Covid, il rebus dei certificati medici. Il rischio di avere i positivi al lavoro e a scuola
di Elena DusiE se un positivo si presenta al lavoro? O un preside chiede il certificato medico agli alunni per tornare in classe dopo il Covid? La politica delle “regole zero” di questo governo vorrebbe semplificarci la vita, ma la libera circolazione del virus non è ancora accettabile per tutti.
“Come in tutte le situazioni complesse servono norme precise” dice Antonio D’Avino, presidente nazionale della Fimp, la Federazione italiana medici pediatri. “Servirebbe un tavolo con ministero della Salute, dell’Istruzione, medici di assistenza primaria e pediatri d famiglia per trovare delle linee guida condivise per gestire il Covid sul territorio”.
Il Ministero della Salute con la circolare dell’11 agosto ha eliminato l’obbligo di isolamento: anche chi è positivo al Covid può andare a scuola o al lavoro. Le precauzioni di indossare la mascherina o evitare luoghi affollati restano solo come raccomandazioni.
Ma per quanto il governo sia deciso a trattare il Covid come una malattia qualunque, forse così non è, visto che la prospettiva di ritrovarsi a scuola o al lavoro con persone contagiate mette a rischio i fragili e a disagio molti degli altri.
I fragili senza protezione
“Nelle aziende il problema dei lavoratori fragili è reale” conferma Pietro Antonio Patanè, presidente dell’Anma, l’Associazione nazionale dei medici d’azienda. “Una persona positiva con le nuove regole ha il diritto di presentarsi al lavoro, purché prenda tutte le precauzioni contro il contagio. A noi però resta il dovere di proteggere i dipendenti a rischio”.
Al momento non esistono provvedimenti che si preoccupino delle categorie per le quali il Covid non è una semplice influenza. “In mancanza di norme ad hoc – prosegue Patanè - prevedo che le aziende adotteranno dei propri protocolli, in caso di focolai fra i dipendenti”.
Se il Covid entra in classe
Altro rebus senza soluzione è la scuola, dove i fronti da difendere sono due: quello dei bambini e quello dei lavoratori. In entrambe le categorie possono ritrovarsi persone fragili. “Non credo che un preside potrà accettare a cuor leggero che un alunno o un lavoratore entrino in classe con il virus. Nemmeno un genitore lo farebbe” dice D’Avino.
“Accadrà che i presidi chiederanno ai pediatri un certificato medico che escluda la contagiosità del bambino. Non è semplice però, senza linee guida condivise con i ministeri della Salute e dell’Istruzione, attestare una cosa simile. Di fatto scaricherebbe tutta la responsabilità sui pediatri di famiglia”.
Resta lo strumento del tampone, certo, ma la sua affidabilità non è totale. I tamponi molecolari sono più sensibili di quelli antigenici usati in farmacia, quelli della farmacia sono più sensibili di quelli fai da te, e anche qui bisogna distinguere fra tamponi nasofaringei e salivari, con questi ultimi in fondo alla scala della sensibilità.
Il dilemma del certificato medico
“Il tampone in ogni caso non è un sintomo” chiarisce Silvestro Scotti, segretario della Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale). “Non possiamo fare un certificato medico a un paziente che telefoni dicendo di essere positivo all’autotampone, ma senza sintomi. Se apriamo le porte all’autodiagnosi, è finita. Qualunque assenza dal lavoro potrà essere giustificata dal paziente stesso, senza il filtro del medico”.
Diverso è il caso dei sintomatici, che effettivamente non sono in condizioni di lavorare. “Il certificato, in quel caso, serve a esentare una persona malata che non riesce a svolgere i suoi compiti, non a proteggere i colleghi dal contagio. Quando i sintomi spariranno, lui dovrà in teoria tornare a lavorare anche se positivo. Se il ministero ha cancellato l’obbligo dell’isolamento, il certificato medico non potrà più avere alcuna funzione di barriera contro la circolazione del virus”.
A questi garbugli nessuna norma dà al momento risposta. “Chiediamo al Ministero della Salute – chiede D’Avino – che prenda in mano la situazione e ci indichi come dobbiamo gestire il Covid nel territorio: a scuola, al lavoro, nella vita di tutti i giorni. La settimana scorsa è stata emanata una circolare che regola l’uso dei tamponi nei pronto soccorso, negli altri reparti di ospedale e nelle Rsa. Chiediamo che venga fatto lo stesso anche per le scuole, le aziende e tutte le situazioni in cui c’è rischio di contagio”.
La prospettiva del fai da te
Oltre all’assenza di regole, a creare incertezza è la carenza di dati sui contagi. “L’intenzione del governo è quella di considerare il Covid una malattia infettiva come le altre, quindi senza obbligo alcuno” riflette Filippo Anelli, presidente di Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici).
L’esecutivo aveva ipotizzato l’eventuale reintroduzione delle misure anti-contagio solo in caso di un aumento netto del virus. “Non avendo però un tracciamento puntuale, gli unici dati dirimenti sono mortalità e ricoveri, in particolare in terapia intensiva” prosegue Anelli. “Nel momento in cui queste cifre, così come sembra, cominciano a salire, credo che il Ministero dovrà reintrodurre alcune misure di contenimento, come le mascherine”.
Nella speranza che il peggioramento dello scenario non si materializzi, oggi resta la politica delle “regole zero”. “Neanche noi medici abbiamo il potere di chiedere a un lavoratore di assentarsi dal lavoro, se la legge glielo permette” allarga le braccia Patanè.
“L’unica cosa che ci resta, per proteggere i fragili, è chiedere al datore di lavoro di prendere autonomamente delle precauzioni come mascherine, ricambi d’aria o smartworking. L’aspetto positivo è che oggi abbiamo accumulato esperienza. Sapremmo come agire per contrastare l’epidemia”.