✕

Migranti, Meloni scontenta dei suoi ministri: ora una cabina di regia con Mantovano e i Servizi segreti

Ascolta l'audio

La svolta dopo gli attacchi di Salvini. L’imbarazzo della premier sorpresa dall’ondata di sbarchi: “Difficili da spiegare, ma ci vuole più coesione tra i ministeri”
2 minuti di lettura

ROMA – Per la prima volta da quando è in carica, il governo Meloni appare davvero in difficoltà sul tema, l’immigrazione, che è stato uno dei cavalli di battaglia della destra in campagna elettorale. Quello su cui ha costruito gran parte del consenso. Eppure, ecco che nel primo Consiglio dei ministri convocato al rientro dalle ferie estive la premier è costretta ad ammettere che «è difficile spiegare all’opinione pubblica quello a cui si assiste». Cioè l’aumento del 103 per cento degli sbarchi rispetto all’anno scorso, quando aveva promesso urbi et orbi i porti chiusi e le frontiere sigillate. E, ancora, il 386 per cento di arrivi in più dalla Tunisia nonostante il memorandum firmato col presidente Saied (e 100 milioni di euro dell’Unione Europea per il controllo delle partenze) che, nelle speranze di Palazzo Chigi, doveva servire da tappo.

È difficile spiegarlo, in effetti. Ci prova, a Consiglio dei ministri terminato, il sottosegretario Alfredo Mantovano. «L’aumento dei fl…

ROMA – Per la prima volta da quando è in carica, il governo Meloni appare davvero in difficoltà sul tema, l’immigrazione, che è stato uno dei cavalli di battaglia della destra in campagna elettorale. Quello su cui ha costruito gran parte del consenso. Eppure, ecco che nel primo Consiglio dei ministri convocato al rientro dalle ferie estive la premier è costretta ad ammettere che «è difficile spiegare all’opinione pubblica quello a cui si assiste». Cioè l’aumento del 103 per cento degli sbarchi rispetto all’anno scorso, quando aveva promesso urbi et orbi i porti chiusi e le frontiere sigillate. E, ancora, il 386 per cento di arrivi in più dalla Tunisia nonostante il memorandum firmato col presidente Saied (e 100 milioni di euro dell’Unione Europea per il controllo delle partenze) che, nelle speranze di Palazzo Chigi, doveva servire da tappo.

È difficile spiegarlo, in effetti. Ci prova, a Consiglio dei ministri terminato, il sottosegretario Alfredo Mantovano. «L’aumento dei flussi dipende dalle crisi nei Paesi di provenienza, ad esempio il Sudan da cui già ad aprile si erano allontanate 800 mila persone, ci auguriamo che non accada lo stesso col Niger». Fatta questa premessa, premier e ministri ribadiscono che «la direzione del governo è quella giusta», che «gli accordi con i Paesi africani stanno portando risultati», che «bisogna stringere le maglie», c’è da «interloquire di più coi partner africani», ma, comunque, «avanti così».

Per Giorgia Meloni, tuttavia, il problema non è solo in Africa: c’è qualcosa che non funziona all’interno del suo Esecutivo. «Nell’insieme facciamo tanto — ha detto la premier in apertura di Consiglio — però è essenziale che ciascun ministro che ha competenza in materia sia al corrente del lavoro che svolge il suo collega per evitare duplicazioni, dispersione di risorse, ma anche che il nostro interlocutore di turno si rivolga a più d’uno di noi, sollecitando i medesimi interventi senza poi dare conto dell’utilizzo degli aiuti che riceve».

Una strigliata ai suoi, prima di nomi e cognomi, dove però non è difficile intravedere anche il fastidio per le recenti uscite pubbliche del ministro Salvini sulla necessità di politiche più dure nei confronti dei migranti, su misure più stringenti, su rimpatri ed espulsioni facili. Meloni vuole più coordinamento. Pretende che i ministri che hanno voce in capitolo sul tema (Tajani per i rapporti diplomatici, Salvini da cui dipende la Guardia Costiera, Piantedosi per accoglienza e l’assegnazione dei porti alle navi umanitarie) si parlino di più, e meglio, condividendo informazioni, strategie e provvedimenti. Obiettivo da raggiungere subito, nell’immediato, e che la premier non lascia ai suoi ministri. Lo affida al Cisr, il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica, da lei presieduto e di cui è segretaria, per statuto, Elisabetta Belloni, la direttrice del Dis, organo che coordina le agenzie di intelligence. «Si presta bene a essere la sede di questo raccordo tra ministri», spiega Meloni. «Da oggi è convocato permanentemente».

Ecco perché la presenza del sottosegretario Mantovano, che ha la delega ai servizi segreti, alla conferenza stampa di Palazzo Chigi accanto a Piantedosi, Giorgetti e Sangiuliano. Ha parlato più del ministro dell’Interno, del resto i decreti sicurezza che modificheranno il Testo unico sull’immigrazione nella parte che riguarda le espulsioni degli stranieri ritenuti socialmente pericolosi saranno pronti solo a metà settembre. «I numeri sono preoccupanti», esordisce Mantovano. «A maggio dalla Tunisia il dato degli arrivi era cresciuto del 1.008 per cento rispetto al 2022, ad agosto siamo scesi a +386 per cento». Cifre che servono al governo per dimostrare che gli accordi con Tunisi, tutto sommato, qualcosa stanno producendo. «Su 50 migranti che arrivano, 50 vengono bloccati dalla guardia costiera tunisina».

Il ministro Piantedosi si sforza di vedere il bicchiere mezzo pieno. Liquida con uno sbrigativo «l’accoglienza regge» le polemiche dei sindaci, anche filogovernativi, che si lamentano per l’inefficacia del sistema, soprattutto quando si tratta di sistemare i profughi minorenni non accompagnati, e tira dritto coi numeri. «Il governo di Tunisi ha bloccato a terra o recuperato in mare 42.126 migranti al 22 agosto 2023, che rispetto ai 15 mila dello scorso anno significa un +171 per cento di lavoro che la Tunisia ha fatto». Anche la flessione nella curva di crescita degli sbarchi è per il ministro «elemento incoraggiante», soprattutto perché, ricorda, «ci sono stati momenti durante l’anno in cui erano il 329 per cento in più del 2022. Oggi siamo al 103 per cento».

Leggi i commenti