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Lampedusa 2013-2023: storia di un naufragio e di un ritorno alla vita

20 minuti di lettura

Mostrano orgogliosi i loro passaporti immacolati, il documento che li rende donne e uomini finalmente liberi. Come tutti gli altri. Ti aprono le porte di case moderne, arredate all’occidentale, con ogni comfort, tre, quattro stanze, soggiorni ariosi e verande che si aprono su un orizzonte di prati verdi. Ti raccontano dei loro sacrifici, del loro lavoro e del loro benessere.

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E soprattutto ti presentano con orgoglio ed emozione i loro figli, un nugolo di bimbetti dalla pelle scura e dai capelli ricci che, a pochi anni, parlano tre lingue e, soprattutto, sono cittadini europei. E cittadini europei, adesso, sono anche loro: Bisrat, Fanus, Solomon e la gran parte di quei giovani migranti, eritrei e siriani, miracolosamente sopravvissuti ai terribili naufragi dell’ottobre 2013 a poche miglia da Lampedusa, le prime grandi tragedie della storia dell’immigrazione a cui purtroppo tante altre ne sono seguite.

In Svezia, Norvegia, Olanda, Germania, i Paesi del nord Europa…

Mostrano orgogliosi i loro passaporti immacolati, il documento che li rende donne e uomini finalmente liberi. Come tutti gli altri. Ti aprono le porte di case moderne, arredate all’occidentale, con ogni comfort, tre, quattro stanze, soggiorni ariosi e verande che si aprono su un orizzonte di prati verdi. Ti raccontano dei loro sacrifici, del loro lavoro e del loro benessere.

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E soprattutto ti presentano con orgoglio ed emozione i loro figli, un nugolo di bimbetti dalla pelle scura e dai capelli ricci che, a pochi anni, parlano tre lingue e, soprattutto, sono cittadini europei. E cittadini europei, adesso, sono anche loro: Bisrat, Fanus, Solomon e la gran parte di quei giovani migranti, eritrei e siriani, miracolosamente sopravvissuti ai terribili naufragi dell’ottobre 2013 a poche miglia da Lampedusa, le prime grandi tragedie della storia dell’immigrazione a cui purtroppo tante altre ne sono seguite.

In Svezia, Norvegia, Olanda, Germania, i Paesi del nord Europa dove sono riusciti ad arrivare lasciando l’Italia subito dopo il naufragio, dieci anni dopo hanno realizzato il loro sogno: pace, libertà, un lavoro dignitoso, uno stipendio fisso, una casa tutta loro. Hanno costruito una famiglia, hanno ricevuto la cittadinanza del Paese che li ha accolti e di cui si sentono di far parte, osservando regole e doveri ma godendo degli stessi diritti di chiunque altro. “Siamo grati all’Italia che ci ha salvato – dicono tutti – ma qui ci hanno dato quello che neanche osavamo immaginare, la libertà e il futuro per i nostri figli”. E basterebbe solo questo a dire quello che ancora tanti di loro, dopo aver visto morire familiari e amici, arrivati in fin di vita sul molo Favaloro di Lampedusa, non riescono ancora a pronunciare: “Valeva la pena di rischiare la vita. Siamo la dimostrazione che se ci viene data un’opportunità non siamo un peso per la comunità. Se fossimo rimasti in Italia non avremmo niente di tutto questo”. Di certo, qui non sarebbero cittadini europei. L’unico dei 155 superstiti del naufragio del 3 ottobre che non è riuscito a superare la frontiera bloccato dal regolamento di Dublino e rispedito indietro, è ancora nel circuito dell’accoglienza. E per lui la cittadinanza italiana è solo un miraggio.

Dopo i due naufragi di Lampedusa del 3 dell’11 ottobre 2013 (con 368 e 286 vittime, 60 delle quali bambini), altre 27.000 persone, ancora costrette a mettersi nelle mani dei trafficanti in assenza di canali legali di immigrazione, hanno perso la vita nel Mediterraneo senza soccorsi. “Da quel giorno abbiamo sentito dire centinaia di volte da tutti i governi europei che non sarebbe più accaduto ma in realtà sono stati dieci anni di indifferenza”, dice il Comitato 3 ottobre che, nel decennale delle stragi, porterà a Lampedusa molti dei superstiti, per ricordare i compagni di viaggio che non ce l’hanno fatta ma anche per spiegare a centinaia di studenti in arrivo da tutta Europa, che una nuova vita per loro è possibile, almeno in Paesi, come la Svezia, dove – nonostante la virata a destra del governo negli ultimi anni - l’integrazione è una realtà. È li che vive la gran parte dei sopravvissuti dei naufragi di Lampedusa. Noi siamo andati a trovarli in quella che è adesso casa loro per farci raccontare chi sono diventati.

Solomon: “Ho riconquistato la dignità di un uomo libero”

Avesta, placida cittadina di 15.000 abitanti, un’ora e mezza di auto da Stoccolma lungo interminabili prati verdi interrotti da piccoli laghetti. L’Eritrea, da cui è fuggito 13 anni fa per evitare la caienna del servizio militare a vita obbligatorio per tutti i giovani uomini, è lontana anni luce.

Solomon ci viene incontro nei giardinetti sotto una palazzina bianca a tre piani con in braccio un bimbetto di due anni dal sorriso irresistibile: “Lui è Jesus, mio figlio”. Poi ci conduce su lungo la scala e apre la porta che dà su un soggiorno luminoso dove ci attende una ragazza con un bel pancione: “Lei è Rahwa e partorirà a giorni. E questa è casa nostra. Ma proprio nostra, l’abbiamo comprata”.

È l’immagine della felicità Solomon Ghebrihiwet, 39 anni. Di quel ragazzo stravolto e disperato, inginocchiato a Lampedusa sulle bare dei suoi amici morti nel naufragio al quale ancora ora si chiede come ha fatto a sopravvivere, c’è solo il ricordo che non svanirà mai. Ma oggi, approdato in Svezia un mese dopo la tragedia, il migrante in fuga dall’Eritrea con la speranza di riuscire a raggiungere l’Europa, è diventato un cittadino europeo: cittadinanza e passaporto per lui e sua moglie e naturalmente per i loro bimbi nati in Svezia, Jesus e quello in arrivo. Due contratti a tempo indeterminato, autista di pullman lui, cuoca nella mensa della scuola pubblica lei, un bilancio familiare che si aggira sui 3.500 euro al mese, quanto basta per concedersi due auto (una Qashqai per lui, una utilitaria per lei) e soprattutto per comprare casa qui.

Dieci anni dalla strage di Lampedusa, il sopravvissuto Solomon ora cittadino svedese

“Dal 2017 – ci dice con orgoglio – non ricevo più alcun sussidio. Per i primi quattro anni il governo svedese mi ha aiutato, mi ha fatto studiare, mi ha formato al lavoro, mi ha concesso un prestito per affittare un piccolo appartamento e per pagarmi i mobili. Il tutto con l’obbligo di rispettare regole e tempi molto rigidi per gli esami di lingua e per superare tutti gli step previsti da chi è in accoglienza. Io ho fatto tutto quello che dovevo, adesso parlo anche abbastanza bene lo svedese (che non è certo una lingua facile) e ho subito trovato lavoro come autista di pullman con un buon stipendio”.

L’amore, seppure con una ragazza del suo Paese, lo ha incontrato qui in Svezia. Si conoscevano dall’Eritrea Solomon e Rahwa, frequentavano la stessa scuola. Prima è fuggito lui, poi lei. E dopo molti anni, come succede a tantissimi giovani migranti che riescono a raggiungere l’Europa, i social li hanno fatti ritrovare. Rahwa lo ha visto nelle foto dell’epoca tra i sopravvissuti del naufragio di Lampedusa e tempo dopo è riuscito a contattarlo via Facebook. Quando anche lei è riuscita a raggiungere la Svezia si sono ritrovati e dall’altra parte del mondo è nato il loro amore. “Adesso – ci spiega Solomon – con due stipendi, pagando un anticipo del 20 %, abbiamo ottenuto un mutuo sostenibile e abbiamo comprato casa qui con lo Stato a fare da garante per noi. Quanto ci è costata? 100.000 euro”.

Una vita che Solomon si è costruito passo dopo passo dopo aver trovato lavoro e ripagato il prestito di Stato: nel 2019 il matrimonio, nel 2020 l’acquisto della casa, nel 2021 la nascita di Jesus, nel 2022 la conquista della cittadinanza svedese e nel 2023 il secondo figlio. “Impossibile dimenticare e lasciarsi alle spalle Lampedusa. Ci penso sempre, ma più che il naufragio la cosa più terribile è stato il viaggio precedente, il deserto, il rapimento, i riscatti, il Ciad, l’Etiopia, gli orrori della Libia. Mi sembra ancora incredibile il benessere che sto vivendo. Devo dire che dalla Svezia ho avuto molto di più di quello che mi sarei mai atteso”.

Su tutto la libertà e la dignità. Con un passaporto in mano, da cittadino svedese, Solomon dopo 13 anni è riuscito anche a riabbracciare i genitori e i suoi fratelli. In Eritrea, è ovvio, non potrà mai tornare ma suo padre e sua madre, che sono rimasti lì, sono riusciti a raggiungere l’Etiopia e lì Solomon è corso ad abbracciarli. “Una gioia indescrivibile, la più parte delle persone che ci giudicano con tanta severità, non pensano quanto dolore prova una ragazza, un ragazzo che decide di intraprendere questo viaggio e saluta il padre e la madre con la consapevolezza che probabilmente non li rivedrà mai più. E allo stesso tempo cosa vuol dire per i nostri genitori fare sacrifici enormi, dare via tutto, per consentire ai figli di farli nascere di nuovo in un altro Paese salutandoli per sempre. Adesso spero di poter presto far conoscere ai miei i loro nipotini”.

Scendiamo giù al parco giochi sotto casa: altalene, scivoli, casette su cui arrampicarsi. Per Jesus giochi sicuri, un ambiente protetto, sotto l’occhio vigile di papà e mamma, non i giochi di strada con cui Solomon è cresciuto. A soli due anni, il piccolo è già andato a Lampedusa dove Solomon torna ogni 3 ottobre. “Mi sono lasciato alle spalle l’etichetta di profugo, la Svezia è la mia nuova casa ma a Lampedusa c’è un pezzo della mia vita, c’è il calore e l’abbraccio della gente che ci ha salvato e che continua ad aprirci le porte di casa. Voglio che la mia famiglia viva con me queste emozioni che si rinnovano. Se c’è una cosa che mi manca in Svezia, dove pure sono sempre stato trattato con rispetto e non mi sono mai sentito discriminato, è il calore nelle relazioni umane”.

E dunque Solomon, alla fine, cittadino svedese, passaporto a parte, ti ci senti veramente? “Sono onesto, a metà. La distanza c’è, culturale, ambientale. Ma se ti impegni, impari la lingua, segui le regole, ti danno tutto. Il paragone tra l’Italia e la Svezia non esiste. All’Italia sono immensamente grato per avermi salvato la vita, agli italiani mi sento più vicino, innanzitutto come modo di vivere. Qui – per dire – non fai amicizia con i vicini di casa, ma ci sono le regole, i diritti. Non si può avere tutto e qui mi trattano bene, vivo bene e sono finalmente un uomo felice. E come me quasi tutti quelli che sopravvissuti a Lampedusa sono venuti a vivere in Svezia”.

Bisrat: “I miei figli non saranno più costretti a salire su un barcone”

Bisrat è una di loro, con Solomon ha fatto gran parte del viaggio. Ci mostra le foto di dieci anni fa a Lampedusa, lei e Solomon abbracciati sul molo, lei e Solomon nel gruppo stretto in preghiera davanti ai lumini rossi della veglia per i compagni morti in mare, lei con la testa china sulle ginocchia davanti al relitto di un barcone. Poco più che una ragazzina, una delle sole cinque donne sopravvissute del gruppo di 80 partite dalla Libia su quel barcone. Oggi, sorriso a 32 denti, ci apre la porta di casa con tre bambini che si nascondono dietro di lei.

Dieci anni dalla strage di Lampedusa, la sopravvissuta Bisrat: "I miei figli nati liberi"

Natan e Abisolom sono irrefrenabili, non smettono un attimo di saltare, cantare, giocare. Abigail, elegantissima nel suo vestitino blu elettrico delle occasioni importanti, si lancia con affetto sugli ospiti cercando di rubare tutte le attenzioni per sé. Anche questa è una casa moderna, salone, cucina, camera matrimoniale e camera dei bambini con tre grandi letti pieni di peluche. Ma Bisrat ha voluto ritagliarsi un angolo che le riporta il calore di casa del suo Paese, una piccola vetrina con quel che serve per cucinare un tradizionale tajine e le foto di lei in abiti tradizionali. Concentrata nella lunghissima cerimonia eritrea della preparazione del caffè, abbozza un sorriso e dice con dolcezza: “Almeno loro, i miei figli, non saranno mai costretti a salire su un barcone, a rischiare la loro vita in mare come ho dovuto fare io. Loro qui sono liberi, al sicuro, non gli manca nulla. E hanno un futuro”.

Nykoping, sobborgo svedese a un’ora e mezza di auto da Stoccolma. Le case sono tutte uguali qui: palazzine a schiera, tre o quattro piani, giardinetti davanti dove far giocare i bambini. Bisrat Tewelde, 34 anni, è fuggita anche lei dall’Eritrea 17 anni fa, quando era ancora una ragazzina, per sfuggire al suo destino di “dolcificante”, così vengono definite le ragazze arruolate nell’esercito per “rallegrare” gli uomini obbligati al servizio militare perenne.

Ci accoglie indossando per l’occasione uno degli abiti del suo paese dopo aver salutato il marito, eritreo anche lui, che va al lavoro su una bella macchina familiare che si sono potuti permettere. Fa il fabbro in un’officina, contratto a tempo indeterminato. Come lei, assunta – con tutte le garanzie che le hanno consentito di mettere al mondo tre bambini – in una residenza sanitaria assistita per anziani. Abigail, 7 anni, Natan, 3 anni, e Abisolom, 2 anni, parlano tre lingue (inglese, svedese ed eritreo) e soprattutto sono cittadini svedesi. Bisrat ci mostra, con commozione, i quattro passaporti nuovi di zecca che custodisce come un tesoro. “Sono la chiave della nostra libertà, adesso posso muovermi, spostarmi, viaggiare come qualsiasi altra persona, prendere un aereo come avrei fatto quando, a 17 anni, ho deciso di lasciare il mio Paese se solo fosse stato possibile. E invece, come tutti gli altri, ho dovuto affrontare il deserto, la Libia, le violenze, i trafficanti e poi quel viaggio. E la tragedia del naufragio. Di quella notte ricordo solo che siamo finiti in acqua e ci attaccavamo disperatamente uno al collo o alle spalle o alle braccia dell’altro per cercare disperatamente di rimanere a galla. E piano piano tutti andavano giù. Poi qualcuno mi ha preso e mi ha issato su una barca, e non ricordo più nulla. Mi sono sempre detta che – tornando indietro - non l’avrei mai rifatto di salire su un barcone, è stato troppo per un essere umano, di 80 ragazze siamo sopravvissute solo in cinque. Ma certo oggi sono una donna libera, e ho loro. Quando sono partita neanche sognavo tutto questo”.

Nel soggiorno moderno dell’appartamento che hanno preso in affitto troneggia una tv a grande schermo. A tavola si serve il cibo nelle stoviglie con i tradizionali coperchi in paglia colorata, la tavola per gli ospiti è piena di pietanze del suo Paese, il caffè del dopopranzo è quello che – come da cerimonia – si comincia a preparare sul fornelletto ore prima tostando i chicchi nel padellino e facendo diffondere nell’ambiente il profumo e poi versando su l’acqua, tante e tante volte. Nel frattempo, si chiacchiera, si ricorda, si tirano le somme:” Guardami, mi riconosci? Oggi sono davvero un’altra donna rispetto a quella che è partita dal suo

Paese. E non solo perché ho già il doppio degli anni. Ho vissuto cose molto brutte che non amo ricordare e ho visto la morte con gli occhi. Certe volte, davanti a tante cattiverie che sento, mi chiedo se la gente si rende veramente conto cosa significa morire ma anche sopravvivere ad un naufragio. Ma sono felice. Vivo in un bel Paese, ho incontrato l’amore, sono felice di aver fatto nascere i miei figli in un luogo dove avranno tante opportunità e potranno costruirsi un futuro. Certo, mi manca un po’ il calore nei rapporti umani, qui non è come siamo abituati noi o come in Italia dove le famiglie lampedusane ci hanno accolto come figli. Questo 3 ottobre tornerò anche io a Lampedusa e porterò i bambini e spiegherò loro tutto. Sono già così felici di questo viaggio. E anche io. Non capite cosa significa per me sapere che tutte le volte che voglio posso prendere il passaporto, scegliere una destinazione, comprare il biglietto di un volo e andare, come qualsiasi altra persona”. Ovunque, tranne che in Eritrea naturalmente. “Mi manca la mia famiglia di origine. Sono riuscita a incontrare mia madre una volta qualche mese fa in Sudan, dopo 17 anni. E quando sono partita pensavo che non l’avrei più riabbracciata”.

La casa dove Bisrat vive è in affitto. “Volevamo comprarla ma costava troppo e il mutuo era troppo pesante per noi, ma ci riproveremo”. Per molti anni, quando qualcuno le chiedeva: saliresti di nuovo su quel barcone verso l’Europa? Bisrat ha sempre risposto di no. “Dicevo che non l’avrei mai rifatto, troppo terribile, disumano, inimmaginabile la violenza, il terrore, l’incontro con la morte che abbiamo vissuto, il dolore davanti alle bare con dentro persone come noi solo meno fortunati. Ancora mi chiedo come è possibile che mi sia salvata proprio io che neanche so nuotare. E però oggi sono una donna con una vita che neanche osava sognare. Quando ho lasciato il mio Paese a 17 anni volevo solo mettermi in salvo. Oggi sono un’altra donna, felice, in un Paese bello dove sono orgogliosa di aver fatto nascere i miei bambini. Loro avranno un futuro pieno di opportunità. Già solo per questo, forse oggi riesco a dirlo, valeva la pena affrontare tutto questo”.

Fanus: “Adesso sono finalmente fuori dal buco nero”

Anche la piccola del gruppo aveva solo 16 anni quando mani miracolose la tirarono su dagli abissi di Lampedusa, adesso è diventata mamma: tre bimbi, un marito, una casa accogliente con vista sui prati e sui boschi di Arbra, a tre ore di auto dalla Capitale. Un copione che si ripete, ma per lei è stata più dura. Più difficile arrivare in Svezia, più complicato adattarsi alle rigide regole dell’accoglienza svedese e poi al modo di vivere di questo Paese così diverso dalla sua Eritrea. Un percorso che per tanti anni è stato di solitudine perché Fanus, su quel barcone poi naufragato davanti a Lampedusa, è stata costretta a salirci da sola separata dai due fratelli con i quali era fuggita da casa e con cui era riuscita ad arrivare fino in Libia.

“Sì, è vero – dice oggi – per molto tempo mi sono chiesta dove fossi finita, se la vita che stavo vivendo qui in Svezia nel centro di accoglienza dove mi hanno mandato fosse quello che mi aspettavo quando ho intrapreso quel viaggio terribile. Per anni mi sono detta che non ne valeva la pena. Ma adesso no, adesso vedete anche voi quello che ho, una famiglia, una bella casa, tre splendidi bambini che sono il progetto della mia vita. Li crescerò con l’obiettivo di dargli tutto quello che io non ho potuto avere nella mia infanzia e nella mia adolescenza e facendo in modo che raggiungano i traguardi che sogneranno”.

Il passaporto di Fanus non è ancora arrivato. Il percorso degli altri lei, trattenuta a Lampedusa per mesi per testimoniare contro uno degli aguzzini dei lager libici che ha riconosciuto nel centro di accoglienza e coraggiosamente denunciato, lo ha cominciato un anno dopo. E dunque ci sarà da aspettare ancora un po' ma anche lei sarà cittadina svedese. Non ricorda e dunque non racconta volentieri il percorso che l’ha portata alla sua nuova vita, con le giornate che si dividono tra i suoi impegni di mamma e il corso di formazione per diventare cuoca mentre suo marito lavora come operaio in una azienda di legname. Però pian piano, con uno stato d’animo finalmente più sereno, riavvolge indietro il nastro: “Sono fuggita dall’Eritrea che ero una bambina, con i miei due fratelli maggiori e siamo riusciti a rimanere insieme nel lungo viaggio attraverso il deserto fino alla Libia. Quello che è venuto dopo vorrei solo dimenticarlo ma non ci riesco ancora e lavoro dentro di me per accettarlo: nel centro di detenzione ho subìto di tutto, le ragazze erano chiuse in un capannone a parte, i carcerieri entravano e ci picchiavano, ci usavano violenza. Una sera hanno portato via due di noi e non le abbiamo più riviste. Per questo il volto di quel maledetto somalo, quello che poi ho rincontrato a Lampedusa, non avrei mai potuto dimenticarlo”. Un volto, quello dell’aguzzino di Fanus e del suo compagno di prigionia, che segnerà il futuro di questa ragazzina coraggiosa. Che pochi giorni dopo il naufragio, nel centro di contrada Imbriacola, se lo ritrova davanti: “Era lui, l’ho riconosciuto subito, non potevo sbagliarmi visto tutto quello che mi aveva fatto. All’inizio ho cominciato a sudare dalla paura poi mi sono fatta coraggio e insieme ad altri compagni di viaggio abbiamo deciso di denunciarlo”. È così che, grazie alla denuncia di Fanus, il somalo viene arrestato, processato e condannato a 30 anni di carcere ad Agrigento mentre lei, protetta, unica donna tra i sedici testimoni, viene trattenuta a Lampedusa. “Vedevo gli altri compagni di viaggio partire, andar via, persino la mia unica amica, e io ero costretta a rimanere lì e non capivo perché”. In quei mesi, notte e giorno, Fanus urlava e piangeva improvvisamente, chiedeva continuamente quando sarebbero venuti a prenderla i due fratelli da cui era stata separata in Libia, non era in grado neanche di dire in che giorno fosse nata. “Impossibile dimenticare quello che ho vissuto quella notte in mare, le grida dei miei compagni di viaggio, i bambini che annegavano, le mamme che urlavano disperate e poi annegavano anche loro. Io non so nuotare, ero sicura che sarei morta e ancora oggi mi chiedo come sia stato possibile che su 80 donne io sia stata tra le uniche cinque a salvarsi. Forse lo ha voluto Dio”.

Quella notte, a poche miglia dal porto di Lampedusa, quando il barcone si capovolse Fanus era sul ponte e non nella stiva come la maggior parte delle altre donne. Cadde subito in mare, riuscì ad attaccarsi a qualche rottame della barca e poi fu salvata da un pescatore. Quando si risvegliò era all’ambulatorio. “Sono rimasta a Lampedusa tre mesi e devo dire che la gente del posto ci ha accolto con grande calore. Il Capodanno del 2014 l’ho passato a casa di Elisabetta, un’insegnante di Lampedusa, che ci ha invitato a festeggiare con lei. Ogni volta che torno a Lampedusa ci riabbracciamo forte”.

A gennaio 2014 da Lampedusa viene trasferita in un altro centro di accoglienza in Sicilia ma il progetto di Fanus è raggiungere gli altri in Svezia e ci riesce fuggendo grazie ad una rete di amici. Ma quando arriva non trova quello che sperava: “Ho vissuto per un anno in un campo profughi, con regole rigidissime che ero obbligata a seguire se non volevo essere esclusa dal percorso previsto dal governo. Per me è stata molto dura, in quel periodo e non ero sicura che ce l’avrei fatta”. E invece ce l’ha fatta anche la piccola Fanus: “Sì – dice allargando il volto finalmente in un sorriso – alla fine mi sono abituata e ho cominciato finalmente a guardare avanti: ho incontrato mio marito, ci siamo costruiti una famiglia e devo dire che non mi manca niente. Credo di essere finalmente fuori dal buco nero in cui sono piombata al momento del naufragio, quando ho sentito che stavo morendo. Adesso voglio solo pensare a vivere”.

Kebrat: “Mi avevano dato per morta e ora sono viva come non mai”

Il 3 ottobre 2013, Kebrat era morta, chiusa in un sacco nero, la cerniera tirata su, allineato ai tanti altri sul molo Favaloro dove i soccorritori portavano i corpi tirati su dall’acqua. “E oggi sono qui, con Michele, mio marito eritreo dal nome italiano, e i miei tre figli. E non credo ci sia altro da dire”.

La sua seconda vita gliel’ha data prima Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa diventato europarlamentare del Pd, e adesso la Svezia che l’ha accolta e dichiarata, insieme alla sua famiglia, cittadina svedese. Tre maschietti, 8, 7 e 4 anni, e il miracolo della “resurrezione”. La storia di Kebrat è in un libro, in un film, in un disco, è nella storia di Lampedusa, ed è veramente la più compiuta dimostrazione del miracolo laico della resurrezione di chi era già stato dato per morto, ma aveva ancora un alito di vita dentro sé, di chi aveva perso ormai tutto ed è poi, con grandissima fatica, riuscito (ancora non del tutto) a superare il trauma della morte e a concepire il concetto di futuro. Che oggi, a 37 anni, ha i volti di Natan, Israel e Philip.

Come molte donne eritree, Kebrat ha trovato lavoro in una residenza sanitaria assistita, si dedica alla cura degli altri e fa la mamma. Tra i lunghi capelli scuri spicca un ciuffetto bianco. “È venuto fuori negli anni successivi al naufragio”.

Dieci anni dopo, fa ancora moltissima fatica a raccontare e raccontarsi. Non parla volentieri. A Lampedusa non è mai voluta tornare per molti anni, non si sentiva pronta a riabbracciare gli altri sopravvissuti e a gettare una corona di fiori nel mare che l’ha graziata ma dove hanno perso la vita i suoi amici. Solo cinque anni dopo, ha preso il coraggio a due mani e ha deciso di accettare la proposta di andare a Bruxelles al Parlamento europeo ad incontrare Pietro Bartolo, l’uomo che l’ha salvata. Un abbraccio intenso, commovente, le lacrime agli occhi di entrambi. “Ero svenuta, chiusa in un sacco, mi avevano dato per morta…” e non riesce a dire altro. Bartolo la racconta così: “Ero sul molo per le ispezioni dei cadaveri che avevano ripescato, era il mio lavoro, constatare ufficialmente la morte delle vittime di quello e di tanti altri naufragi. Lei sembrava morta ma toccandole il polso percepii un lievissimo battito, e poi un altro. È viva, urlai, è viva. La portammo subito all’ambulatorio, la intubammo. Poi la portarono via con l’elisoccorso e non l’ho più vista. Che emozione, che regalo grandissimo”.

Ma nel 2020, l’anno del Covid, Kebrat decide che è giunta l’ora di tornare a Lampedusa. Il volto coperto dalla mascherina, il 3 ottobre sbarca dall’aereo con il marito e i tre bimbi, l’ultimo di nemmeno un anno. È il momento della testimonianza, con gli altri sopravvissuti, davanti a centinaia di studenti venuti da tutta Europa. Riesce a dire solo poche parole: “Ricordo tutto di quei momenti…e…grazie a Lampedusa per avermi salvato e grazie a voi tutti per essere qui ad ascoltarci”.

Della sua vita da cittadina svedese protegge i dettagli con pudore e timidezza, mostrando tutti i segni del suo doloroso vissuto. Adesso si sente di nuovo viva, “la più viva di tutti” e di Lampedusa non ha più paura. Prepara i bagagli. Quest’anno per il decennale sarà in prima fila a sfilare verso la porta d’Europa, ingresso obbligato per le migliaia di migranti che sbarcano la traversata. Lei la sua Europa l’ha finalmente raggiunta.

Wahid: “Le mie figlie perdute che aspetto ancora”

Randa, Sherihan, Nurhan, Christina, le hanno viste sempre solo in foto. Tutte e quattro insieme, una scaletta di sorrisi, 10 anni la più grande, 2 la più piccola, 8 e 5 anni e mezzo le due intermedie. Yara e Maria, le ultime nate, le aspettano. “Mi chiedono sempre: papà, ma quando arrivano le nostre sorelle? Ho sempre detto loro che sono rimaste in Siria e ci raggiungeranno presto. Non sono riuscito a fare altro che raccontare alle mie ‘nuove’ figlie questa pietosa bugia e ancora non riesco a dire loro la verità”.

Il salotto di casa di Wahid Yousef, il medico siriano sopravvissuto insieme alla moglie Manal, al secondo naufragio di Lampedusa, quello dell’11 ottobre 2013, è pieno di foto delle quattro bambine che il mare gli ha strappato via quella terribile notte in cui il peschereccio stracolmo di famiglie siriane partite dalla Libia si capovolse dopo aver chiesto vanamente aiuto a Malta e all’Italia che si rifiutarono entrambe di intervenire. Il naufragio dei bambini, tutti così lo ricordano, particolarmente drammatico perché delle 286 vittime ben 60 erano bambini in fuga con i genitori dalla Siria sconvolta dalla guerra.

Per Wahid e sua moglie sopravvivere alle quattro figlie, senza neanche poter piangere sui loro corpicini, è stata ed è ancora una tortura, così come per gli altri genitori superstiti che per anni sono tornati a Lampedusa nella straziante quanto folle speranza di ritrovare tra i bambini della scuola dell’isola i loro figli scomparsi.

Alla fine, per non impazzire e andare avanti Wahid e Manal, hanno deciso di dare nuova vita alla loro famiglia devastata e così in Svizzera, dove hanno vissuto come rifugiati per sette anni, sono nate altre due bambine, Yara e Maria. Sessantadue anni, di origine curde, in Siria Wahid era un apprezzato chirurgo, poi fuggito verso la Libia dove trovò lavoro come pneumologo. “No, non stiamo bene, non ancora, forse non staremo mai più bene, anche se abbiamo ricevuto il dono di queste due nuove figlie e viviamo per loro. Per non so quanto tempo mi sono svegliato di notte urlando i nomi delle bambine, mia moglie si è tatuata i loro nomi su un braccio, nonostante il supporto psicologico che abbiamo ricevuto, non riusciamo a lasciarci alle spalle questa tragedia che ha distrutto la nostra famiglia. Tutto, ricordo tutto, ogni singolo minuto di quel giorno, quelle cinque ore in cui siamo andati incontro alla morte implorando quei soccorsi che non ci hanno voluto dare”.

Adesso, trasferitosi in Germania, a Duisburg da un paio d’anni, nonostante qualche problema di salute, ha intenzione di continuare a fare il medico, sta imparando la lingua e lavorando per ottenere il riconoscimento della sua laurea.

I volti raggianti delle sue bambine vestite a festa sempre sul telefonino, Wahid ha ormai rinunciato ad avere quella giustizia che ha atteso per anni, seguendo seppure a distanza ogni udienza del processo italiano agli ufficiali della Guardia costiera che furono mandati a giudizio con l’accusa di non aver soccorso il peschereccio che chiedeva aiuto e che la nave militare italiana Libra si limitava ad osservare nell’attesa che fosse Malta (competente per area Sar) ad intervenire. “I libici ci avevano sparato da una motovedetta – ricorda Wahid – diverse raffiche di mitra bucarono la fiancata del nostro peschereccio che pian piano cominciò ad imbarcare acqua. C’erano anche tre persone ferite. Io personalmente e altri amici abbiamo chiamato per chiedere i soccorsi più volte, da mezzogiorno fino alle cinque del pomeriggio. E ci hanno lasciato morire”. Il rinvio a giudizio di Leopoldo Manna, comandante della sala operativa della Guardia costiera e di Luca Licciardi, capo della sala operativa della squadra navale della Marina italiana, avevano dato la speranza a Wahid e sua moglie che qualcuno avrebbe pagato per quei mancati soccorsi. Ma a dicembre scorso il “non doversi procedere per intervenuta prescrizione” ha fatto naufragare anche ogni loro speranza.

Randa, Sherihan, Nurhan, Christina Yousef

 

E due mesi dopo, la tragedia di Cutro ha riacuito il dolore di Wahid: “Sono stato malissimo. Mi sono detto: ma come è possibile che sia successo di nuovo? Anche su quella barca c’erano tante famiglie, tanti bambini e nessuno è andato a cercarli nonostante quelle condizioni meteo e nonostante la barca fosse stata avvistata. E ho sentito di nuovo il dolore di essere considerato un rifiuto della società. A Cutro come dieci anni fa a Lampedusa chi doveva salvarci si è limitato ad assistere alla nostra morte come spettatore. Guardavano mentre la gente moriva. È questa l’umanità? È accettabile che le vite dei migranti valgano meno di quelle degli altri?”.

Ma c’è uno strazio ulteriore, che non troverà mai pace e che fa ancora uscire di senno Wahid e Manal, ed è quello di non aver mai più potuto abbracciare i corpi delle loro bambine. Per questo, da Lampedusa dove anche quest’anno tornerà insieme alla sua famiglia, questo medico siriano che probabilmente non riuscirà mai a perdonarsi di aver fatto salire le sue bambine su quel barcone e a cui oggi davvero poco interessa essere in salvo in Germania, rivolgerà il suo appello all’Italia e all’Europa: “Recuperate i corpi delle vittime, noi non abbiamo mai potuto rivedere quelli delle nostre figlie. Anche i morti vanno recuperati perché si ha bisogno di avere un posto dove piangerli”.

Adal: “La battaglia per mio fratello perduto, gli pagai io il viaggio”

Adal adesso in Svezia si può permettere una casa alla periferia di Stoccolma. Fa il manager in una compagnia che gestisce diverse case di riposo per anziani e sforna un figlio dietro l’altro. “Questo è il quarto”, ci dice presentandoci la moglie che culla un fagottino di poche settimane mentre un altro bimbo di un anno e mezzo ruzzola nel salotto di casa e il più grande di tutti, un ragazzo ormai grande avuto da una precedente relazione, lo prende in braccio al volo.

Video Adal: "Importante ritrovare il corpo dei dispersi"

Del gruppo degli eritrei in Svezia Adal è l’antesignano. Lui era arrivato prima di tutti e da qui aveva chiamato suo fratello Abraham: “Puoi venire, ti aspetto”. C’era Abraham sul barcone naufragato a Lampedusa il 3 ottobre e ancora oggi Adal non riesce a darsi pace: “Mi sento responsabile, non me lo perdono, sono stato io a mandargli in Libia i soldi per pagarsi la libertà e il viaggio verso l’Europa. Quando qui o a Lampedusa riabbraccio gli altri ragazzi sopravvissuti sono felice per loro ma mi si stringe il cuore. Abraham era un ragazzo molto gentile e onesto, silenzioso, amato e stimato da tutti. Voleva solo lavorare, venire in Europa per quello, voleva la pace e un posto sicuro in cui vivere. Penso sempre che oggi, se fosse stato solo più fortunato, anche Abraham avrebbe tutto questo, una vita, una bella casa, un lavoro, una famiglia, dei figli da far crescere in un posto civile. E soprattutto avrebbe quella libertà a cui aspira ognuno di noi che intraprende quel viaggio, una libertà di cui questo passaporto svedese per tutti noi è il simbolo. Io qui ho avuto la cittadinanza svedese in quattro anni e credo che questa dica tutto”.

Adal va giù in Sicilia tutti gli anni, a Lampedusa ogni 3 ottobre e a Mazzarino, a trovare Abraham. Il suo corpo è sepolto lì. “Quel 3 ottobre, appena ho saputo del naufragio, sono volato subito a Lampedusa. Sono stato il primo dei familiari ad arrivare. Uno strazio infinito, la speranza di vedere mio fratello tra i sopravvissuti, di trovare il suo nome in un elenco di superstiti, magari in ospedale, poi la drammatica ricerca del suo corpo in quella lunghissima fila di sacchi neri prima sul molo e poi nell’hangar dell’aeroporto. Alla fine, l’ho trovato. Ho trovato almeno il suo corpo e soprattutto l’ho trovato in tempo per poterlo identificare. Se non fossi arrivato subito lo avrebbero sepolto senza un nome, senza un elemento per consentire anche successivamente alle famiglie di poterli identificare”.

È per questo che oggi Adal è la bandiera della campagna del Comitato 3 ottobre per la creazione di una banca dati europea del Dna delle vittime dei naufragi, con un prelievo obbligatorio prima della sepoltura in modo che anche successivamente i familiari possano comparare il loro con quanto depositato e ritrovare i loro cari. “Io sono stato davvero fortunato ad aver ritrovato Abraham e sapere oggi dove riposa mi dà sollievo. È importantissimo per le famiglie ritrovare il corpo. Penso a mia madre, a tutte le mamme che hanno perso un figlio: senza il corpo continuano a nutrire una speranza anche se impossibile, avere il corpo significa invece ritrovare la pace. La battaglia per il prelievo del Dna è una battaglia di civiltà, significa ridare dignità a chi ha perso la vita scomparendo nel nulla”.

È successo a Lampedusa, è successo a Cutro, con tanti corpi rimasti senza nome sepolti in cimiteri lontani dai Paesi d’origine e familiari che non sono stati in grado di arrivare per il riconoscimento ma chiedono di poter fare una comparazione tra il loro Dna e quello dei resti ripescati e mai identificati. Operazione impossibile se prima della tumulazione non viene fatto alcun prelievo. “Pensavo che il 3 ottobre avrebbe cambiato le cose – dice amaramente Adal – quelle centinaia di bare in fila nell’aeroporto di Lampedusa avevano veramente commosso il mondo ma alla fine ho visto solo peggiorare le cose e l’atteggiamento dei governi europei nei confronti di chi parte. Io qui in Svezia mi sento un privilegiato anche se per questo Paese è normale offrire opportunità alle persone che arrivano, ma altrove non è così. Si pensa solo a respingere i più sfortunati e le persone continuano a morire in mare”.

Dieci anni di muri e di indifferenza

Il 3 ottobre a Lampedusa, la Giornata della Memoria e dell’accoglienza istituita per legge nel 2016 per onorare le 368 vittime del naufragio e tutti gli altri che hanno perso la vita nel tentativo di trovare sicurezza e protezione in Europa rivolgerà un’amara preghiera alla memoria di ben 27.000 persone morte in mare negli anni successivi, #dieci anni di indifferenza l’hashtag scelto dal Comitato 3 ottobre. “Quel drammatico naufragio – osserva l’Organizzazione internazionale delle migrazioni – provocò dolore e indignazione e mobilitò una risposta di ricerca e soccorso in mare senza precedenti che nel corso degli anni si è però nettamente indebolita”. In dieci anni l’Europa è riuscita solo a costruire solo muri. A fine ottobre 2022 si contavano oltre 2.000 chilometri di barriere ai confini della Ue in 12 Stati, nel 1990 zero.

Inchieste e processi non hanno dato la consolazione della giustizia né ai sopravvissuti né alle famiglie delle vittime. L’operazione militare di soccorso Mare nostrum istituita subito dopo i naufragi del 2013 ha lasciato il posto un anno dopo all’operazione Triton con una mission assolutamente diversa, quella del controllo delle frontiere europee che adesso si vorrebbe riesumare con la riproposizione dell’operazione Sophia. In Eritrea, dopo la strage, la dittatura ha vietato l'affissione dei manifesti funebri con i nomi delle vittime. In Italia, ormai da anni, nessun esponente di governo partecipa al ricordo di Lampedusa. Solo i sopravvissuti ogni anno per ringraziare l’isola che li ha salvati e per raccontare a studenti di tutta Europa che loro ce l’hanno fatta e che un futuro di integrazione, comunanza, solidarietà, ricchezza reciproca tra chi scappa dalla disperazione e chi accoglie è davvero possibile. Purtroppo, non in Italia.

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