«Ventiquattro. Io sono la ventiquattresima vittima. Perché non c’è notte che non penso a quelle persone che non ci sono più. Non c’è giorno che non sono al 12 luglio del 2016: quel giorno si è fermata anche la mia vita. E si è fermata perché nessuno ha impedito a una persona per bene come me, che si svegliava alle quattro della mattina per andare a lavorare, di sbagliare. Quando ieri ho letto della notizia di quell’incidente di Brandizzo. Quando ho sentito pronunciare di nuovo quelle parole, “errore umano”, di fronte a una strage ferroviaria e alle vite di quei cinque operai, ho pensato: ecco, ci risiamo. Ma com’è possibile?».
Vito Piccarreta interrompe spesso le parole. Ha voglia di sfogarsi ma l’emozione lo ferma poco dopo. Parla per la prima volta dopo sette anni quando da capostazione della stazione di Andria, alzò per un fraintendimento la sua paletta mandando un treno di passeggeri a scontrarsi contro quello che arrivava in senso opposto, tra Andria e Corato, lungo la tratta delle Ferrovie Bari Nord.
Sbagliò, e per quel suo errore morirono in 23. Qualche mese fa è stato condannato in primo grado a sei anni e sei mesi di carcere per omicidio. Sette per il suo collega, il capotreno Nicola Lorizio, che come lui quella mattina fece confusione e causò l’incidente. Tutti assolti gli altri, invece. A partire dai responsabili della sicurezza del ministero e delle ferrovie locali: è vero, i treni viaggiavano sul binario unico regolamentato con il blocco telefonico, un sistema da anni ’60. Ma la legge lo permetteva. Dunque, nessun reato. «Noi unici colpevoli, quindi. Evidentemente va bene così».
Si sente il capro espiatorio?
«Credo che non sia stata fatta giustizia. Dare tutta la colpa a un povero cristo come me, che quella mattina si è alzato alle quattro della mattina per andare a lavorare, come tutti i giorni della sua vita, è semplice. Ma non è giusto. Io ho ammesso la mia responsabilità immediatamente: è vero, ho alzato quella paletta quando non dovevo. Ho fatto partire un treno quando doveva restare fermo. È stata una distrazione, un gesto automatico. Ma qualcuno, o meglio qualcosa, doveva impedirmelo».
In che senso?
«Perché non esisteva alcun sistema automatizzato di sicurezza che ha impedito quella mia distrazione? La tecnologia fa qualsiasi cosa: possibile che non poteva impedire che due treni si scontrassero? Mi pare che in Piemonte sia accaduta una cosa dello stesso tipo: forse quegli operai non dovevano essere lì, ma perché nessuno li ha fermati? E perché il treno non ha un sistema di frenata quando ci sono degli ostacoli davanti? È facile dire: hanno sbagliato gli operai. Bisognerebbe invece capire in che condizioni lavoravano, se erano stanchi, come erano pagati, che tipo di pressioni subivano e se le condizioni con cui ogni notte andavano su quei binari erano davvero di sicurezza».
Oggi com’è la sua vita?
«Quale, scusi? Io non vivo, sopravvivo. Nel pensiero di quegli innocenti che non ci sono più, con il peso del dolore dei loro parenti. Se non fosse stato per qualche amico che mi è rimasto vicino, per la mia famiglia che non mi ha mai abbandonato, non ce l’avrei mai potuta fare. Mi trascino. E, credetemi, non è una questione legata alla condanna. Non c’è nessun avvocato, ma nemmeno nessun Dio, che mi può aiutare. Sono con le braccia aperte, senza difesa, il mostro perfetto. Faccio i conti ogni giorno con quello che è successo nella consapevolezza, però, che sono stato lasciato solo nell’errore».
Una paletta.
«Ecco: ma davvero possiamo accettare, come è stato deciso, che una paletta e un povero cristo di capostazione possano essere i responsabili di una strage? Davvero pensiamo che quei poveri operai, i loro colleghi, se la siano cercata? Non è giusto. Penso che non si possa dire altro: non è giusto».