Antonio Buonomo, surdato ‘nnamurato che rifiutò Salò e trovò l’amore in un campo di prigionia
di Fabio TonacciAntonio Buonomo (a sinistra) a 19 anni, soldato durante la guerra in Grecia nel 1943
La notizia dell’armistizio uscì dalle bocche delle mitragliatrici tedesche puntate su di lui all’alba del 9 settembre. Non c’era stato bisogno di spiegare a parole, tutti avevano capito. L’accampamento dell’esercito italiano a Kastoria, in Grecia, era stato circondato. Antonio Buonomo, soldato di 20 anni, era della classe 1923, una delle ultime chiamate a combattere la guerra di Mussolini. Né gli ufficiali né la truppa avevano saputo dell’armistizio dai comandi militari italiani, nessuno aveva ascoltato la voce di Badoglio alla radio la sera dell’8 settembre. La resa di quel reparto del tredicesimo fanteria mobile fu immediata.
"Badoglio si era dimenticato di noi. Vergognosamente ci abbandonarono al nostro destino"
«Disarmati, indifesi, vergognosamente ci abbandonarono al nostro destino. E questo fu il momento di rabbia e logicamente anche di odio contro i comandanti militari italiani». Le parole di Buonomo cambiavano leggermen…
La notizia dell’armistizio uscì dalle bocche delle mitragliatrici tedesche puntate su di lui all’alba del 9 settembre. Non c’era stato bisogno di spiegare a parole, tutti avevano capito. L’accampamento dell’esercito italiano a Kastoria, in Grecia, era stato circondato. Antonio Buonomo, soldato di 20 anni, era della classe 1923, una delle ultime chiamate a combattere la guerra di Mussolini. Né gli ufficiali né la truppa avevano saputo dell’armistizio dai comandi militari italiani, nessuno aveva ascoltato la voce di Badoglio alla radio la sera dell’8 settembre. La resa di quel reparto del tredicesimo fanteria mobile fu immediata.
"Badoglio si era dimenticato di noi. Vergognosamente ci abbandonarono al nostro destino"
«Disarmati, indifesi, vergognosamente ci abbandonarono al nostro destino. E questo fu il momento di rabbia e logicamente anche di odio contro i comandanti militari italiani». Le parole di Buonomo cambiavano leggermente ogni volta che si metteva a raccontare quella storia ai figli, ai nipoti, ai suoi alunni delle scuole elementari, ma una cosa non mutava mai: descriveva l’alba passata sotto il tiro dei tedeschi sempre con lo stesso sdegno, sempre con la stesso senso di ingiustizia mai risarcita. Glielo si leggeva ancora negli occhi quando nel 2006, a 83 anni, accettò di mettersi davanti alla telecamera di suo nipote Lorenzo Maria Falco, oggi giornalista Rai. Per ripetere la storia, ancora una volta, da capo.
«Ci fecero salire su dei carri che erano carri per il trasporto bestiame, non carri merci. Ci sigillarono e così stipati, quaranta, cinquanta per vagone, ci portarono in Germania». Un viaggio lunghissimo attraverso i Balcani, senza cibo, senza possibilità di lavarsi, vedendo la luce del sole solo una volta al giorno quando il treno faceva sosta e gli veniva concesso di scendere.
Il primo campo di concentramento, il primo Stalag, è a Villingen, nella regione tedesca del Baden-Württemberg, non a caso nella foresta nera. «Ogni mattina ci portavano nei boschi, a piedi, ad abbattere i pini, a segarli, ad ammucchiare i tronchi più massicci. A sera io e i miei compagni tornavamo con i piedi piagati».
Dormivano nelle baracche circondate dai canali di scolo delle acque nere. Subito ai lavori forzati, subito schiavi di Hitler. A Villingen prima, a Schönach poi, per tirare su una fabbrica di pezzi di armi, e poi a lavorarci dentro, subendo le angherie di un vecchio guardiano. In seguito, nei dintorni di Graudenz, a scaricare cassette piene di munizioni dai treni. «Due polacchi ce le lanciavano addosso. Una volta non resistetti al peso, caddi, mi ferii alla testa e alla schiena. Porto ancora il segno di un taglio sul dito indice».
L’annientamento degli internati italiani che si rifiutarono di collaborare con i nazi-fascisti non era solo fisico. Appena entrati nel campo dovettero lasciare abiti e oggetti personali. Furono fotografati, schedati. A ciascuno di loro fu assegnato un numero, poi inciso su una piastrina che dovevano portare sempre al collo. Antonio divenne 41418. A un anno dalla deportazione, l’8 ottobre del 1944, scriveva la sua disperazione in una lettera ai genitori. «Vi esprimo tutta la vampa dei sentimenti naturali e innumeri che sgorgano spontanei da un cuore affranto ma non consunto nell’annientamento di una esistenza giovanile tradotta nel silenzio e nell’abbattimento di un numero».
Avrebbe potuto sottrarsi a tutte queste sofferenze. Al prezzo però di tornare a combattere a Salò. Antonio disse no di nuovo la mattina in cui fu radunato dai suoi carcerieri insieme a tutti gli altri italiani dello Stalag di Villingen. «Ci invitarono a riprendere le armi per essere avviati in Italia per combattere accanto ai fascisti, contro gli italiani. Si rifiutarono quasi tutti. Si convinse solo qualcuno che era residente nel Nord Italia, perché pensava che in questo modo avrebbe avuto la possibilità di scappare». I numeri reali, fuori dai ricordi di Antonio, ci dicono che su 809.722 deportati italiani solo 197.000 accettarono il rimpatrio, mentre 615.000 si rifiutarono di diventare collaboratori del fascismo repubblichino.
Antonio non sapeva cosa fosse l’antifascismo, erano idee che non erano mai circolate intorno a lui. Anzi era stato un fascista convinto, «nato nel fascismo, educato nel fascismo», che primeggiava nelle esercitazioni del sabato fascista, che aveva vinto una edizione provinciale (a Benevento, lui era di Sant’Agata de’ Goti) dei “Ludi juveniles”. In Germania era diventato 41418, un numero. Affamato, sfibrato. Fece la scelta di non combattere «contro gli italiani» e «a fianco dei fascisti». Distinse per la prima volta fascisti e italiani, e, a differenza di come era stato educato a credere, i fascisti erano i nemici degli italiani.
I prigionieri italiani, non avevano neanche lo status di prigionieri. Per loro Hitler scelse la definizione di «internati militari», negando loro l’assistenza della Croce rossa internazionale. Gli italiani erano quelli messi peggio tra i deportati. «I prigionieri delle altre nazioni avevano pane, biscotti, finanche qualche sigaretta. E ogni tanto qualcuno di loro si muoveva a compassione e allungava qualcosa al povero italiano».
Scelse di rubare i biscotti impastati con fibre di vetro dalle ciotole dei cani che facevano la guardia al guinzaglio dei nazisti. Scelse di avvelenarsi con la carne rubata in un cimitero per animali nei pressi di Waren. «Emanava un puzzo ammorbante. Quando ci passavamo vicino, durante le marce, ci tappavamo il naso. Tuttavia, i miei compagni capirono che si poteva sfruttare quella carne, anche se di animali morti, probabilmente infetta. Andavano nel cimitero e tagliavano pezzi di coscia degli animali che sembravano morti più di recente».
Ciò che non scelse, ma gli capitò, fu trovare e perdere per sempre l’amore. Si chiamava Germaine, era francese. L’arrestarono i nazisti all’uscita di un cinema, in una retata a Parigi. Per caso nel 1945 era finita nello stesso campo alle porte di Berlino dove si trovava Antonio Buonomo. Si amarono, un amore disperato, come si amano i prigionieri.
Quando Berlino capitolò, Germaine e Antonio riuscirono a rimanere insieme. Fino alla mattina in cui, nel marasma generale di quei primi giorni del dopoguerra, due soldati inglesi la fecero salire su un camion per rimpatriarla in Francia. E arrivato a questo punto del racconto, Buonomo, ‘o surdato ‘nnammurato, a distanza di tanti anni ancora si commuoveva. «Quella mattina le corsi dietro, corsi dietro al furgone, e Germaine mi urlò: “Non potrò mai dimenticarmi di te, perché porto con me una figlia. Si chiamerà Antoinette, per te"».
“Si chiamerà Antoniette” è il nome che Lorenzo Falco, nipote di Buonomo, ha dato al profilo Instagram in cui sta pubblicando spezzoni della lunga videointervista realizzata nel 2006. Falco ha riempito dodici cassette e le ha tenute su uno scaffale per 17 anni. In occasione degli 80 anni dall’8 settembre ha deciso finalmente di usarle. Suo nonno è morto nel 2008. Non ha mai rivisto Germaine.