese di migranti che sono sempr…

PESCARA DEL TRONTO – Se le promesse venissero mantenute uno stormo di uccelli sarebbe pronto a tornare a Pescara del Tronto, sbriciolata dal terremoto di mercoledì 24 agosto 2016. Se anche solo una casa venisse davvero ricostruita com’era e dov’era, come annunciato per anni negli slogan caduti nel vuoto, i marchigiani evacuati farebbero subito le valigie per ripopolare il paesino abitato già in epoca romana. Se si dimostrasse a quei cittadini che hanno perso in una notte 47 familiari che questi sette anni non sono stati soltanto propaganda, anche a Pescara del Tronto, la più colpita delle 13 frazioni di Arquata (AP), potrebbe tornare un filo di speranza.

C’è chi vuole tornare

«Noi siamo storicamente un paese di migranti che sono sempre tornati a casa, siamo testardi» racconta Loreto Paradisi, 73 anni, uno dei pochi tornati a vivere nel borgo in una delle casette Sae. «C’è un proverbio da noi che dice: triste quell’uccello che tornerà in quell’amara valle. Forse siamo anche noi come quegli uccelli che, nonostante la loro casa sia in un posto triste, tornano comunque perché non possono opporsi al fatto che il cuore rimane dove sei nato».

La sua casa, un vecchio mulino poi pastificio ristrutturato a inizio Novecento, ha resistito più delle altre, ma è completamente inagibile. Paradisi, moglie e figlia si sono salvati. L’altra figlia, residente in un’abitazione più vecchia, ma nel paese, è riuscita a uscire un attimo prima che l’abitazione le crollasse alle sue spalle. Camionista in pensione, Paradisi non crede più che ci sia la volontà di ricostruire il paesino. Lo vorrebbe, ma in questi anni nessuno ha dimostrato di interessarsi davvero alla rinascita del paese, visitato anche da Papa Francesco il 4 ottobre dello stesso anno. Ha visto troppe passerelle di politici, troppi progetti ricominciati sempre da capo, troppe promesse mai realizzate.

Sette anni di nulla

«Nemmeno ad Amatrice, da sempre cittadina forte e benestante, hanno ricostruito una minima parte del borgo e lo stesso a Castelluccio, meta di turisti per la fioritura delle lenticchie. Figuriamoci qui». Per lui non c’è nessuna volontà di investire soldi in quel paesino ormai abitato solo da quegli anziani che vogliono stare vicino al loro cuore. «Ci sono tantissimi compaesani che se avessero una casa tornerebbero, ma sono passati sette anni di nulla. Se non si farà qualcosa sul serio il paese scomparirà e con lui la memoria di tutti quelli che ci hanno abitato e di tutta la storia che fino al 2016 lo ha formato».

Ieri, come ogni anno, si è svolta la veglia per ricordare le vittime che persero la vita alle 3.36 di notte. Una notte che qui sembra non sia ancora finita, da oltre 2500 giorni in attesa dell’alba. Il parchetto da giochi, dove vennero portate le salme, è diventato un luogo sacro dove ricordare le vittime il cui volto e nome sono scritti su tante magliette bianche, appese alla ringhiera. Tra loro il ricordo dei bambini pulsa nei pupazzetti di peluche incastonati tra una barra e l’altra. Le immagini dei sorrisi di ragazzi e ragazze, le sagome di una famiglia e il disegno di un cuore gigante si stagliano sul cielo e sui Monti Sibillini.

Oggi sassi e alberi, ieri case e giardini

Al centro del cortile c’è uno scivolo dove sembra di sentire ancora l’eco di una spensieratezza che non c’è più, ma che vibra ancora nei ricordi di chi rimane. Quella notte la fanciullezza è stata spazzata via, ma potrebbe tornare se solo ci fossero le condizioni per farla sbocciare ancora. Lo stesso nipote di Paradisi, 14 anni allora e oggi 21, sente la mancanza della sua Pescara del Tronto. Quel 24 agosto 2016 lui e i suoi amici erano proprio qui, su questo parchetto, a raccontarsela, prima che la terra si polverizzasse sotto ai loro piedi. «Ci sono persone evacuate che prendono il camper pur di trascorrere qualche giorno qui perché mancano proprio le strutture dove potersi fermare» spiega. «Prima del terremoto il paese era comunque abitato da pendolari che andavano al lavoro a San Benedetto del Tronto o ad Ascoli Piceno per tornare poi alla sera. Ora tante famiglie evacuate hanno ricominciato una vita da un’altra parte e se si aspetta ancora non torneranno più».

Il paesino sorge a 750 metri nella Valle del Tronto lungo la Salaria, la strada che collegava l’entroterra all’Adriatico. È sempre stata soggetta a piccole scosse, ma nessuno avrebbe mai pensato che ne arrivasse una devastante come quella. Chi ci passa in macchina oggi e non ne conosce la storia fatica a distinguere la pietra da quello che rimane del perimetro delle case. La memoria è sempre più a rischio di oblio, come quella di tanti altri borghi che s’incrociano a piedi, da Pretare se si percorre per esempio il Cammino nelle Terre mutate. Chi ci arriva a passo lento rimane senza respiro quando inizia a mettere a fuoco la vista. Da lontano oggi Pescara del Tronto sembra la pelle di roccia della collina, circondata da alberi e da una vegetazione rigogliosa. Poi piano piano si nota che in realtà quelli che sembrano sassi chiari, consumati dal sole, non fanno parte di un paesaggio naturale. Quelle pietre un tempo formavano le pareti di cucine, salotti e camere di tante case. Spuntano qua e là dal nulla anche delle scalinate che collegavano un sopra e un sotto che non c’è più.

«Mi fa piacere quando incontro delle persone che passano di qui, ma non credo più che nessun articolo, nessun servizio, nessuna petizione possa cambiare la direzione di quella politica che ha deciso di cancellarci» ribadisce Paradisi che ha viaggiato tanto per lavoro, ma è sempre tornato ogni volta qui, nella sua Pescara del Tronto, come quell’uccello che torna nella sua valle amara perché c’è casa. «Prima del terremoto di residenti che vivevano qui ce ne erano 90, ma d’estate e nel fine settimana si riempiva sempre il paese di tanti che tornavano».

Stando ai racconti di chi ci abita negli anni si è assistito allo stesso copione di sempre: si fanno delle promesse, si parla di progetti che necessitano studi, si iniziano a mettere le basi per analisi sul territorio fino a quando cambiano gli amministratori e si ricomincia tutto da zero. «Io sono tornato qui perché ci volevo credere, ma a forza di vedere questo teatrino non ci credo più. Vorrei proprio essere smentito» sospira Paradisi. Il problema è anche quello di dare fiducia a un territorio che vorrebbe rinascere e ripensarsi, ma al quale non vengono offerti strumenti per ricominciare. «Non c’è nemmeno un posto dove dormire. C’è chi è venuto alla veglia ed è dovuto tornare indietro perché non sapeva dove fermarsi».

In cima a quello che fu il paese, c’è ancora la storica fontana rimasta intatta che porta a valle l’acqua dalla sorgente del Pescara del Tronto, quello che rifornisce tutta Ascoli Piceno. Imperterrita diffonde nell’aria un continuo gorgoglio riempiendo fino all’orlo le vasche di pietra dove ci si recava a lavare i panni, pronte oggi a dissetare gli uccelli che vi fanno ritorno.

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